L’inganno del “capitalismo verde”
Partito del Lavoro (EMEP) – Turchia
L’inganno del “capitalismo verde”
I movimenti ambientalisti emersi negli anni Sessanta del Novecento con il motto “vento e sole ci bastano” con la richiesta di energia rinnovabile contro i combustibili fossili e l’energia nucleare, si diversificarono nel corso del tempo e quando si trovarono di fronte a una quantità di problemi, l’obiettivo delle loro rivendicazioni e “proposte” cominciò a evolversi.
Nel quadro delle politiche economiche neoliberiste, il saccheggio degli assetti urbani, l’aumento dei rifiuti e della polluzione industriale, l’emissione di carbonio e di altri gas tossici, l’impoverimento dello strato dell’ozono e l’aumento della temperatura del pianeta, etc., sono tutti fattori che attirarono l’attenzione dei movimenti ambientalisti-ecologisti. Questi sviluppi, che condussero a una crisi che minacciava la vita umana e il suo ambiente naturale, non solo resero il problema interessante e provocarono un diluvio di proteste, ma costrinsero altresì la borghesia monopolistica e le istituzioni statali a mettere il problema all’ordine del giorno.
Soprattutto nei paesi capitalistici avanzati, nessun governo borghese poté permettersi di ignorare la crisi ecologica. A parte le ragioni economiche, due fattori ebbero un ruolo importante nell’accettazione della crisi ecologica: in primo luogo, i sintomi e le devastanti conseguenze della crisi climatica sono aumentati con i disastri ambientali, e, in secondo luogo, la crescente consapevolezza ambientale e il movimento delle masse che reagiscono contro il corso dello sviluppo della crisi.
Attualmente, quasi tutti i paesi capitalistici avanzati hanno annunciato, l’uno dietro l’altro, numerosi pacchetti finanziari “ecologicamente” definiti, misure legali e decisioni politiche nel nome della “protezione della natura” e della “soluzione della crisi climatica”. Nei summit di Tokio, di Parigi e, più recentemente, di Glasgow, sono state approvate “risoluzioni storiche”.
Per esempio, nell’Accordo di Parigi sul clima, le emissioni globali di carbonio dovranno essere ridotte del 55% nel 2030 e ridotte a zero nel 2050 per limitare l’aumento della temperatura mondiale di 1,5°.
La “soluzione” elaborata dalla borghesia monopolistica e dagli Stati capitalistici contro la distruzione dell’ambiente è stata il “capitalismo verde” con fattori produttivi a ridotte emissioni di carbonio. Con un’intensa propaganda, sono stati dipinti radiosi quadri con il “capitalismo verde” (cioè “trasformazione globale di energia”, “città verdi”, “economia di riciclo”, “grande rivoluzione industriale”, ecc.).
Anche se le condizioni oggettive del capitalismo stanno trascinando il mondo verso la distruzione e non sono adeguate per quel ruolo, le attuali condizioni soggettive caratterizzate da un basso livello di organizzazione e di coscienza della classe operaia, così come il principale ambiente ideologico, consentono a questa “soluzione” proposta dai monopoli di trovare un pubblico sostanziale, almeno per il momento.
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Sebbene fosse generalmente accettato che le condizioni naturali e climatiche stavano gradualmente deteriorandosi, le idee proposte per una soluzione erano principalmente in un ambito riformista liberale borghese e anarchico piccolo-borghese. Del cosiddetto “movimento ambientalista” facevano parte settori della media e piccola borghesia, e un settore di operai rurali e urbani. Nei primi momenti la sua principale richiesta fu la regolazione della produzione in modo che fosse impedita la distruzione della natura e degli spazi di vita. Nel corso del suo sviluppo, nel movimento si produssero delle scissioni: vi furono coloro che formarono una barriera contro il movimento operaio nella difesa del “capitalismo verde”, e coloro che presero posizione contro il saccheggio della natura da parte del capitale monopolistico. Il movimento “verde” generalmente tenne posizioni di critica al capitalismo a un livello accettabile per la borghesia e condannò gli “esseri umani”, non i capitalisti e i monopoli per la distruzione della natura, argomentando che “i singoli hanno responsabilità” e che lo stato avrebbe dovuto seguire una “politica bio-economica”.
