PCE (m-l): Sui compiti attuali
Partito Comunista di Spagna (marxista-leninista)
SUI COMPITI ATTUALI
Nel maggio 2011, una manifestazione di giovani studenti finì per accamparsi permanentemente alla Puerta del Sol di Madrid, dando vita al cosiddetto 15M, un movimento spontaneo senza direzione politica che suscitò ampie simpatie. A partire dal 2012, l’ampiezza della mobilitazione popolare contro i brutali tagli del governo Rajoy ha inondato le strade delle principali città spagnole, provocando durissimi scontri con la polizia (che hanno portato lo Stato ad approvare una norma popolarmente conosciuta come: “legge bavaglio”, per garantire l’impunità delle forze di polizia e limitare il diritto di manifestare, una legge che, nonostante la sua pervasività, i governi di coalizione si sono rifiutati di abrogare) e grandi manifestazioni culminate al marzo 2014 con una marcia su Madrid che ha riunito quasi due milioni di persone. Sebbene quelle mobilitazioni non avessero obiettivi politici generali e nemmeno provenissero da organizzazioni popolari consolidate, ma piuttosto fossero chiamate dalle cosiddette “maree”, una somma disaggregata di collettivi settoriali, le mobilitazioni misero in pericolo la stabilità del regime.
Il rischio che i giovani che si scontravano con il governo adottassero rapidamente un orientamento rivoluzionario ha spinto alcuni media “opinion maker” a promuovere il ruolo di un gruppo di attivisti, per lo più provenienti dall’Università Complutense di Madrid e strettamente legati all’ambiente revisionista, aiutando loro a fondare nel 2014 Podemos, una forza che fece sue le tesi populiste di Laclau, riferimento intellettuale del kirchnerismo argentino, e il cui carattere politico era vicino a quello del Syriza greca. Nelle elezioni del Parlamento europeo del maggio di quell’anno, Podemos ottenne inaspettatamente un milione e mezzo di voti e cinque deputati.
Per il regime si trattava di lanciare un’operazione simile a quella dell’inizio della Transizione, al fine di esaurire lo slancio potenzialmente rivoluzionario dei giovani, ostacolare lo sviluppo della lotta popolare, allora in ascesa, e mantenerla entro i limiti.
La retorica iniziale dei leader populisti ha lasciato il posto al pragmatismo borghese. Infine, l’alleanza con l’IU e il revisionista PCE per formare Unidas Podemos (UP) e la costituzione, nel dicembre 2019, del primo governo di coalizione, hanno segnato l’inizio di un mandato riformista che ha finito per portare entrambe le forze in una situazione di discredito totale davanti al proletariato e alle classi popolari.
Il discredito del populismo cittadino è stato molto rapido: nel maggio 2021 si sono svolte elezioni anticipate nella Comunità di Madrid nelle quali la coalizione Unidas Podemos ha subito un primo duro colpo. Il leader fino ad allora dell’UP, Pablo Iglesias, si dimise, nominando a succedergli Yolanda Díaz, membro del revisionista PCE; una vecchia conoscenza, responsabile della svolta riformista e della successiva liquidazione della coalizione Alternativa Galega de Esquerda, che nel 2012 (due anni prima della nascita di Podemos) fu il primo tentativo di unità elettorale della sinistra galiziana, al quale parteciparono attivamente compagni del nostro partito.
La nuova rappresentante di UP ha portato avanti un’intensa campagna d’immagine, ma ha sempre praticato il riformismo più miserabile, ha difeso la pace e il dialogo sociale con il grande padronato e ha combattuto quello che lei chiama “rumore” in politica, chiedendo la cessazione di ogni pressione sociale. Temendo di dover affrontare un governo “amico”, i dirigenti sindacali si sono sempre rifiutati di mobilitare i lavoratori, nonostante i tassi schiaccianti di disoccupazione, precarietà lavorativa e salariale, povertà ed esclusione sociale che crescevano nel nostro paese.
L’intero mandato del primo governo di coalizione è stato un susseguirsi di impegni non soddisfatti e di vuote chiacchiere. Nel nostro Comitato Centrale del novembre 2023, abbiamo sottolineato che “i revisionisti al governo… tra i piagnistei, continuano a favorire la privatizzazione dei servizi, la militarizzazione dell’economia, il sostegno statale alle grandi imprese, ecc. Mentre le grandi imprese ricevono tutti i tipi di aiuti economici, legali e fiscali, non è stata adottata alcuna misura efficace per migliorare la struttura economica spagnola, né, ovviamente, le condizioni di vita della maggioranza sociale. Il proletariato ha sofferto intensamente le conseguenze di questa politica (le grandi decisioni del governo sono replicate e addirittura approfondite da molti governi di destra delle regioni autonome, come quello di Madrid, che favoriscono ancora di più le grandi imprese in materia fiscale e vanno oltre nella privatizzazione dei servizi pubblici, tutelati da leggi statali che il Governo non ha abrogato né modificato).”
