Non vogliamo diventare carne da cannone!
In Europa, a causa dell’acuirsi delle contraddizioni inter-imperialiste, i governi iniziano a caldeggiare l’introduzione della leva militare per avanzare nella politica di guerra. Seguendo gli sviluppi del militarismo tedesco e francese, il ministro della Difesa Guido Crosetto intende presentare un DDL in cui, secondo le sue stesse parole “vanno aumentate le forze armate” (fino a 160 mila unità entro il 2033 per Esercito, Marina e Aeronautica) con tanto di “riserva selezionata” (circa 10 mila persone) e con “meccanismi per attirare le persone, incentivi economici”. Questo perché “stiamo pensando di aumentare le missioni all’estero”.
Crosetto inoltre vorrebbe la creazione di un’arma specificatamente riservata alla cybersicurezza.
Peraltro Nino Minardo, presidente della Commissione Difesa, commenta che “occorre investire su personale, carriere e qualità della vita militare per garantire uno strumento efficiente e adeguato alle sfide dei prossimi anni”. Insomma, c’è bisogno di altra carne da cannone in vista dei progetti guerrafondai dell’imperialismo italiano.
Queste nuove misure non sono di certo piombate dal cielo bensì sono aspetti di una chiara strategia che si unisce alla normalizzazione dell’esercito all’interno della vita civile.
Altra manovra per una pedagogia militarista è quella della Lega che, usando le parole di Eugenio Zoffili, Capogruppo del partito in Commissione Difesa, vorrebbe “reintrodurre la nuova leva universale militare e civile” con “sei mesi di educazione civica su base provinciale e regionale per tutti i ragazzi e le ragazze”.
Lo spirito militare viene introdotto a forza dentro (vedasi l’incontro di orientamento con i Carabinieri a Cremona) e fuori le scuole (vedasi gli “School days” a Magicland con lezioni di incursione militare per bambini dai 6 anni in su), e in tutti i canali della vita pubblica.
Tutto ciò non significa che non ci sia opposizione alla politica di guerra. Infatti nonostante i palesi tentativi della borghesia, un sondaggio dell’Autorità Garante per l’infanzia e l’adolescenza indica che il 68% dei giovani tra i 14 e i 18 anni non vuole andare in guerra. Il questionario, tra l’altro, poneva delle domande spiccatamente “mirate” ad indurre uno spirito guerrafondaio (tipo “se il mio Paese entrasse in guerra mi sentirei responsabile e se servisse mi arruolerei”, oppure le domande dedicate ai “conflitti nel mio quotidiano”) e ad avere un risultato chiaramente pilotato verso una giustificazione per la Leva militare.
Dunque i risultati del sondaggio ci dicono che la gioventù non ha alcuna voglia di partecipare alle guerre per profitti dei capitalisti, come dimostrano visibilmente anche le proteste studentesche che si sono svolte nei mesi scorsi.
È sempre più importante tenere a mente il punto debole del militarismo, la resistenza del proletariato e delle masse popolari la quale si manifesta e sviluppa con numerose forme e attività.
L’avversione verso il militarismo è una questione vitale per lo sviluppo della lotta di classe degli sfruttati e degli oppressi, in particolare della gioventù proletaria, che deve inderogabilmente scendere in piazza per far sentire la sua voce.
La lotta contro il militarismo e le proteste contro i pericoli di guerra, vanno portati avanti non da un punto di vista umanitario, ma dal punto di vista del proletariato rivoluzionario, con le sue rivendicazioni storiche e immediate.
Da “Scintilla” n. 157, febbraio 2026
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