Le crescenti gravi conseguenze dei problemi climatici e ambientali generarono l’idea di porre dei limiti al capitalismo come soluzione. Questo punto di vista borghese liberale prendeva in considerazione alcuni accorgimenti tecnici ed economici, come il non superare la capacità naturale di rigenerazione delle risorse, l’evitare l’eccessiva produzione di rifiuti liquidi e solidi, l’evitare la polluzione atmosferica, il mantenere un’adeguata qualità dell’aria, dell’acqua e del suolo, e proteggere la biodiversità.
Quest’approccio incolpa gli “umani” per il deterioramento della natura e del clima e occulta la modifica capitalistica della natura, mettendo l’effetto distruttivo prodotto dagli operai e dai lavoratori come esseri umani per l’uso del riscaldamento, dell’illuminazione e dei veicoli da trasporto allo stesso livello dei danni inferti alla natura dai monopoli petrolchimici e dell’autotrasporto.
L’ambientalismo liberal-borghese nasconde le differenze di classe nella società e le sue conseguenze; oscura il fatto che gli individui si trovano in posizioni diverse in quanto appartengono a classi diverse secondo i loro rapporti con i mezzi di produzione. Pur non potendo riverniciare completamente il capitalismo, questo punto di vista liberista uguaglia un borghese monopolista a un operaio nei loro rapporti con la natura. Sostiene che il nostro mondo è giunto a uno stadio nel quale non può permettersi le azioni della sua popolazione – che ben presto raggiungerà i dieci miliardi – sull’ambiente, e la responsabilità di ciò appartiene a tutta la popolazione che lo consuma ininterrottamente e usa a tal fine i progressi della tecnologia! Ciò che questo “ambientalismo del libero mercato”, basato su uno “sviluppo sostenibile”, propone come alternativa è la riduzione pianificata della rapida crescita della popolazione, la persuasione dei monopoli internazionali e degli Stati borghesi a “progetti alternativi”.
Vi sono anche quelle concezioni secondo le quali la “crisi ecologica” è dovuta al rapido cambiamento dei rapporti fra gli esseri umani, la società e la natura come risultato della produzione e industrializzazione capitalistiche per mezzo dei progressi tecnologici, concezioni che darebbero “una risposta marxista alla crisi ecologica”. Affermando che il deterioramento ecologico ha raggiunto un “livello globale e irreparabile” che pone “una minaccia per tutti gli esseri viventi” e attirando l’attenzione sul fondamento capitalistico del problema, gli approcci e le soluzioni del socialismo (e dell’anarchismo) ecologici differiscono fra loro quando si tratta delle sfumature. Tuttavia, essi hanno degli approcci comuni nell’affermazione che l’emancipazione umana è possibile solo “con la fine del dominio dell’uomo sulla natura”, nella loro opposizione all’industria, in particolare a quelle automobilistiche e chimiche, e nella loro difesa di una produzione limitata e destinata al consumo, basata sull’idea che “le risorse ambientali sono limitate”. Ciò che, in realtà, essi hanno in comune è la loro cecità sul capitalismo e il plusvalore, che giunge all’estremo nelle concezioni di Murray Bookchin – difensore dell’eco-anarchismo, con proposizioni che fanno del capitalismo qualcosa di de-capitalizzato – il quale sostiene che la contraddizione fondamentale di fronte alla quale si trova l’umanità è quella fra la continua crescita del capitalismo e le risorse limitate possedute dalla “natura che esiste mantenendo un equilibrio”.
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Diventò possibile far propaganda per il “capitalismo verde” che costituiva un’aperta difesa del capitalismo, in un’atmosfera ideologica nella quale la classe operaia e il suo movimento non hanno un sufficiente livello di organizzazione e di consapevolezza e nella quale punti di vista liberal-borghesi e riformisti che si presentavano in opposizione all’ordinamento esistente avevano una certa accettazione soprattutto riguardo al rapporto fra natura ed esseri umani staccato dal loro contenuto sociale e di classe.
Per esempio, un gioco di destrezza fu probabilmente necessario per i capitalisti al fine di popolarizzare nella società il “capitalismo verde” nelle condizioni in cui la produzione di gas e di petrolio, con i loro leggendari monopoli, era ben nota da molti decenni come la forza trainante del capitalismo internazionale, e una certa connessione, anche se offuscata, era stabilita fra il capitalismo e la distruzione della natura. I punti di vista liberal-riformisti sull’ambiente ne prepararono il terreno, elaborando concezioni sul rapporto fra la natura e gli esseri umani disconnesse dal loro contenuto sociale e di classe. Alla borghesia monopolistica e ai suoi ideologi fu lasciata la naturalizzazione dei rapporti sociali: essi cercarono di considerare gli esistenti rapporti sociali non come quelli di una specifica società in un particolare stadio storico, ma come i più naturali e consueti rapporti dell’umanità. Cominciarono con il considerare il modo di produzione capitalistico come inviolabile, non come uno specifico, storico modo di produzione, ma come il modo naturale di produzione dell’umanità. Non c’era un altro modo di produrre: solo con un capitalismo puramente naturale il progresso sarebbe stato possibile!