La sua riforma del lavoro, ad esempio, non ha recuperato la legislazione che garantiva un minimo di controllo giuridico e amministrativo minimo sull’occupazione a fronte dei licenziamenti e della generale arbitrarietà degli impresari nei rapporti di lavoro. Di conseguenza, il numero dei licenziamenti per fine periodo-prova e per motivi disciplinari è salito alle stelle (a volte fino al 700%), e le grandi aziende hanno continuato i loro piani di riduzione della forza lavoro (il settore bancario ha chiuso con 19.000 licenziamenti, Telefónica –Movistar, mesi dopo, licenziò 3.500 lavoratori, ecc.).
Le varie misure adottate dal governo per evitare il brutale aumento dei prezzi delle case e degli affitti (aggravato dall’aumento dei tassi di interesse sui mutui ipotecari) sono state subito superate dall’intervento speculativo dei grandi proprietari immobiliari e dei fondi speculativi, che hanno rafforzato il loro controllo del settore immobiliare anche con l’aiuto del Governo (così, ad esempio, nell’aprile 2022 lo Stato ha trasferito la gestione del patrimonio immobiliare di Sareb (1) a due fondi speculativi: Aliseda Anticipa Blackstone e HipogesKKR).
In Spagna solo il 2,5% delle case sono affittate socialmente, contro il 30% nei Paesi Bassi, il 24% in Austria, ecc.; ma il governo di coalizione non ha creato un parco pubblico con le case Sareb pagate dallo Stato, né ha espropriato i grandi proprietari, le cui azioni provocano l’aumento esorbitante dei prezzi immobiliari, né ha posto fine alla speculazione nel settore, pur sapendo chi è il responsabile del problema. Tutto si è limitato a misure parziali, adottate dall’esterno del mercato, che sono state presto ignorate o superate dagli speculatori. Di conseguenza, l’età in cui i giovani spagnoli si emancipano supera i 30 anni.
Il Governo ha ridotto l’importo delle pensioni, compiendo anche un passo importante nel percorso verso la loro privatizzazione, con la legge per la promozione dei piani pensionistici occupazionali, approvata il 9 giugno 2022. L’argomento governativo, come al solito, è l’aumento del numero di nuovi pensionati; ma si tace che, per salvare le banche dalla crisi del 2008, lo Stato ha utilizzato 100 miliardi di euro del fondo pensione; per questo motivo, i diversi governi si sono rifiutati di effettuare la verifica della Previdenza Sociale richiesta dal movimento dei pensionati, ecc. (2)
In generale, l’atteggiamento della coalizione di governo è stato compiacente con gli interessi dell’oligarchia imprenditoriale e finanziaria: così, ad esempio, non ha posto fine agli abusi nelle pratiche di formazione e nei contratti di borse di studio (circa 1,3 milioni di lavoratori, in particolare giovani, lavorano con questo tipo di contratti di formazione), né ha posto fine agli abusi degli istituti finanziari, che non remunerano i depositi, ma aumentano gli interessi sui loro prestiti, ottenendo con queste pratiche un profitto scandaloso, ecc.
Insieme alla delusione e alla demoralizzazione, il lungo periodo di pandemia ha contribuito a raffreddare il clima politico; ma con l’allentamento delle misure sanitarie eccezionali, la mobilitazione è cresciuta, anche se in modo ancora dispersivo, non coordinato e senza obiettivi politici comuni: uno degli esempi più notevoli è stato sperimentato a Cadice con la lotta del settore metallurgico a fine 2021, una lotta che ha ricevuto la solidarietà di migliaia di lavoratori in tutto il paese; anche il lungo sciopero dei medici di base e le grandi mobilitazioni in difesa della sanità pubblica a Madrid, che hanno portato in piazza centinaia di migliaia di cittadini, sono state la prova della ripresa della mobilitazione. In tutti i casi, i leader sindacali e i politici riformisti si sono impegnati attivamente nel ridurre la tensione.
Nonostante tutto, poco a poco, si sono aperte espressioni di opposizione di classe che hanno cercato di unificare le lotte e di dare loro un contenuto combattivo. Una delle correnti più attive in questo senso è stata quella dei Lavoratori Pensionati, con la quale il nostro partito ha collaborato. Il movimento dei pensionati porta avanti da anni mobilitazioni in difesa delle pensioni pubbliche e contro i tagli che diminuiscono questo diritto. Quando il governo di coalizione ha chiarito che non avrebbe abrogato le riforme regressive dei precedenti governi di Rajoy (PP) e Rodríguez Zapatero (PSOE), è diventata una priorità per il movimento dei pensionati prendere posizione contro il loro mancato rispetto, con lo slogan “Governi chi governi, le pensioni pubbliche si difendono”, che è diventato molto diffuso.
