Nubi tempestose sull’economia mondiale e sul debito pubblico italiano

Dense nubi si addensano sull’economia mondiale, con il FMI che dà previsioni al ribasso dichiarando “il peggio deve ancora arrivare”. In diversi paesi l’iniziale previsione di stagnazione potrebbe trasformarsi in recessione prolungata (gli USA sono già caduti in recessione “tecnica”).

L’esplodere dell’inflazione rende difficilmente sostenibile lo squilibrio dei conti degli stati nazionali.  Che sia già iniziato il “si salvi chi può” non è ancora certo. Ma di fatto la liquidità non investita in un momento di grave incertezza, si sta rifugiando negli USA che tenteranno il colpaccio di offrire a questi capitali un tasso di remunerazione sopra lo zero. Le previsioni a breve danno per gli USA tassi di interesse vicini al 5%, certo ancora inferiori all’inflazione, ma “lor signori” sperano che nel 2023 le cose cambino.

Il conseguente rafforzamento del dollaro sull’euro costringerà gli altri paesi a praticare tassi d’interesse concorrenziali e tali da rendere difficilmente sostenibile il rifinanziamento del debito pubblico.

Nella UE il paese più esposto è l’Italia con un debito pubblico (2700 mld) superiore al 150 % del PIL. Già per il 2022 l’Italia pagherà 12 miliardi in più per interessi.

Il debito crea rilevanti problemi ben al di fuori del passaggio da un’economia a tassi reali negativi, praticati ormai da tempo dalle banche centrali per iniettare denaro nel sistema finanziario, a tassi positivi.

In primo luogo chi presta soldi vuol essere ripagato. Specialmente se il finanziamento arriva dall’estero. Per quanto in Italia la quota estera del debito pubblico sia “solo” del 30% (di cui il 5 % detenuto da banche commerciali), ciò è sufficiente per innescare – cosa che nel silenzio dei media italiani è già iniziata nei mesi scorsi  – un attacco speculativo, per ora a livello di “scommesse” sul possibile default.

Ci sono di mezzo le agenzie di rating (in primo luogo Moody’s) che hanno minacciato di declassare i titoli italiani. Può comunque essere solo un avvertimento al nuovo governo, perché di fatto la pretesa di avere in Italia un’economia che si sviluppa per mantenere il citato rapporto, mentre gli altri paesi viaggiano verso la recessione, non è credibile e le agenzie lo sanno.

Fatto sta che già ora lo spread, ossia il differenziale dei tassi d’interesse praticati sulle nuove emissioni rispetto alle analoghe tedesche, naviga sui 230 punti base, cioè il 2,3% in più. E di fatto le ultime emissioni a 10 anni sono ad un tasso d’interesse reale del 3,5%.

Il che significa che per ripagare il debito con questi tassi occorre: o aumentare le entrate – e non si capisce come, se non con la tassazione – oppure contrarre nuovo debito, sperando di trovare finanziatori ad un tasso sostenibile; ma contrarre nuovo debito senza aumentare il rapporto col PIL presuppone una crescita economica che,  appunto, è un miraggio.

In secondo luogo, c’è il problema dei tassi interni. Il loro drastico aumento altera il mercato obbligazionario e finanziario più in generale.

Se nuove obbligazioni vengono emesse a tassi elevati quelle in corso subiscono una svalutazione. Chi vuol rivenderle lo fa in perdita perché chi compra vuole guadagnare almeno quanto ricavabile con i tassi aggiornati. L’entità della perdita dipende da quanto manca alla scadenza, perché può essere più conveniente attendere  e prendersi la liquidità impegnata. Purché sia indicizzata, ma solo una parte delle obbligazioni lo é.

Se le obbligazioni già contratte non sono indicizzate. la perdita è secca e con un’inflazione a questi livelli, anche se si attende la scadenza, si fa presto a perdere una buona fetta di capitale.

Vi sono grossi problemi per le grandi banche, già esposte con titoli tossici, come quelli del mercato russo, ma non solo (derivati, cds). In Italia nel 2019 l’ammontare di questa mina vagante finanziaria nel era di tre volte il PIL.

Tutto ciò ha una ricaduta sulla tenuta finanziaria del sistema-paese e non può non costituire materiale incendiario per un’eventuale speculazione diretta.

Tanto più che la Bce interverrà in soccorso – se lo farà – solo quando l’attacco sarà in atto.  Per ora non ha preso impegni sugli acquisti di titoli a reddito fisso.

Certo in tempi normali sarebbe duro mollare l’Italia al suo destino, così come salvarla.  Ma non siamo in tempi normali e se l’Italia imperialista sta male, gli altri stanno solo meno peggio.

I problemi del debito, dell’inflazione, della stagnazione, della disoccupazione, sono problemi strutturali, tipici del sistema imperialista-capitalista, non risolvibili dentro il modo di produzione vigente.

Le politiche attuate dalla borghesia per affrontare questi problemi senza danneggiare gli interessi del  grande capitale hanno come inevitabile risultato l’attacco a quello che rimane dello “stato sociale”, alle condizioni di lavoro e di vita della classe operaia e delle masse popolari, alle quali spetta organizzare la resistenza contro le manovre antioperaie e reazionarie.

Rifiutiamoci di pagare le conseguenze del debito astronomico, della guerra e della crisi capitalistica! L’alternativa non sta in un ritorno al passato, al periodo della lira e delle partecipazioni statali, e nemmeno nell’impossibile riforma del sistema imperialista.

Sta invece nella rottura rivoluzionaria con un sistema che ci riserva solo aumento dello sfruttamento e regressione sociale, impoverimento di massa e guerre banditesche.

Solo con il potere proletario potremo uscire dalla spirale del debito e dalla torchiatura sempre più intensa che il capitale impone alle masse lavoratrici.

Da Scintilla n. 128 – novembre 2022

Enquire here

Give us a call or fill in the form below and we'll contact you. We endeavor to answer all inquiries within 24 hours on business days.
[contact-form-7 id="5208"]
Organizzazione per il partito comunista del proletariato