Con questo approccio la crisi ecologica era stata condotta in una forma compatibile con il suo carattere universale in quanto fenomeno. Il disastro ecologico era un problema universale di tutta l’umanità, e perciò tutta la popolazione, tutte le società e tutti i paesi dovevano assumersene la responsabilità! Così l’innegabile rapporto causale fra il modo di produzione capitalistico e la catastrofe ecologica era stato trasformato in un’ordinaria manifestazione del rapporto della natura umana con la natura naturalizzando i rapporti capitalistici. In questo, modo il problema del disastro ecologico, un problema che interessa tutta l’umanità e gli esseri viventi come un insieme appariva di fronte a noi come un’inevitabile conseguenza del problema della “natura umana”, ovvero della produzione e del consumo! La conclusione che se ne può trarre è molto semplice: “Noi esseri umani, con la nostra produzione e il nostro consumo, siamo responsabili della crisi ecologica!” Così, il problema fu isolato dalla dimensione sistemica del modo di produzione e ridotto a uno stile di vita e di consumo, o a un problema tecnologico.
La faccia del capitalismo è stata così ripulita ed è stato raggiunto un punto accettabile dai monopoli: non è il capitalismo a essere responsabile della crisi ecologica, ma questo o quel settore, compagnia, partito o uomo politico!
Perciò, al fine di muoversi su un solido terreno nella lotta per superare la crisi ecologica, il punto fondamentale che bisogna rendere evidente è che il modo di produzione capitalismo non è né il più naturale né il solo modo di produzione senza alternative. E’ il capitalismo che deve essere eliminato per sopravvivere alla distruzione ecologica.
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Vi sono molte caratteristiche che distinguono il modo di produzione capitalistico dalle formazioni sociali che l’hanno preceduto, ma l’aspetto che dobbiamo rendere evidente riguardo al nostro argomento è che nella produzione di plusvalore esso realizza in modo scientifico e sistematico la produzione su larga scala di plusvalore relativo, oltre alla produzione di plusvalore assoluto. La produzione di plusvalore relativo si basa fondamentalmente sull’aumento della produttività del lavoro in un determinato periodo di tempo. Vi sono numerosi aspetti e necessità di quest’aumento della produttività del lavoro, ma il suo risultato è chiaro: il capitalismo ha l’opportunità di organizzare una produzione molto più diffusa, più rapida e su più ampia scala dei modi di produzione che l’hanno preceduto. Mettere la scienza e la tecnologia a disposizione del capitale, accrescere la produttività e quindi la capacità produttiva su enorme scala, significa che tutte le risorse naturali sotterranee e di superficie vengono saccheggiate su scala ignota alle precedenti formazioni pre-capitalistiche, trasformandole in mezzi per ottenere plusvalore.
Così, l’incessante distruzione della natura e dell’equilibrio ecologico diventa una necessità naturale per il capitalismo. Inoltre, a causa della concorrenza fra capitali, e in particolar modo fra i monopoli, quanto più rapido e intenso è il saccheggio della natura, tanto più è attribuita al popolo la responsabilità di questa distruzione. In breve, l’incessante saccheggio e distruzione della natura è inerente al modo di produzione capitalistico, il cui unico fine è la produzione di plusvalore, che ne costituisce un aspetto indispensabile.
La crisi ecologica significa che il grado di acutezza della contraddizione fra l’illimitata tendenza dell’accumulazione capitalistica e le condizioni naturali degli esseri viventi ha raggiunto un punto in cui essa non può più operare nella forma in cui fino ad ora era stata in grado di tenere insieme i due aspetti che si escludono reciprocamente. E quando questa tendenza non può più essere arrestata, ciò significa che una soglia sarà attraversata, nella quale una distruzione irreversibile avverrà nelle condizioni naturali degli esseri viventi.
L’approccio del capitale alla natura ha luogo sulla base di una misura che non esiste in natura, cioè la produzione di valore e di plusvalore, Poiché l’accresciuta produttività del lavoro e il saccheggio della natura procedono tenendosi per mano, la natura, come ogni altra cosa, è subordinata alla legge del valore e alla produzione capitalistica di merci.
