Lotta di classe, non tavoli ministeriali o referendum interclassisti sui problemi operai

In tempi di rallentamento economico (l’Italia è in stagnazione e ci rimarrà a lungo) la difficoltà di esprimersi ed emergere del movimento operaio, sia pure sul piano economico-rivendicativo, non trova facilmente soluzione stante la crescente pressione del capitale sul lavoro.

Di fronte a 200 mila posti di lavoro a rischio la difesa dell’occupazione è compito importante che richiederebbe ai sindacati un’azione all’altezza della situazione.

Ma non saranno certo i capi sindacali che potranno capovolgere la linea seguita da almeno mezzo secolo (politica dei sacrifici in favore dell’ “economia nazionale”, ossia a beneficio dei profitti,  moderazione salariale, rispetto delle compatibilità aziendali, concertazione etc.), quindi corresponsabili della costante diminuzione del salario reale, con conseguente perdita del potere d’acquisto.

Solamente con la creazione di una corrente sindacale classista nei sindacati esistenti e lo sviluppo di un forte movimento operaio, sarà possibile intraprendere una lotta economica all’interno di una visione rivoluzionaria per respingere, a partire da occupazione e salari, gli attuali e i futuri attacchi padronali e governativi.

Ciò perché l’attuale condotta dei capi sindacali non fronteggia le numerosissime crisi aziendali, in continuo aumento, ed il tentativo padronale di scaricarle interamente sugli operai. Decenni fa, i dirigenti sindacali proponevano il mantenimento dell’unità operaia e in suo nome agivano, non in modo conseguente. È chiaro a tutti gli operai che la lotta e l’unità sono essenziali per costruire adeguati rapporti di forza.

Oggi invece niente: le vertenze sono lasciate isolate, spezzettate.

Nessun coordinamento, nemmeno territoriale, scarsa visibilità e pubblicità ai pochi momenti di lotta attuati da delegati e quadri vicini agli operai. In qualche caso viene attivato in loro sostegno il territorio adiacente, con consigli comunali e sindaci, quasi mai con operai di altre fabbriche e studenti.  Questa generica solidarietà non diventa mobilitazione e impedisce spesso di fare la cosa più importante, ossia la costruzione di un fronte di lotta per piegare la controparte.

Talora nemmeno la mobilitazione degli stessi operai diretti interessati viene adeguatamente attivata. Il tutto viene sostituito dai passaggi istituzionali, con la richiesta dei “tavoli di crisi” in cui si invoca chi governa, regioni o ministero (Mimit), a fare qualcosa, ignorando che esprimono interessi di classe opposti. Perdendo così settimane e mesi sottratti alla mobilitazione, sfiancando gli operai.

Questa modalità d’azione, terreno privilegiato della CISL, sindacato apertamente collaborazionista e filogovernativo che antepone la soluzione personale alla difesa collettiva, viene sempre più praticata anche dalla burocrazia social-riformista della CGIL e raramente centra l’obiettivo di salvaguardare in pieno l’occupazione.

Bene che vada, si mediano cambi di proprietà con sacrificio di parte degli operai e lo stravolgimento dei vecchi accordi. Più spesso si contrattano prepensionamenti, cassa integrazione, ricollocamenti.

L’esistenza di un governo di estrema destra, capeggiato da una demagoga formatasi in ambito neofascista, non è un ostacolo insuperabile nella creazione di una vasta opposizione di classe ai disegni capitalistici.  Al contrario, ciò deve spingere a realizzare l’unità di azione contro l’offensiva della reazione borghese.

Anche nell’anno scorso gli operai hanno evidenziato momenti di risveglio e di disponibilità alla lotta, come negli scioperi contro la manovra finanziaria, i ritmi infernali, lo straordinario comandato, la nocività e in difesa dell’occupazione (vertenze GKN, Wartsila, Whirlpool, Ansaldo, Ilva, Marelli, Safilo, Speedline, etc.). Un potenziale di lotta non sviluppato, né utilizzato.

Evidentemente i vertici sindacali temono il risveglio operaio e la lotta di classe come la peste, arrivando al punto di spegnere quanto avevano promosso, come nel caso degli scioperi territoriali contro la finanziaria a cui non è seguito, nemmeno nella forma e malgrado le promesse di CGIL e UIL, lo sciopero generale.

Ma gli stessi vertici sanno che oltre un certo limite di oppressione e sfruttamento gli operai sono indotti a muoversi, e questo li preoccupa. I delegati di base, specialmente, vivono perciò una contraddizione tra il malcontento che aumenta e spesso si trasforma in spinta a prendere la via della lotta, e la linea generale imposta dei capi sindacali tesa a frenare, a spegnere mobilitazioni spontanee o – come nel caso del vertice CGIL – a deviarle verso falsi obiettivi.

Tale vertice, guidato da Landini, ha di recente imboccato la via dei referendum contro la precarietà, i licenziamenti individuali e la liberalizzazione degli appalti, che potrebbero incrociare nel 2025 quello contro l’autonomia differenziata regionale.

Obiettivi sentiti dagli operai, ma perseguiti con una logica e un metodo sbagliati.  Innanzitutto perché in tal modo la spinta dal basso viene deviata fuori dai posti di lavoro, disgiunta da un processo di riorganizzazione operaia, sottoposta al giudizio di ceti e classi (“l’insieme dei cittadini”) che nulla hanno a che fare con il proletariato.

In secondo luogo, perché i referendum si possono anche perdere con grave danno, soprattutto se non sostenuti da un’ampia mobilitazione, dalla combattività delle masse a partire dalla loro lotta quotidiana, che invece viene tenuta a freno e smobilitata quando si avvia.

Ma soprattutto la borghesia e i suoi aiutanti usano tutti gli strumenti politici ed ideologici per rinchiudere la lotta della classe operaia nell’ambito della democrazia borghese.

Su questa contraddizione tra spinta di classe e politica interclassista bisogna comunque far leva.  Delegati di base ed alcuni quadri intermedi non possono non vivere con disagio la “via referendaria” che sostituisce le mobilitazioni con la raccolta delle firme, pensando di evitare in tal modo la marginalizzazione del sindacato. Spingiamo quindi affinché costoro e gli operai avanzati rimangano sul terreno del fronte unico proletario dal basso, o lo intraprendano se finora hanno agito al di fuori di questa linea.

È necessario approfittare delle assemblee, specie quelle sui rinnovi dei contratti di lavoro, per combattere la rassegnazione, l’attendismo e la passività che favoriscono innanzitutto la classe dei capitalisti.  Occorre riunire i delegati, costruire una piattaforma operaia e realizzare scioperi contro i padroni e i loro lacchè.

L’unità di lotta su una linea di classe per la difesa diretta e intransigente delle condizioni di vita e lavoro, contro licenziamenti, precarietà, nocività, carovita è la via da percorrere, senza deviazioni democraticiste e politiciste tese ad impedire la ripresa del movimento operaio su una posizione indipendente.

Sosteniamo e organizziamo in ogni luogo le istanze provenienti dalla classe operaia, la sola che può cambiare la situazione a suon di mobilitazioni e scioperi, indirizzandosi verso un’alternativa di rottura rivoluzionaria con il marcio sistema capitalista-imperialista.

Da Scintilla n. 143, marzo 2024

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