Questa ripresa della mobilitazione ha, come diciamo, caratteristiche comuni: avviene generalmente al di fuori delle organizzazioni sindacali, i cui leader cercano di nascondere le lotte e agiscono attivamente per soffocarle; i settori che hanno promosso le mobilitazioni (CTM a Cadice, metallurgici a Vigo, aziende con conflittualità, ecc.) cercano di coordinarle, ma non trovano sostegno nelle organizzazioni politiche; Tuttavia, hanno trovato una forte solidarietà di classe.
I revisionisti al governo non hanno mai pensato, in definitiva, di affrontare i problemi nella struttura economica e politica che condizionano lo sviluppo del nostro Paese. Il punto è che l’applicazione di qualsiasi programma di riforma inevitabilmente si scontra con una struttura economica e politica ereditata dal regime franchista e che si è consolidata e adattata ai cambiamenti della situazione internazionale fin dall’inizio della transizione. Le tendenze che lo “sviluppismo” tardo-franchista ha lasciato in eredità alla monarchia ininterrotta segnano i principali limiti allo sviluppo del nostro paese da allora, che possono essere superati solo rompendo il patto che con essa la sinistra sottomessa ha firmato.
L’inizio della “globalizzazione” ha coinciso in Spagna con quello della transizione. Dopo un periodo di lunga instabilità politica, in cui l’apparato statale franchista lavorò intensamente per imporre il regime monarchico (nella lotta per rompere con il franchismo morirono più di 100 persone, assassinate dalla polizia o dai sicari delle bande fasciste, nelle manifestazioni o scioperi), una volta instaurata la “democrazia” borbonica, fu il PSOE di Felipe González ad avviare il percorso verso la completa “liberalizzazione” dell’economia spagnola.
Ciò che divenne tendenza durante il regime franchista, sotto la monarchia divenne una struttura economica consolidata, caratterizzata da un’economia basata su servizi non legati alla produzione, in particolare turismo, ospitalità ed edilizia (3). L’ingresso nell’Unione Europea ha fatto il resto, attuando la PAC (Politica Agricola Comune) e limitando la capacità di intervento degli organi economici dello Stato, subordinando le grandi decisioni in materia di investimenti, fiscalità, debito pubblico, ecc. a quanto concordato dall’UE. Oggi non solo l’economia del nostro Paese, ma anche il lavoro, l’assetto territoriale, i trasporti, ecc. sono determinati da questa politica economica sviluppata dai diversi governi del regime. Un’altra conseguenza della struttura economica è lo svuotamento della Spagna interna, la cui popolazione è isolata e completamente trascurata da servizi essenziali come la sanità, l’istruzione, l’accesso alla cultura, ecc.
Questa situazione non è frutto del caso: le principali rivendicazioni del movimento popolare, che alla morte dell’assassino Franco era molto potente, organizzato e temprato nella lotta contro la dittatura, furono ignorate: nella sfera politica, la rottura con il franchismo, la costituzione di una Repubblica Popolare e Federale, la purificazione degli elementi coinvolti nella repressione e nell’appoggio alla dittatura, la chiusura delle basi militari yankee e la partenza delle loro truppe, ecc.; nella sfera economica, sociale o lavorativa, il rafforzamento del settore pubblico industriale, la creazione di una banca pubblica, la tutela dell’occupazione, la creazione di un forte servizio pubblico, la confisca dei latifondi, la distribuzione delle terre ai braccianti e la promozione statale del cooperativismo agrario, ecc. La rinuncia a queste rivendicazioni, l’accettazione di una Costituzione come quella del 1978, imposta dall’alto e non frutto di un processo costituente con partecipazione popolare, ecc., non sarebbero state possibili senza il coinvolgimento della direzione del PCE.
Il regime monarchico, fedele e in continuità alla sua origine, non ha mai messo in discussione la struttura di potere ereditata dal regime franchista. La minoranza che dominava l’economia alla morte del dittatore continua a farlo ancora oggi; le istituzioni fondamentali dello Stato non sono al servizio della maggioranza sociale, né sono state epurate dagli elementi della casta reazionaria i cui membri hanno continuato ad essere cooptati negli organi dello Stato fino a formare una crosta che impedisce lo sviluppo di programmi che affrontano i problemi più gravi della popolazione.