Tuttavia, mentre questo è il carattere del rapporto fra il capitalismo e la natura, il mercato e le sue leggi sono i criteri fondamentali di tutte le misure prese sotto il nome di lotta contro la crisi ecologica nei summit ecologici in cui si incontrano gli Stati capitalistici e i loro rappresentanti. E’ il culmine dell’ipocrisia!
Non è soltanto il fatto che miniere, acque, minerali, suoli, ecc., siano stati mercificati, ma la natura stessa è stata trasformata in un enorme mare di merci con le nuove possibilità offerte dalla scienza e dalla tecnologia. Oggi la tecnologia biologica e genetica è applicata alla produzione agricola di merci; l’informazione genetica contenuta in alcuni semi e certe piante endemiche è brevettata; e il sole e il vento sono convertiti in energia e venduti. Stiamo assistendo al fatto, davvero singolare, che dietro l’affermazione che stiamo combattendo la crisi climatica, l’emissione del biossido di carbonio, considerata la causa principale della crisi climatica, è a sua volta considerata una merce che può essere comprata e venduta!
In concreto, il Sistema di Commercio delle Emissioni è un esempio che rivela in qual modo e con quale tipo di logica la crisi climatica è combattuta sotto il capitalismo.
Com’è noto, in linea con “l’obiettivo della prevenzione del cambiamento climatico”, il Protocollo di Kyoto introdusse un regolamento sulla quantità di emissione del biossido di carbonio a livello mondiale: un commercio di emissioni. Ciò avvenne secondo il principio del “cap and trade”. Fu stabilito un tetto sulla quantità di emissioni di ossido di carbonio a livello mondiale, e questa quantità fu divisa fra gli Stati nella forma di un diritto di emissione di carbonio (certificato). Ogni paese che aveva firmato il Protocollo di Kyoto (191 attualmente) ha il diritto di emettere carbonio nella quantità determinata dal protocollo. Ne deriva che il diritto di emettere carbonio è il diritto di inquinare l’atmosfera. Quando alcuni paesi riducono le loro emissioni di carbonio, essi accumulano i loro inutilizzati diritti di inquinamento nella forma di certificati di emissione, che sono allora messi in vendita sul mercato internazionale e acquistati da quegli Stati che hanno emesso più carbonio di quello che era loro consentito. E, come i governi, le società possono comprare e vendere i loro diritti di emissione di carbonio (certificati di emissione).
La verità è che la quantità di carbonio emessa nell’atmosfera è lasciata alle leggi del mercato. D’altra parte, il mercato agisce secondo la legge del valore, non secondo le leggi della natura!
Due nuovi articoli di Bloomberg rivelano un altro fatto. Il primo, intitolato “La pressione del prezzo delle materie prime sulla grande transizione”, afferma quanto segue:
“Grandi aumenti di prezzo sono all’orizzonte per materie prime fondamentali come il cobalto, il rame, il litio e il nickel. Secondo uno studio pubblicato dall’Istituto Tedesco di Ricerche Economiche, la domanda di queste materie prime aumenterà rapidamente nei prossimi anni.
Naturalmente, ciò potrebbe diventare uno degli ostacoli che complicheranno la transizione all’energia verde, perché queste materie prime sono normalmente indispensabili per la produzione di automobili elettriche, pannelli solari e turbine a vento. Grandi quantità di rame sono necessarie per la costruzione di impianti a energia solare ed eolica; il cobalto, il litio e il nickel sono necessari per le batterie delle automobili elettriche. Secondo l’International Energy Agency (IEA), ci si attende un consumo di rame doppio, un consumo di nickel triplo e per quanto riguarda il consumo di cobalto, ci si attende che esso aumenti di sei volte nei prossimi vent’anni.
Il più ampio aumento della domanda è atteso per il litio. Si prevede che l’aumento della domanda di litio nel 2040 sarà esattamente venti volte superiore a quella odierna. Sembra difficile per l’offerta corrispondere a un simile livello di domanda, perché larghi investimenti sono necessari per l’estrazione di questi metalli. Secondo lo scenario annunciato dall’Istituto Tedesco di Ricerca Economica, i prezzi del rame potranno essere del 70 per cento e quelli del litio del 180 per cento superiori nel 2030 a quelli del 2020”.
Il secondo pezzo è relativo al calcolo di Bloomberg New Energy Finance. Secondo questo calcolo, la “transizione energetica globale” caratterizzata dal passaggio dal petrolio e dal gas all’energia del vento e del sole “richiederà investimenti di 173 trilioni in fornitura di energia e infrastrutture nei prossimi 30 anni”.
