L’inceneritore di Roberto Gualtieri e la risposta dei cittadini
Riceviamo da un nostro corrispondente e pubblichiamo.
Perché bruciare i rifiuti se puoi riciclarli, dargli nuova vita, riusarli almeno al 90%? A questa semplice domanda la grande maggioranza dei Paesi a livello mondiale, le città grandi e piccole, hanno dato una risposta razionale, procedendo a comporre quel ciclo “virtuoso” che va dalla riduzione a monte della massa di rifiuti prodotti fino al riciclo, alla raccolta differenziata (RD) e giungendo solo per il residuo a ricorrere a forme meno intelligenti, come la discarica o l’incenerimento (anche con recupero parziale di energia).
Qualche città ha raggiunto quote ragguardevoli di raccolta differenziata, organizzandola soprattutto nella modalità del “porta a porta”. Ma queste sono cose che molti cittadini conoscono bene e praticano da anni, ricevendo anche, come nel caso della raccolta del rifiuto organico tramite la compostiera domestica, ristori importanti sulla bolletta TA.RI.
A Roma (o Roma Capitale, come piace oggi chiamarla ai governanti), questo discorso di pura razionalità è completamente estraneo, non tanto a livello di singolo cittadino, quanto a livello di Amministrazione capitolina. Infatti, da molti anni la RD è ferma al palo (intorno al 40% appena, configurando già un’elusione della norma nazionale ed europea che pone la soglia al 65%, da qualche anno).
Al contrario di quasi tutte le grandi città italiane, Roma è fortemente in sofferenza per quel che riguarda il servizio di raccolta e smaltimento rifiuti, gestito dalla AMA spa, società in house, totalmente appartenente a Roma Capitale. Nessun amministratore capitolino degli ultimi anni, di destra o di “sinistra” e nemmeno i pentastellati che ne avevano fatto una battaglia teorica al tempo del loro trionfo del 2017, ha fatto avanzare la città nella gestione del ciclo “virtuoso” dei rifiuti.
Nonostante l’assenza del ricorso all’incenerimento dell’immondizia nei discorsi dei precedenti amministratori capitolini e nonostante la Regione Lazio avesse da tempo indicato come sufficiente alle necessità degli oltre 5 milioni di cittadini della regione l’impianto di San Vittore, un grande inceneritore situato nella provincia di Frosinone, il geniale ultimo inquilino del Campidoglio, Roberto Gualtieri, già ministro dell’Economia, ha lanciato l’idea che si può costruire – anzi, è necessario farlo – un “termovalorizzatore” anche nel perimetro del Comune romano.
La malsana idea è stata presentata come importante, seppure estranea al programma del centrosinistra governante la Capitale, soprattutto in vista del Giubileo del 2025 e come risposta al degrado sanitario ed “estetico” indotto dalla città sporca e con un servizio di AMA spa decisamente di bassa qualità. Sta di fatto che, senza incontrare grossi ostacoli a livello amministrativo e padrone incontrastato della situazione politica, culturale e sociale cittadina, il prode Gualtieri ha individuato il sito per procedere alla costruzione dell’inceneritore, posto all’estremo lembo meridionale del territorio romano, a Santa Palomba, adiacente alla Via Ardeatina, in zona già commerciale e industriale, al confine con le cittadine di Albano Laziale e Pomezia.
Non solo è una giustificazione ridicola connettere la realizzazione dell’inceneritore con i milioni di “pellegrini” attesi nella Capitale l’anno prossimo, visto che per bandire la gara d’appalto, assegnare i lavori e, soprattutto, terminarli, occorrerebbero circa quattro anni, ma un impianto di tal genere è inutilmente nocivo, pericoloso, contrario totalmente a quel ciclo “virtuoso” suddetto.
L’idea del “mago” Gualtieri è legata, ufficialmente, alla sedicente poca voglia dei cittadini romani e dell’AMA di differenziare i rifiuti, ma di fatto, come c’insegna Marx, basta seguire l’odore del denaro per capire come stanno effettivamente le cose.