Gli organi centrali della magistratura, compresi quelli costituzionalmente preposti al suo controllo, rispondono ai dettami delle forze politiche che rappresentano gli interessi dei vari settori dell’oligarchia: lungi dall’essere una garanzia di legalità, si sono concentrati sulla giustificazione giuridica delle decisioni politiche che limitano i diritti e riducono i progressi democratici, e si oppongono a qualsiasi misura che attacchi gli interessi dell’oligarchia; non hanno mostrato segni di autonomia nei confronti del potere economico e dei suoi rappresentanti politici e, allo stesso tempo, hanno compiuto una manifesta ingerenza negli altri due organi del potere, Governo e Parlamento, senza mantenere un minimo rispetto del principio della separazione dei poteri, tanto amata da ogni democrazia borghese che si rispetti.
La dinastia a capo dello Stato, imposta all’epoca dal franchismo, è il miglior esempio del carattere reazionario e antidemocratico del regime. La Costituzione monarchica garantisce, in pratica, l’impunità dei membri della dinastia riguardo non solo agli atti della loro vita politica, ma anche alla loro vita personale. Il suo primo rappresentante, Juan Carlos, continua a vivere all’estero, legalmente blindato dagli innumerevoli scandali di corruzione in cui è implicato. Il suo stile di vita poco edificante è oggetto di pettegolezzi e battute, ma lo Stato e i suoi rappresentanti chinano il capo davanti alla sua venalità. È passato il decimo anniversario dell’abdicazione di questo personaggio, ma pochi ricordano che una decisione di quella portata fu un procedimento semplice che si risolse in sole due settimane, come tante altre decisioni importanti.
Ora tutti possono vedere che il revisionismo non è un’ideologia rivoluzionaria; che, quando i dirigenti revisionisti parlano di socialismo o difendono la Repubblica, si limitano a mantenere una posa formale, che la loro intenzione non è mai stata quella di rompere con il regime che hanno contribuito a instaurare contro gli obiettivi che animavano i settori più lucidi e organizzati della nostra classe e della loro stessa militanza, nella lotta contro il franchismo.
I revisionisti affermano che viviamo in una democrazia piena, anche se, dicono, permangono procedure antidemocratiche come l’elezione del Capo dello Stato; ma si oppongono all’uscita dal quadro consensuale della Costituzione monarchica. In realtà, la storia moderna del nostro Paese ha visto il costante combattimento tra il popolo per sviluppare senza ostacoli la democrazia in Spagna, e la reazione, che vuole evitarla a tutti i costi; l’oligarchia che controlla realmente lo Stato ha sempre preteso l’accettazione dello status quo e ogni volta che ha visto minacciato il suo controllo, assoluto e in tutti gli ambiti dello Stato, ha utilizzato il potere politico e militare nelle sue mani per imporsi.
Non si tratta, come ha detto cinicamente il traditore Santiago Carrillo, di cambiare il colore di una bandiera, né di conquistare una repubblica borghese che mantenga gli stessi freni costituzionali che oggi impediscono alla maggioranza sociale di esercitare il potere democratico. Si tratta di cambiare radicalmente la Costituzione del 1978, una norma che stabilisce i limiti di un modello statale e di una struttura istituzionale e politica che sostiene un regime dominato da una minoranza di parassiti, grandi uomini d’affari e finanziatori.
Non si tratta di un formalismo democratico, si tratta di restituire voce al popolo per determinare la forma dello Stato e garantire la democrazia, il diritto all’autodeterminazione delle nazionalità storiche, il controllo democratico delle istituzioni, la riforma agraria che ancora attende, il controllo pubblico e la nazionalizzazione dei settori economici strategici, il controllo effettivo e la partecipazione dei cittadini alle questioni che li riguardano. Si tratta, in breve, di applicare il programma che da sempre è associato alla lotta per la Repubblica.
Ci stiamo avvicinando a marce forzate a un momento in cui i dubbi dei riformisti impenitenti non serviranno; né lo stupido attivismo settario e formalmente radicale, ma in pratica accomodante, dei radical-opportunisti: urge l’unità, ma non un’unità qualsiasi; dobbiamo muoverci con decisione verso l’unità popolare attorno ad un programma con obiettivi politici condivisi, che vada oltre l’affrontare la crisi che continua con le armi inservibili di questa democrazia limitata. È urgente stabilire accordi per recuperare l’iniziativa del proletariato. Altrimenti saranno la destra e il fascismo a finire per offuscare definitivamente il “malinteso” della “democrazia” continua.
Chi non vive nel proprio universo particolare, chi non si allontana volontariamente dalla realtà politica e sociale, sa che le condizioni per la rivoluzione non ci sono, che un’immensa maggioranza della nostra classe è ai margini della battaglia politica, tra gli altri motivi, a causa del cesarismo e dell’arroganza che hanno caratterizzato l’operato degli opportunisti e dei revisionisti.
