Per una mobilitazione unitaria sul salario
I salari reali in Italia sono in calo da 30 anni, a beneficio dei profitti e della “competitività” dei capitalisti.
Dati recenti danno dal 2021 al dicembre 2025 una perdita salariale media dell’8,9%.
I recenti rinnovi contrattuali hanno solo recuperato una parte del valore perso dalla forza-lavoro.
Esiste perciò nel nostro paese un’enorme questione salariale. Non siamo certo i primi a dirlo.
In questi tempi duri, caratterizzati da una nuova fase della lotta a coltello tra le potenze imperialiste, la questione salariale è destinata ad aggravarsi.
Le cifre più benevole attendono un’inflazione del 4-5% per l’anno in corso. I rincari si producono a partire dai prodotti energetici e da qui ai generi alimentari (pomodori +33%, melanzane +28%, carne e uova +8%), alle bollette, a tutte le altre merci e servizi di prima necessità.
Va inoltre considerato che l’inflazione sul carrello della spesa è più alta di quella ufficiale, per non parlare dell’incidenza sui trasporti con la benzina a oltre 2 euro.
Il perdurare del conflitto in atto nel Golfo fa prevedere un’ulteriore diminuzione dei salari reali, ovvero la continua perdita del loro potere d’acquisto.
L’aumento dei prezzi di petrolio e gas, oltre a generare enormi ondate speculative e superprofitti per i monopoli energetici, si scaricherà in tutta la catena produttiva provocando aumenti dei costi, e quindi dei prezzi finali. Accompagnandosi alla frenata economica va a determinare la cosiddetta stagflazione.
Tutto ciò significa maggiore impoverimento assoluto e relativo del proletariato e delle masse lavoratrici.
Si impongono alcune considerazioni sul piano della lotta economica.
La prima: la politica della moderazione salariale deve essere rigettata, rivendicando forti aumenti salariali slegati dalla “produttività”, cioè dall’aumento del gradi di sfruttamento degli operai da parte della borghesia.
La seconda: la durata quadriennale dei contratti nazionali è inadeguata ad affrontare un’inflazione intensa e duratura. Essa va almeno dimezzata.
La terza: l’indice IPCA, che misura l’inflazione “armonizzata” nella UE, è inadeguato: soprattutto perché esclude dal conto i prodotti energetici. Esso va abolito e sostituto da un meccanismo di copertura integrale del salario, la “scala mobile”.
La quarta, vanno rigettati i sistemi salariali a cottimo o a tempo, così come il legame fra salario e utili aziendali, che portano all’intensificazione dello sfruttamento.
Ma ciò non è ancora sufficiente.
Insistere in questa fase sui contratti di categoria per affrontare la questione salariale, vuol dire continuare a curare un malato grave con pannicelli caldi.
Il salario si deprezza per l’inflazione effettiva. Ma va capito che la perdita di potere d’acquisto dei lavoratori è legata anche alle politiche di bilancio che privilegiano le spese militari (che raggiungeranno il 5,5 % del PIL), sacrificando i redditi da lavoro e il ”welfare”. In altre parole si scaricano le conseguenze di militarismo e guerre imperialiste sulle masse lavoratrici.
A ciò si aggiunge il furto del fiscal drag (gli operai pagano il 18% in più rispetto al 2002), che il governo non vuole restituire per finanziare la guerra.
Sul salario va impostata e sviluppata una lotta generale che interessi tutta la massa dei lavoratori sfruttati. Non per pochi “ragionevoli” spiccioli e nemmeno con intenti “perequativi”.
Rivendicare un 20% di aumento non diluito e non tassato, tanto per cominciare, è più che ragionevole.
Un aumento che sia pagato da profitti e rendite, che dall’abbassamento salariale traggono costante alimento. Dunque non solo dai famosi “extraprofitti”.
Una simile vertenza, adeguatamente motivata a partire dalla classe operaia, farebbe invertire la sfiducia, la passività, la rassegnazione esistenti. E darebbe il suo contributo a far rientrare la classe nella scena politica.
Ma la questione salariale non si esaurisce col salario diretto di chi è in produzione.
Una consistente fetta di lavoratori è periodicamente fuori dalla produzione per svariati motivi. Essa è retribuita con gli ammortizzatori sociali (cassa integrazione ordinaria, straordinaria, contratti di solidarietà). Non sono automatici, sono contrattati e pagati dell’INPS e coprono solo una parte del salario. Eventuali integrazioni non sono automatiche, ma devono essere ottenute con una dura contrattazione che le realtà più deboli (la grande maggioranza) non sono in grado di affrontare e sostenere.
Dentro la vertenza salariale anche questo problema deve essere affrontato. Occorre sia un’unificazione degli strumenti, salariali e normativi, che diano certezze ai lavoratori fino a che non rientrano in produzione, sia ponendo l’integrazione salariale al 100% a spese dei padroni e dei ricchi.
L’esperienza dimostra che la questione salariale nel suo complesso non può essere risolta né dai reazionari, nè dai riformisti che ne parlano demagogicamente.
Costoro pongono sistematicamente gli “interessi nazionali” al di sopra di quelli di classe, diffondono illusioni e promesse su “salari giusti” o “minimi”.
Ma nel capitalismo il livello del salario è determinato da un’accanita lotta tra proletariato e borghesia, nella quale la classe operaia deve affrontare non il singolo padrone, ma l’intera classe dei capitalisti e il suo Stato.
La questione salariale va sollevata da operai e delegati nelle assemblee. Se non ci sono se ne deve richiedere la convocazione. Se nemmeno in questo modo si ottengono, esse vanno organizzate autonomamente, non necessariamente nei locali aziendali.
Ma parlarne e far esprimere la massa operaia non è sufficiente. Così come non ci si deve accontentare di impegni disattesi dagli apparati sindacali.
Per vincere serve organizzazione, lotta e unità. Di grande importanza è la cooperazione di operai e delegati combattivi, che diano vita comitati di lotta larghi ed unitari, a prescindere dalle tessere di appartenenza.
Organismi di fabbrica e di territorio tanto più autorevoli quanto maggiore sarà il loro numero, il grado di rappresentatività, la vastità del loro coordinamento.
Questo percorso, una volta iniziato, per la dinamica stessa delle cose in cui agisce l’elemento cosciente che organizza e dirige, daranno sicuramente un contributo decisivo al ritorno della classe sulla scena politica su posizioni rivoluzionarie, per dirigere la lotta non solo contro le conseguenze del capitalismo, ma contro la causa fondamentale dell’oppressione e della miseria del proletariato: il modo di produzione capitalistico.
Da “Scintilla” n. 160, maggio-giugno 2026
Categorie
- AMBIENTE (42)
- ANTIFASCISMO (66)
- ATTUALITA' (458)
- CIPOML (125)
- DONNE IN LOTTA (36)
- ECONOMIA (44)
- ELEZIONI E REFERENDUM (22)
- FONDAZIONE PCdI (19)
- FORMAZIONE (1)
- GIOVENTU’ M-L (50)
- INTERNAZIONALE (345)
- LOTTA ALLA GUERRA (181)
- LOTTA PER IL PARTITO (77)
- MEMORIA STORICA (131)
- MOVIMENTO OPERAIO (252)
- POLITICA (217)
- PRIMO MAGGIO (2)
- QUESTIONI TEORICHE (59)
- RIVOLUZIONE D'OTTOBRE (26)
- SALUTE E SICUREZZA (54)
- SCINTILLA (39)
- SOCIETA' (57)
- TESTI M-L DIGITALIZZATI (19)