Roma Capitale possiede, oltre all’AMA spa ed all’ATAC spa (entrambe società completamente gestite dal Campidoglio e fortemente inefficienti ed accumulatrici di debiti epocali), l’ACEA spa, ma ne detiene “solo” il 51% del capitale, mentre il resto è posto sul mercato e quotato in Borsa. Il 23,33% è appannaggio di Suez SA (la nota azienda multinazionale francese, che controlla molti settori, tra cui le acque minerali), il 5,45% è di proprietà di Francesco Gaetano Caltagirone (noto non solo come “palazzinaro” capitolino e proprietario de “Il Messaggero”, ma controllore della Vianini, della Cementir, del “Mattino” di Napoli e con importanti partecipazioni in Assicurazioni Generali, Unicredit, ecc.), il 20% rimanente è frazionato tra innumerevoli azionisti privati.
Il sindaco della Capitale ha fatto di tutto per assegnare la costruzione e la gestione dell’inceneritore ad ACEA spa, organizzando un bando ad hoc e trovando altri soggetti interessati, tanto da formare una vera e propria cordata di “inceneritoristi” interessati all’affare milionario (Hitachi, Vianini e altri). Sì, perché, leggendo il bando di gara, si apprende che l’impianto sarà gestito per 33 anni dal “vincitore”, che la realizzazione sarà in project financing, con un investimento privato di 946.100.000 € ed un valore della concessione di 7.432.700.000€. I ricavi della gestione dell’impianto si aggirano intorno ai 185€ a tonnellata di rifiuti conferiti. Le tonnellate di rifiuti indifferenziati previsti in entrata saranno ben 600.000 all’anno, per un totale di almeno 111.000.000€ all’anno di introiti. Il Comune di Roma per ora assicura un “aiutino” di 40 milioni di euro per la costruzione.
Un impianto di questo genere, tra i più grandi in circolazione, ha bisogno, per essere redditivo per chi ha impegnato risorse finanziarie, di essere alimentato con il massimo consentito di apporto in rifiuti, per tutto il tempo concesso agli investitori (33 anni). Anche per questo, tale impianto è completamente in controtendenza rispetto alla raccolta differenziata dei rifiuti: più indifferenziato viene prodotto dai romani e meglio è per gli inceneritoristi.
Se mai il Comune di Roma incrementasse la RD, l’impianto di incenerimento si troverebbe costretto a ricorrere al mercato di città e regioni che fanno male la differenziata. Così come fa oggi l’impianto di Brescia o quello “mitico” di Copenhagen, dove si è recato recentemente il sindaco inceneritorista Gualtieri, per ammirare la bellezza dell’impianto danese che va a tutta forza solo grazie agli apporti anche di rifiuti “stranieri” (come quelli romani). Dalla cima dell’impianto, da dove si gode un panorama dall’alto della città e sul cui tetto è stata realizzata una cervellotica struttura per amanti dello sci, il “mago dei rifiuti romani” ha ricordato entusiasticamente che anche a Roma se po’ ffa’.
Il problema maggiore è che questa ennesima follia in nome del capitale e del mercato si sostanzierà sotto il naso dei cittadini di Albano e di Pomezia (per non parlare degli altri comuni vicini) e ben lontano dal centro della Capitale e dal Campidoglio. Tanto che il 24 febbraio, per l’ennesima volta, il popolo dei Castelli romani, molti giovani ed anziani comunisti, le associazioni e i comitati, che si battono da anni contro inceneritori, discariche e impianti TMB, sono scesi in piazza con un lungo corteo che è arrivato fino al ponte di Ariccia – da cui si gode uno straordinario paesaggio in direzione del mare e di Santa Palomba – per gridare forte il loro NO all’inceneritore di Gualtieri, per segnalare il pericolo di una installazione nociva che sputerà dai suoi camini fumi inquinanti e cancerogeni, che brucerà una risorsa altrimenti utilizzabile, che consumerà centinaia di migliaia di mc di acqua succhiata dal sottosuolo (impoverito negli ultimi anni dalla siccità e dall’urbanizzazione selvaggia che ha reso drammatico negli ultimi decenni lo squilibri idrico annuale del bacino dei Colli Albani), che converrà solo alle società pubblico-private dei disinvolti pescecani della finanza d’assalto.
Solo l’organizzazione dal basso, paziente, lunga, che ha individuato i responsabili del degrado ambientale e del saccheggio delle risorse a fini di profitto, può garantire il raggiungimento degli obiettivi comuni.
Si ringraziano i comitati locali per la fornitura dei dati.
U.C.
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