Siamo in una fase democratico-popolare della rivoluzione. Il compito dei comunisti è lavorare instancabilmente per organizzare il proletariato, sfruttando tutte le opportunità che ci permettono di raggiungere le masse, conoscere i loro problemi, che sono i nostri, spiegare le cause e proporre il nostro programma per superarle, organizzarle e imparare da esse, assimilare le forme di lotta che ogni momento politico genera… unire tutti gli sforzi del campo popolare per indirizzarli contro il nemico comune. Sì, il nostro obiettivo è la rivoluzione socialista, distruggere lo Stato borghese per costruirne un altro su basi radicalmente diverse; ma in ogni momento specifico, come consigliava Lenin, dobbiamo tener conto delle condizioni specifiche, per non separarci dalla nostra classe, per articolare il programma tattico appropriato che ci permetta di avanzare verso quell’obiettivo.
Nel Rapporto approvato al nostro ultimo Congresso abbiamo inserito una citazione del compagno Lenin, che mette in guardia contro il dottrinarismo radicale: “E’ cosa molto più difficile – e molto più preziosa – saper essere rivoluzionari quando non esistono ancora le condizioni per una lotta diretta, aperta, effettivamente di massa, effettivamente rivoluzionaria; saper propugnare gli interessi della rivoluzione (con la propaganda, con l’agitazione, con l’organizzazione) nelle istituzioni non rivoluzionarie, sovente addirittura reazionarie, in un ambiente non rivoluzionario, fra una massa incapace di comprendere subito la necessità del metodo rivoluzionario di azione.” ( L’estremismo malattia infantile del comunismo).
SULLA GIOVENTÙ
I giovani sono il settore che soffre maggiormente la crisi generale dell’imperialismo. Avere un lavoro permanente con diritti, un alloggio dignitoso che consenta l’emancipazione, una pensione dignitosa dopo una vita lavorativa attiva, ecc. è diventata quasi una chimera per i giovani lavoratori spagnoli, ai quali viene negata una prospettiva futura. Lo Stato capitalista sta distruggendo tutti i diritti conquistati dalla nostra classe in decenni di lotta e sacrificio.
Tuttavia, apparentemente, i giovani sembrano ai margini di questa realtà, lontani dalla lotta politica, come se dessero per scontato che la vittoria è impossibile, come se avessero assimilato che il loro futuro è condannato in anticipo a essere peggiore di quello dei loro genitori e nonni.
Come è possibile questa inerzia in chi vive il periodo più aperto e vitale, quando è più permeabile agli insegnamenti della vita? Questa inattività è ovviamente più apparente che reale, e ci sono fattori che aiutano a spiegare perché questo settore trascendente della lotta rivoluzionaria, che deve raccogliere il testimone della lotta per l’emancipazione, non è stato incorporato in modo massiccio nella lotta organizzata:
Viviamo, come abbiamo detto altre volte, in un cambiamento di ciclo, in cui, come diceva Gramsci, “il vecchio muore e il nuovo non può nascere”. Oggi sappiamo dove porta la degenerazione revisionista, quali conseguenze porta l’abbandono della ragione, che ci dice che solo la lotta può permetterci di superare un sistema che ci porta alla catastrofe; ma quell’evidenza ha portato con sé profonda delusione, sfiducia e confusione. Quanto più chiare sono le ragioni oggettive della lotta, tanto più lontane sembrano le possibilità di progresso.
Da un lato, le lotte concrete, che prima erano combattute insieme, organizzate, con obiettivi definiti, si danno ora frammentate, dove ogni settore difende le proprie rivendicazioni particolari; le organizzazioni che prima ci permettevano di lottare con la sicurezza di condividere interessi con i nostri fratelli di classe, sono oggi dominate da una burocrazia che si limita a mantenere una struttura che serve a poco se non aiuta a rafforzarsi, a far sì che gli uni diventino molti per l’effetto moltiplicatore che ha l’unità, condividendo sforzi e obiettivi; oppure sono estremamente indebolite e disperse.
D’altra parte, le diverse correnti opportuniste che la borghesia presenta come il “nuovo”, ciò che permetterebbe di porre fine ai mali senza combattere la malattia, hanno finito per aggravare il problema, creando l’illusione che in breve tempo ha dato luogo a maggiore frustrazione. Tutte queste correnti “originali” hanno avuto caratteristiche comuni: il disprezzo per la lotta popolare, la sostituzione dell’organizzazione popolare con l’azione di apparenti leader, che presumibilmente interpretavano il sentimento generale, e il loro carattere riformista: tutti hanno accettato lo status quo, nessuno di loro si propone di porre fine allo Stato liberale, ma piuttosto di riformarlo dall’interno o dall’esterno dell’azione organizzata delle masse.
