L’Istat certifica il declino storico dell’imperialismo italiano
Recentemente è stato pubblicato il Rapporto Annuale Istat che analizza la situazione economica e sociale del 2024 rapportata agli anni precedenti.
Cominciamo dai dati macro-economici. Si conferma il sostanziale ristagno dell’economia nazionale, che da tempo cresce (si fa per dire) di uno zero-virgola che si sta peraltro abbassando ed avvicinando alla recessione.
Prima di inoltrarci su altri capitoli, sveliamo la “stranezza” di un occupazione che crescerebbe in queste condizioni.
Se da un lato vi sono discutibili criteri di rilievo dell’occupazione, per cui risulta occupato anche chi lavora per pochi giorni all’anno, dall’altro, candidamente, l’Istat ammette che i lavoratori si trattengono più a lungo a lavoro a causa dell’aumento dell’età pensionistica, o che lavorano anche in periodo di quiescenza perché evidentemente l’importo dell’assegno non è tale per sostenere un livello di vita dignitoso.
Inoltre, rileva uno spostamento occupazionale dal sistema industriale che arretra continuamente verso i servizi quali turismo e ristorazione, a basso valore aggiunto.
I servizi abbassano la produttività del sistema capitalistico, e in nessun modo possono sostituire l’industria come elemento strategico della solidità di un’economia.
L’Istat conferma la perdita del potere d’acquisto dei salari, che viene data al 15% da inizio 2019 a fine 2022 e al 10% a marzo ‘25, data alla quale numerosi contratti erano già stati rinnovati.
L’inflazione è ufficialmente data all’1,9%, ma nulla si dice di quella relativa e ben superiore del carrello della spesa, che di nuovo in aumento.
Ciò comporta quanto gli operai ben sanno, ossia che il salario reale è in netta discesa mentre i profitti sono saliti assieme alle spese militari.
Gli scioperi convocati per il 20 giugno dai sindacati metalmeccanici e da Usb, sebbene distinti nelle piattaforme e nelle modalità, obiettivamente si basano su un’esigenza diffusa di aumento dei salari che padroni e governo respingono offrendo contratti da fame, deregolamentazione e più sfruttamento.
Ma torniamo al rapporto Istat, che ribadisce l’aumento della povertà assoluta delle famiglie che passa dal 6% del 2014 all’8,4% del 2024 (2,2 milioni di famiglie e 5,7 milioni di persone).
Tale povertà giunge al 12,4% delle famiglie con figli, residenti nel Mezzogiorno. Non solo i disoccupati, ma anche chi lavora può scendere sotto la soglia di povertà, che impedisce una alimentazione decente, di riscaldarsi nei mesi freddi, di curarsi, di avere una casa decente.
Il lavoro povero (sottosalari) coinvolge infatti nel 2023 il 21% dei lavoratori, il 26,6% delle donne, il 29,5% dei giovani sotto i 35 anni.
L’immiserimento del proletariato è una riprova della tendenza generale del modo di produzione capitalistica che procede in una duplice direzione: da un lato la concentrazione e l’aumento della miseria, dall’altro la concentrazione di immense ricchezze, del lusso e dello spreco.
L’aspettativa di vita pare in ripresa dopo il calo dovuto alla pandemia, ma ciò che inchioda la sanità italiana, sempre più classista, è il calo dell’indicatore dell’attesa di vita in buona salute che per gli uomini è a 59,8 anni e per le donne a 56,6 anni. Qui si riflettono l’impossibilità economica di curarsi, le lunghe liste d’attesa nella sanità pubblica, la nocività e lo stress sul lavoro e sulle strade, la cattiva alimentazione, la sedentarietà, l’inquinamento di aria ed acqua, le ondate di calore estive.
Un bel quadretto della realtà della vita del proletariato e delle masse popolari in genere. Senza contare il formidabile incremento del disagio psicologico giovanile che per i quattordicenni è del 68,4%.
Per ultimo diamo un cenno alla demografia. La natalità è in calo da decenni, nemmeno più mitigata dal fattore immigrazione. Il tasso di fertilità è sceso ad 1,18 figli per donna.
I giovani rimangono in famiglia più a lungo per motivi economici, la genitorialità è sempre più spostata in avanti negli anni.
Non si arresta l’emigrazione giovanile, non solo di laureati, perché quanto offerto come salario/stipendio è in clamoroso divario con gli altri paesi europei.
Tutto questo che cosa denota? Quali conclusioni si possono trarre?
Malgrado l’addomesticamento le statistiche smentiscono in maniera secca la demagogica propaganda governativa del “con noi al governo va tutto bene”.
I consumi delle masse calano, la domanda estera ristagna, vi è un evidente spostamento della distribuzione del reddito verso la parte più ricca della società, così come la tendenza all’aumento delle spese improduttive, senza ricadute positive sul resto dell’economia.
Due esempi: le grandi opere pubbliche inutili, e il marcato aumento della spesa militare.
Insomma un declino strutturale, perdurante da decenni ed in costante peggioramento in ambito capitalistico.
Il riformismo non ha margini economici. Le precarie finanze pubbliche servono per l’industria delle armi, per pagare la rendita finanziaria, per sostenere i capitalisti, per la spesa improduttiva. Non certo per aumentare i salari, rilanciare i servizi sociali, abbattere le liste d’attesa, sostenere la povertà dilagante, mettere mano al dissesto idro-geologico.
C’è un solo modo per uscire dal declino storico e dal marasma sociale: unire, mobilitare e organizzare le masse, sotto la guida dei comunisti, per abbattere questo marcio sistema e passare al socialismo, prima fase della società comunista.
Da Scintilla n. 153 – giugno 2025
Categorie
- AMBIENTE (41)
- ANTIFASCISMO (64)
- ATTUALITA' (442)
- CIPOML (124)
- DONNE IN LOTTA (36)
- ECONOMIA (44)
- ELEZIONI E REFERENDUM (22)
- FONDAZIONE PCdI (19)
- FORMAZIONE (1)
- GIOVENTU’ M-L (48)
- INTERNAZIONALE (337)
- LOTTA ALLA GUERRA (175)
- LOTTA PER IL PARTITO (73)
- MEMORIA STORICA (129)
- MOVIMENTO OPERAIO (240)
- POLITICA (209)
- PRIMO MAGGIO (1)
- QUESTIONI TEORICHE (59)
- RIVOLUZIONE D'OTTOBRE (26)
- SALUTE E SICUREZZA (52)
- SCINTILLA (38)
- SOCIETA' (55)
- TESTI M-L DIGITALIZZATI (19)