Operai, capitalismo e crisi ambientale
Corrispondenza
La trasformazione della industria automobilistica colpisce gli operai di molti paesi imperialisti e capitalisti. La questione è legata al fatto che il profitto nei settori a motore termico declina.
C’è dunque un legame fra bassi saggio di profitto e trasformazione ecologica. Il capitale vede nella questione della transizione ecologica un’occasione per massimizzare i profitti. Ma la produzione di motori elettrici impiegherebbe un terzo della forza lavoro di quella necessaria alla produzione i quelli termici.
Ciò determina il fatto che, soprattutto nelle industrie da cui proviene un alto contenuto di emissioni, la questione ambientale è percepita da numerosi operai come una minaccia per i loro interessi immediati.
Di ciò si rende principalmente responsabile l’indirizzo dato dalla componente piccolo-borghese che oggi predomina nel movimento ambientalista, così come l’opportunismo della burocrazia sindacale.
Il vero problema è che la crisi ambientale viene considerata e affrontata isolando il suo nesso con l’ordine sociale capitalistico.
Proprio come questa separazione fa uscire dall’angolo visivo il capitalismo, e insieme ad esso il capitalista singolo o singoli gruppi di capitalisti, essa trascina i lavoratori nell’errata convinzione che i loro interessi coincidano con quelli dei loro padroni.
Di conseguenza, avviene che gli operai industriali sono indicati come una massa che non prende sul serio una questione generale come l’ecologia e assume una posizione conservatrice. In tal modo se ne mette ancora più in discussione la peculiarità di porsi all’avanguardia nell’evoluzione sociale e di essere, attraverso le loro azioni e il loro movimento, il motore intellettuale e morale rivoluzionario artefice del progresso storico.
A ben vedere, la crisi ambientale è soprattutto una manifestazione indiretta della contraddizione inconciliabile tra i due poli principali della società capitalistica, la borghesia e il proletariato, poiché la crisi ambientale non si risolve permanendo lo scopo principale della produzione capitalistica, il profitto, e quindi la contraddizione fondamentale che corrode intimamente il capitalismo.
La crisi ambientale, che si esprime soprattutto nei cambiamenti climatici, rappresenta una forma in cui appare la contraddizione capitalistica fondamentale, che continua ad approfondirsi sotto l’impulso a massimizzare l’estrazione di plusvalore.
L’indifferenza del capitale per la salute e la durata della vita dei lavoratori oggi è arrivata al punto dell’indifferenza del capitale per le condizioni naturali della vita stessa.
A causa della sua portata generale, la conservazione delle condizioni per l’esistenza degli esseri umani e di tutti gli esseri viventi, la questione ambientale non è solo una questione politica di grande portata e urgenza, ma anche una questione di lotta di classe diretta, immediata, in cui ogni classe rappresenta la propria prospettiva e i propri interessi.
Così, il “capitalismo verde” è un termine demagogico con il quale si vuole intendere che la lotta contro la crisi ambientale deve essere condotta nel rispetto delle leggi dell’economia capitalistica e del mercato.
È importante, innanzitutto, capire che la lotta contro la crisi ambientale è una lotta che può essere condotta principalmente dalla classe operaia in quanto unica classe della società moderna i cui interessi di classe comprendono gli interessi generali dell’umanità.
È quindi fondamentale non degradare la questione ambientale ad una “questione politica del giorno”, ma considerarla fondamentale per la coscienza politica della classe operaia di oggi e sviluppare una consapevolezza tra i lavoratori che vada oltre la “coscienza ambientalista” e riconosca le cause originarie ultime dei contrasti di classe.
Questo è fondamentale perché la crisi ambientale segnala che si è al punto in cui le contraddizioni tra le condizioni di esistenza del capitalismo e le condizioni del processo di riproduzione della vita umana si trovano in aperto conflitto. In realtà, il raggiungimento di un tale limite, se si guarda alle reazioni della natura stessa, richiede la fine del rapporto di sfruttamento e di depredamento capitalistico della natura.
Tuttavia, l’attuale stato del fattore soggettivo non consente questo passo urgentemente necessario.
Ciò richiede che si consideri il seguente aspetto del problema: in regime di produzione capitalistica, gli operai che vendono la loro forza-lavoro, entrati che siano nel processo produttivo, sono inevitabilmente coinvolti nella pratica distruttrice della natura da parte del modo di produzione capitalistico.
Anche se i lavoratori sono testimoni diretti della distruzione della natura che avviene nell’intero processo di produzione e circolazione e ne piangono le conseguenze, la loro realtà non cambia.
Per la media e la piccola borghesia, il degrado ambientale può essere considerato una questione etica, di stile di vita e di immagine del pianeta che lasceranno in eredità ai loro figli.
Per gli operai, invece, questi aspetti sono incompatibili con la loro vita pratica o rappresentano un dilemma morale che non possono risolvere.
La schiavitù salariale forzata li aliena dalla natura, sebbene sono l’elemento più attivo del ricambio con la natura nell’intero processo produttivo. L’estraniazione dei lavoratori dalla natura non è quindi la conseguenza diretta e inevitabile della loro indifferenza verso la natura o la sua distruzione, ma la conseguenza dell’indifferenza dell’accumulazione capitalistica nei riguardi della natura.
Le accuse di indifferenza degli operai ai problemi ambientali rimangono prive di significato e distorcono la realtà per il fatto che non si rivolge l’attenzione ai rapporti sociali in cui gli uomini entrano, sotto il capitalismo, nel processo di produzione e riproduzione della loro vita, e allo sperpero, della forza naturale della terra.
D’altra parte, questa realtà dei rapporti di produzione capitalistici non significa che i lavoratori salariati non debbano assimilare la seguente consapevolezza: finché limitano i loro orizzonti e le loro azioni ai loro interessi individuali e quotidiani (come evitare di perdere il lavoro o di non trovare lavoro), saranno sconfitti sempre.
Continueranno ad essere privati di una vita dignitosa e sicura, di un ambiente sano, dell’aria pulita, dell’acqua e della natura. Il conto crescente della crisi ambientale sarà pagato in primo luogo da loro stessi e dai popoli oppressi del mondo.
Gli operai, che sono al centro dell’attività produttiva che rende possibile il ricambio organico con la natura, non saranno in grado di superare la crisi ambientale fino a quando non agiranno nella società in modo indipendente.
Ciò di cui abbiamo bisogno non sono sogni che ci alienino dalla realtà o ci consolino, ma lo sviluppo e l’organizzazione di tutta la classe operaia, in una lotta diretta contro il regime capitalistico che ci dia ogni possibilità di cambiare e migliorare la nostra realtà.
L’antidoto alla disperazione che prevale di fronte allo stato del mondo e della natura deve essere quello di lottare per questa idea direttrice.
Da “Scintilla” n. 151, febbraio 2025
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