A tutto ciò vanno aggiunti altri cambiamenti prodotti nella struttura del lavoro, anche nelle forme di relazione, che rendono oggettivamente difficile il compito di organizzarsi: la dispersione del lavoro in piccole unità in cui il lavoratore è fisicamente isolato dai propri compagni, una tendenza portata al parossismo con il “telelavoro”; e i social network, che se da un lato favoriscono la rapida diffusione dell’informazione, dall’altro ne facilitano la manipolazione da parte di un pugno di media che controllano ciò che viene detto e creano addirittura falsi riferimenti in personaggi lontani dall’esistenza reale delle persone (la figura del cosiddetto influencer è un esempio patetico di questi modelli deformati della realtà).
Come in ogni cosa, il progresso tecnico apporta miglioramenti e, nelle mani della classe sfruttatrice, diventa anche un’arma potentissima per addormentare le coscienze e intorpidire. Insieme a tutto ciò, l’anonimato dei social network degrada i dibattiti, poiché non sono soggetti a norme condivise che consentano di mantenerli entro i limiti della razionalità; Al giorno d’oggi è molto più facile che lo sfogo, il formalismo e la stravaganza si approprino del dibattito politico.
“In questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati”, così concludeva la sua nota massima del dirigente comunista italiano. In effetti, non è questa una situazione nuova, anche se ovviamente presenta le sue sfumature, favorevoli e sfavorevoli all’azione rivoluzionaria. La vittoria del proletariato in Russia ha aperto l’epoca delle rivoluzioni proletarie, ma il tradimento del vecchio revisionismo, il suo abbandono del marxismo, hanno lasciato momentaneamente disarmato il proletariato dell’Europa occidentale e hanno permesso l’emergere di correnti che facevano del culto dell’irrazionale la loro ideologia. Il nazifascismo non è solo la causa, ma anche la conseguenza della precedente esuberanza di correnti irrazionaliste a tutti i livelli.
Attualmente, i giovani finora organizzati in forze revisioniste o nazionaliste radicali cercano da tempo un orientamento per il loro lavoro, sanno da tempo che gli obiettivi riformisti delle loro precedenti organizzazioni non intendono porre fine allo Stato borghese. Ma il nemico sa anche che nei cambiamenti di ciclo il ruolo dei giovani è essenziale e, per questo, la borghesia capitalista, che ha sempre lavorato per distoglierli dalla via rivoluzionaria e attirarli verso le “nuove” correnti del momento, facendo si che questa ricerca si perdono in un nuovo formalismo senza via d’uscita.
La chiave per la borghesia è imporre “tabula rasa”, elogiare “il nuovo” come unica guida per l’azione, al fine di allontanarli dagli insegnamenti che anche gli errori precedenti forniscono. E, sapendo che l’analisi marxista per interpretare il mondo in modo razionale e oggettivo è fondamentale per questo, promuovono il nullismo impostando il contatore a zero, rifiutando l’esperienza di lotta delle generazioni precedenti, spesso con una fraseologia “marxista” e “rivoluzionaria”.
Dobbiamo quindi pensare a come raggiungere i giovani: quelli che già partecipano alla politica, influenzati o meno da queste correnti, ma, soprattutto, i giovani lavoratori, che rimangono ai margini della politica, ma sanno che hanno bisogno di unire le forze per lottare per i propri diritti; che non conoscono esattamente l’origine dei loro problemi, ma intuiscono che il sistema li sta portando al disastro.
Come farlo, come ottenerlo?
La lotta si svolge sempre più chiaramente tra la concezione razionale, materialistica e dialettica del mondo e della lotta politica, e l’idealismo nelle sue forme più diverse. Nelle condizioni attuali, il nuovo “idealismo opportunistico” vede il suo lavoro facilitato perché i settori giovanili percepiscono solo le conseguenze disastrose che la politica dello Stato monarchico ha avuto sulla loro vita e su quella delle loro famiglie; hanno anche visto la vacuità del revisionismo e dell’opportunismo quando si tratta di affrontare queste conseguenze, ma sono privati del dibattito politico sulle cause dei problemi che stanno vivendo, il che incoraggia reazioni emotive che li separano dall’ideologia leninista. Nonostante tutto, un nuovo ciclo di lotta si sta aprendo. Nel nostro Paese, come nel resto del mondo, il periodo della “pace sociale” è finito. E questo nuovo ciclo porterà necessariamente con sé un inasprimento del conflitto sociale e politico.