E’ innegabile che i dati contenuti nei due rapporti mostrano le ragioni che stanno dietro la “grande passione” del capitale finanziario: il profitto e i nuovi investimenti per ottenerlo.
Mentre la tendenza verso il “capitalismo verde”fa sì che i monopoli che hanno investito in petrolio e gas naturale, che sono stati a lungo al vertice dell’elenco delle “più grandi società”, perdano potere insieme ai loro screditati settori, è chiaro che l’aumento dei prezzi delle materie prime andrà a favore dei capitalisti che hanno investito in queste materie prime e contro quelli che le hanno usate in produzione. E sembra inevitabile che questa situazione intensificherà la concorrenza fra capitalisti e darà luogo a nuovi investimenti comprendenti innovazioni settoriali così come innovazioni nella tecnologia usata. Considerando che le risorse di petrolio e di gas saranno esaurite in pochi decenni, la “trasformazione energetica globale” come aspetto fondamentale del “capitalismo verde” era adesso necessaria, e sembra inevitabile che i monopoli che hanno investito pesantemente in questo settore non possano evitare il loro “destino”, salvo che non diversifichino i loro investimenti e prendano delle precauzioni. Tuttavia, l’aumento di prezzo di certe materie prime mostra che le fluttuazioni strutturali sono normali e che lo sviluppo ineguale del capitalismo è evidente in tutte le aree, e che ciò intensificherà la concorrenza specialmente fra i monopoli.
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Il “capitalismo verde” è la formula propagandistica secondo la quale la crisi ecologica può essere superata entro l’attuale modo di produzione. Di conseguenza, la lotta contro la crisi ecologica deve essere condotta secondo le leggi dell’economia capitalistica e del mercato. Quindi se il capitalismo non cesserà di essere capitalismo col “capitalismo verde”, cosa che nessuno pretende, va data una risposta alla seguente questione: le leggi dell’economia capitalistica e del mercato sono compatibili con le misure richieste per superare la crisi ecologica? A parte ogni altra questione, gli esempi del commercio delle emissioni di carbonio, il possibile incremento dei prezzi delle materie prime e gli enormi investimenti richiesti dalla transizione energetica, indicano che esse non sono compatibili. Come non è sorprendente che il capitalista persegua un profitto, così non vi è ragione di restarne sorpresi di ciò! Un capitalista è un capitalista perché il suo solo scopo è il profitto, e l’economia capitalistica e il mercato hanno le loro leggi che differiscono dalle leggi della natura.
La ragione principale per cui il capitale si volge verso la “trasformazione verde” oggi, e non, per esempio, vent’anni fa, non ha certamente a che fare con l’aumento del riscaldamento globale, ma con il mutamento dei saggi del profitto.
La prova è semplice, data la trasformazione avvenuta nel settore dell’energia. La tecnologia usata oggi nel campo dell’energia rinnovabile non è nuova ed è stata usata per decenni. Tuttavia, fino a un’epoca recente, fattori come il costo di produzione per l’uso di questa tecnologia, la produttività del lavoro, il volume del mercato, prevenendo o ritardando la svalutazione del capitale investito nei combustibili fossili, hanno tenuto i monopoli lontani dall’investimento in questo settore, perché non era abbastanza profittevole. Nondimeno, la crisi ecologica non è stata un problema di solo pochi anni fa e ha reso necessario l’uso di queste tecnologie da molti anni. Però, dal momento che non erano profittevoli, queste tecnologie, che sono ora promosse ad alto livello – non erano oggetto di investimenti allora. Oggi la situazione è cambiata. oltre alle limitate riserve di petrolio e di gas, per esempio, il “mercato dell’idrogeno” da solo ha raggiunto adesso i 150 miliardi di dollari. Entro il 2050 è previsto che raggiunga almeno i 600 milioni di dollari. Investire in questo campo è adesso degno di competizione. E adesso gli stati capitalistici con i loro “fondi ecologici” hanno cominciato a fare i conti con il costo e le sfide competitive per le loro classi di capitalisti.
I marxisti non hanno mai trovato strano che il capitale persegua un profitto. Al contrario, i marxisti hanno denunciato il capitale e il capitalismo che non si basano e non possono basarsi sugli esseri umani, sulla loro salute o sulla natura in generale, poiché il profitto è la loro stessa ragione di esistenza. E’ interessante il fatto che coloro che dipingono come “sognatori” i marxisti, in quanto sostengono il superamento del sistema capitalistico, si attendono che il capitale non si comporti più come capitale mediante il “capitalismo verde”.