A poco a poco si nota una maggiore partecipazione dei giovani alle mobilitazioni sociali e lavorative, un maggiore interesse a conoscere e discutere di politica; un atteggiamento più attivo nei settori dei giovani che vogliono intervenire direttamente nella lotta politica condotta dalla loro classe, che rifiutano di idealizzare le sciocchezze quando il mondo affronta una lotta senza quartiere per il futuro. Di conseguenza, c’è anche un maggiore interesse a conoscere il materialismo dialettico, l’ideologia leninista che ha dimostrato in pratica la reale possibilità di porre fine allo Stato capitalista e di costruire uno Stato proletario su basi radicalmente diverse. Accompagnare l’esperienza pratica dei giovani, combattere l’indifferentismo e lottare senza sosta contro la degenerazione idealistica è basilare e fondamentale per il nostro Partito, e lo sarà ancora di più nell’immediato futuro.
Dobbiamo partire, come diciamo, dal concreto. Dobbiamo tenere conto, quindi, non solo della situazione oggettiva vissuta dai giovani con cui lavoriamo, ma anche dell’ambiente generale in cui si forma la coscienza dei giovani e della sua espressione concreta nell’ambito in cui agisce ciascun compagno. I nostri compagni giovani gestiscono logicamente i propri codici relazionali, quelli della loro generazione, che ne sono influenzati; ma, d’altra parte, quei limiti oggettivi di cui parliamo, dispersione, tendenza all’individualismo, perfino autoisolamento, non sono condizioni determinanti e immutabili per il lavoro politico con i settori giovanili, né possiamo considerarci immunizzati contro di essi: la natura soggettiva della lotta riguarda tutti noi.
Abbiamo già insistito in altre occasioni sul fatto che la gioventù sta diventando un settore chiave nello sviluppo, nell’immediato futuro, della lotta rivoluzionaria: perché oggettivamente subisce con particolare intensità gli attacchi dell’imperialismo; perché, nel periodo di scontro interimperialista in cui viviamo, la sua situazione non potrà che peggiorare se non combatte; e perché la sua vitalità e permeabilità alla lotta ne fanno un attore essenziale nei processi rivoluzionari.
Per portare la nostra politica ai giovani, dobbiamo avvicinarci a loro: dove esistono le associazioni di base, come un altro membro che accetta e condivide la loro disciplina interna; dove non esistono, contribuendo a crearle, ricorrendo a quanto necessario: attività pre-politiche, ecc. Utilizzare i luoghi esistenti che aiutano a rompere l’isolamento dei giovani, o crearli, è assolutamente necessario.
La formazione dei giovani è un compito fondamentale della JCE (m-l), ma si tratta di formarli nella pratica, non in modo libresco. L’obiettivo non consiste nel fatto che i militanti (giovani e meno) conoscano a memoria le citazioni dei classici, ma che piuttosto imparino ad applicare la loro analisi alle situazioni concrete, il metodo dialettico alla realtà di oggi e nel loro specifico ambiente di attività.
Noi comunisti entriamo nella militanza perché abbiamo bisogno di unità, di condividere lotte e idee con i nostri fratelli di classe e, anche, di stabilire rapporti personali, amicizia e solidarietà fra compagni. La prima cosa che cerchiamo e che dobbiamo offrire è il lavoro collettivo per affrontare i nostri problemi, che richiede impegno individuale. I lavoratori coscienti sanno, perché la pratica lo ha loro insegnato, che l’unità richiede il mantenimento di una lotta incessante contro il cesarismo, l’individualismo e il culto della dispersione che sono stati e sono segni distintivi dell’opportunismo. Sanno che l’unità richiede il controllo collettivo e la responsabilità di ciascuno; che, come sottolineò Lenin, “l’unità è necessaria per la classe operaia. L’unità può essere raggiunta solo attraverso un’unica organizzazione, le cui decisioni siano attuate coscienziosamente e volontariamente da tutti gli operai coscienti. Discutere il problema, esprimere e ascoltare opinioni diverse, conoscere l’opinione della maggioranza dei marxisti organizzati, imprimere questa opinione su una risoluzione e attuare onestamente tale risoluzione, è ciò che si chiama unità in tutte le parti del mondo e da parte di tutti le genti sensate. E questa unità è infinitamente preziosa e importante per la classe operaia. “I lavoratori separati non sono nulla, i lavoratori uniti sono tutto…” (Lenin, “Sull’unità operaia”. Il corsivo sottolineato è del PCE (m-l), N.d.T).
Tutti abbiamo conosciuto ottimi compagni, militanti onesti che si sono esauriti in un attivismo senza senso, incapaci di organizzare il proprio lavoro, di chiedere aiuto; o altri che hanno rifuggito qualsiasi lavoro pratico, ma si sentono a casa loro dibattendo fino allo sfinimento su una frase di questo o quell’autore classico, il più delle volte senza tener conto del contesto in cui è stata scritta e, ancor meno, la sua applicazione al momento attuale.
Nella relazione al nostro IX Congresso dicevamo: “Di fronte ai riformisti e ai dottrinari, il nostro compito è creare spazi di socializzazione che aiutino a ricostruire la lotta politica e sociale, tentare di mettere la contraddizione capitale-lavoro al centro del dibattito politico e non disperdere le nostre forze in progetti che ci porterebbero a mantenere nella pratica una politica errata e incoerente, che offuscherebbero i nostri obiettivi e ci disorienterebbero”.
Non siamo il motore della rivoluzione, né pretendiamo di esserlo, il nostro ruolo è diverso: dirigere le lotte che verranno, guidarle in senso rivoluzionario; e, per fare questo, dobbiamo essere i primi a lottare, nel dare e condividere responsabilità, incoraggiando ad assumersele e dando fiducia alle persone che lottano al nostro fianco. Oggi non viviamo una situazione rivoluzionaria ed è proprio in questi momenti che il fattore determinante è saper proteggere la nostra organizzazione e contribuire a rafforzare l’organizzazione delle masse; perché la dinamica stessa della politica imperialista farà in modo che, prima piuttosto che poi, attiverà il conflitto politico e sociale.
E, proprio ora, i nascenti nuclei di lotta organizzata stanno sperimentando nuovi modi di affrontare il nemico di classe. Lenin sottolineava in circostanze relativamente simili: “Dobbiamo tenere presente che un partito rivoluzionario è degno di questo nome solo quando dirige veramente il movimento di una classe rivoluzionaria. Dobbiamo tenere presente che ogni movimento popolare ha forme infinitamente diverse, sviluppando costantemente nuove forme e abbandonando quelle vecchie, creando variazioni o nuove combinazioni di forme vecchie e nuove. Ed è nostro dovere partecipare attivamente a questo processo di sviluppo di metodi e mezzi di lotta…” (V. I. Lenin, “Avventurismo rivoluzionario”).
Coloro che cinicamente vogliono separare i giovani dal torrente dell’esperienza rivoluzionaria del proletariato, non lo fanno per preservarli dagli errori, ma per rendere un servizio al capitale, che ha bisogno che i giovani fantastichino ancora su un futuro che verrà solo se il proletariato riacquista la sua teoria scientifica e la sua ideologia, per avanzare verso il socialismo.
Sono trascorsi sessant’anni dalla Costituzione del PCE (m-l); sessant’anni di lotta in difesa del marxismo-leninismo. In questa lunga storia, il nostro Partito ha condotto una lotta incessante contro il revisionismo.
Oggi le correnti opportuniste hanno reso evidente la loro nudità ideologica, il loro vuoto pratico. Oggi le correnti opportuniste hanno mostrato l’obiettivo ultimo della loro attività: separare il proletariato dalla rivoluzione. Oggi il nostro Partito è più necessario che mai: l’imperialismo si prepara alla guerra e cerca di porre fine a tutti i progressi compiuti dal proletariato in lotta. Al nostro fianco combattono in tutto il mondo i comunisti, con i quali ci siamo impegnati per realizzare un futuro senza classi, senza sfruttatori e senza sfruttati.
La lotta infuria, si inasprisce, e l’unica garanzia che, in futuro, l’umanità possa vivere libera dallo sfruttamento sta nel fatto che noi comunisti impariamo a organizzarci, a superare insieme i momenti più difficili, ritirandoci con ordine, rispondendo con intelligenza ai colpi del nemico, confidando che la giustizia della nostra lotta porterà finalmente alla vittoria della ragione sulla miseria, certi che con fermezza e disciplina sapremo condurre il proletariato alla vittoria.
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Note sul testo:
- SAREB, popolarmente conosciuta in Spagna come bad bank, è una società di gestione patrimoniale, formata dal patrimonio delle banche che sono state assunte dallo Stato dopo la crisi immobiliare del 2008, per evitare il fallimento di enti finanziari che non potevano ne vendere le azioni immobiliari né riscuotere i prestiti non pagati accumulati a causa della crisi.
- Il sistema pensionistico spagnolo è retto dal principio della ripartizione, secondo il quale i contributi dei lavoratori attivi finanziano le prestazioni esistenti in quel momento, creando un fondo di riserva per far fronte ai pagamenti dei pensionati.
- Per avere un’idea del problema, vale la pena ricordare che, negli anni immediatamente precedenti la crisi immobiliare, 2007-2008, i permessi di costruzione in Spagna superavano quelli di Germania, Regno Unito e Italia messi insieme.
Segreteria del Comitato Centrale del PCE (m-l)
Settembre 2024.
Pubblicato su “Unità e Lotta” n. 49 (novembre 2024), organo della Conferenza Internazionale di Partiti e Organizzazioni Marxisti-Leninisti (CIPOML)
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