Una domanda può sorgere: non sarebbe preferibile passare alle “energie rinnovabili”, alla “trasformazione verde”, all’“industria pulita” adesso, anche se allo scopo dell’accumulazione capitalistica? Non è vero che ogni diminuzione della distruzione della natura è una conquista?
Indubbiamente, ma il punto raggiunto dalla distruzione dell’equilibrio ecologico ha già reso privi di senso i tentativi di conseguire il male minore. L’attuale dimensione della crisi ecologica e la dinamica della sua tendenza allo sviluppo implicano che certe “conquiste” non siano in realtà delle conquiste, e ogni giorno perduto, cioè il lasciare il compito storico del superamento di questa crisi ai futili ed egoistici interessi e impulsi del capitale, significa che ci avviciniamo sempre di più a quel punto in cui l’“irreparabile frattura” (Marx) che il capitale sta infliggendo alla natura non potrà più essere sanata.
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D’altro lato, l’emergere nell’agenda del “capitalismo verde” come risultato della crisi ecologica implica anche che lo stesso modo di produzione capitalistico è oggetto di discussione sulla base di un criterio che il capitale non è in grado di controllare direttamente. E’ il criterio della questione dell’esistenza o non esistenza della natura che crea le condizioni per l’esistenza dell’umanità e di tutti gli esseri viventi. Questa discussione assume oggi due forme: 1) L’approccio comune e dominante è il seguente: se la natura è messa in questione, questo è un problema universale e al di sopra delle classi, che dunque interessa ugualmente tutta l’umanità e perciò ognuno dovrebbe assumersene la responsabilità. 2) Si tratta di un problema che è universale e ha perciò una dimensione che interessa tutto il pianeta e l’umanità, ma è specifico di un determinato modo di produzione (il capitalismo) nel quale una determinata classe (il capitale) è predominante in termini di responsabilità.
Ovviamente, è la dimensione soggettiva del problema quella che rende prevalente il primo approccio. La ragione principale della prevalenza dell’approccio borghese è che la “crisi ecologica” è emersa in uno stadio nel quale la multiforme devastazione determinata dalla storica sconfitta della classe operaia non è ancora stata superata, nel quale la classe operaia non può mettere il proprio marchio sulle lotte politiche con il suo movimento indipendente.
In sostanza, la realtà odierna ci dice che coloro i quali credono che la fine del mondo possa essere dovuta alle emissioni di carbonio, ai cambiamenti climatici e al rapido aumento della temperatura, non credono che vi sia un’alternativa al capitalismo, e purtroppo questo modo di pensare ha influenza sulla maggioranza.
Tuttavia, la realtà storica è che ci troviamo in presenza di un capitalismo oggettivamente stramaturo, che è in ritardo per essere sostituito da un ordinamento sociale che è il suo opposto. Il capitalismo è oggettivamente obsoleto, non solo in termini di gravi contraddizioni economiche, sociali e culturali nella vita sociale dei popoli del mondo, ma anche per il fatto di porre a rischio le naturali condizioni di vita della specie umana sul pianeta.
La crisi ecologica in cui viviamo si manifesta nell’erosione della forma in cui la contraddizione fra le condizioni di esistenza del capitalismo e le condizioni naturali di esistenza degli esseri viventi è perdurata fino ad ora. Al punto in cui siamo, essa esige la fine dello sfruttamento capitalistico e del saccheggio della natura, quanto meno nei termini della reazione della natura. Tuttavia, la situazione attuale del fattore soggettivo determinata dal livello di coscienza e di organizzazione della classe operaia, che è la forza principale che metterà fine al dominio del capitale, non è ancora pronta a compiere questo passo urgente, almeno nei termini di garantire la sopravvivenza della vita a rischio.
Il cosiddetto “capitalismo verde” è un tentativo di rimodellare la contraddizione che ha raggiunto il culmine nel rapporto del capitalismo con la natura a favore del capitale, ma contro l’ecologia, e continuare così la distruzione della natura saccheggiandola. Questa iniziativa avrà un prezzo ecologico, economico e sociale che gli operai e i lavoratori del mondo dovranno pagare, soprattutto i giovani e i popoli oppressi.
Marzo 2022
Articolo pubblicato su “Unità e Lotta”, n. 44 – organo della CIPOML
(traduzione a cura della redazione di “Scintilla”)
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