Piano Stellantis: più sfruttamento e chiusure
Il 21 giugno Filosa (CEO di Stellantis) ha presentato il nuovo piano della multinazionale, di 60 miliardi di investimenti, di cui 36 miliardi in marchi e prodotti e 24 miliardi in piattaforme, propulsori, tecnologie.
Un progetto colossale che mette in luce la crisi profonda del settore automobilistico e l’interesse a spremere una maggiore quantità di lavoro non pagato dagli operai.
Il 60% degli investimenti in nuovi modelli andrà in Nordamerica, una buona parte nei paesi emergenti come Marocco, Algeria e Sudafrica. Pochissimo in Europa, dove si prevede un’ulteriore contrazione di volumi di 800.000 unità.
Filosa intende recuperare il ritardo sull’elettrico facendosi aiutare dai cinesi. È prevista infatti una joint-venture in Spagna con Leap Motor e in Francia con Dongfeng, ma nulla in Italia.
L’attenzione per il Nordamerica si spiega con l’attesa di un aumento del 25% dei ricavi, con 11 nuovi modelli e l’aumento del 35% dei volumi, ma anche per aggirare la politica dei dazi imposta dall’amministrazione Trump.
Medio Oriente ed Africa del Nord sono invece valutati mercati in forte espansione che permetteranno un 40% in più di ricavi.
Aree di interesse più vecchie, come Sudamerica ed Europa prevedono incrementi di ricavo più bassi del 10% e del 15% rispettivamente.
Stellantis ha dichiarato che nel vecchio continente non saranno chiusi stabilimenti, né saranno ridotti gli organici. Un’affermazione per nulla rassicurante che si può spiegare con due diverse politiche:
- a) di entrata di (o di cessione ad) altri produttori, visto l’interesse degli asiatici;
- b) della prosecuzione, con particolare riferimento all’Italia, dell’impiego su scala sempre più larga degli ammortizzatori sociali con il complementare aumento dello sfruttamento (ritmi, turni, saturazione, straordinari, ecc.), della nocività per chi rimane in produzione, oltre che della flessibilità d’impiego per far fronte a picchi di produzione imposti dal mercato.
In Italia i sindacati collaborazionisti sono consci delle nere prospettive che si profilano. Mugugnano, esprimono preoccupazione, prospettano la mobilitazione, ma non la indicono. Si limitano ad implorare il governo di essere ascoltati e di intervenire, chiedono l’apertura di tavoli istituzionali di confronto.
Fanno finta di non ricordare che nulla ha fatto seguito alle promesse in Parlamento di Elkann di qualche tempo fa, dove nessuno – tra quelli che contano – si è permesso di fare anche solo osservazioni.
Tra le promesse non mantenute di Stellantis c’è la “gigafactory” di Termoli, il rilancio di Melfi, Pomigliano, Atessa, Pratola Serra, Cassino, Mirafiori, Modena…
Le burocrazie di Fiom, Fim, Uilm sollecitano inoltre il governo l’attivazione dell’ammortizzatore unico e di stanziare altre risorse (leggi altri aiuti di Stato) per raggiungere un milione di vetture come volume produttivo, quindi di agire per la transizione ecologica sapendo bene che su questo tema il governo è contrario.
Se non ascoltati, dicono, sarà attivata la mobilitazione.
Il 15 giugno hanno avuto un incontro con il responsabile Europa di Stellantis, Cappellano, che ha confermato precedenti dubbi e criticità.
Il 17 dello stesso mese Filosa ha tenuto un’audizione alla commissione attività produttive della Camera, dove i rappresentanti sindacali non sono stati ammessi, e dove ha confermato lo spostamento del baricentro verso USA e Nord Africa. Inoltre ha “deluso” (si fa per dire) precedenti promesse di piani per la produzione di batterie.
Nel frattempo la situazione in Italia continua a peggiorare: volumi ed ordini calano. A Cassino nei primi sei mesi ci sono stati poco più di 30 giorni lavorativi. Ferma anche Pomigliano per mancanza di componenti.
L’azienda ha sfruttato lo sfruttabile in termini di plusvalore estorto agli operai e in termini di aiuti diretti e indiretti di Stato, di cassa integrazione a perdere, pagata dai lavoratori e dalla fiscalità generale.
È ora di porre la questione dicendo “basta”! La cassa integrazione deve essere pagata dai padroni! E devono mettere sul piatto anche i profitti per integrare il magro salario, in modo che si possa vivere dignitosamente, senza fare la fame.
La cassa non deve essere strutturale, ma congiunturale e a rotazione, per risolvere le situazioni di crisi ed esigere dai padroni l’obbligo di investire i loro capitali per garantire l’occupazione, specie se hanno usufruito di aiuti pubblici.
Di mobilitazione finora non c’è traccia. Che si aspetta?
La situazione è insostenibile. La base e gli operai avanzati, a prescindere dall’appartenenza sindacale, devono coordinarsi in fabbrica e sul territorio, imporre con forza l’indizione di assemblee e pronunciarsi per la lotta.
Ma ciò non è ancora sufficiente. Delegati e operai avanzati e coscienti, iscritti o non iscritti alle OO.SS., devono unirsi e prendere in mano l’iniziativa, senza attendere le calende greche dei vertici sindacali.
Occorre costruire Comitati di lotta e di sciopero, andare a una conferenza dei delegati dei vari stabilimenti che possa apparire alla base operaia come un’alternativa credibile di iniziativa e di lotta di fronte all’inerzia dei bonzi sindacali.
Non solo difesa dell’occupazione, ma lotta per ritmi meno bestiali, per la riduzione dell’orario e l’aumento del salario, contro la nocività e per il miglioramento delle condizioni di lavoro, riprendendo tradizioni di lotta vaste, radicali e praticate anche di recente.
Questo sarebbe un grande passo avanti. Ma si deve guardare ed andare oltre.
Nell’ambito nazionale ci sono numerose e importanti mobilitazioni che si avviano, o sono in corso, o già stanno concludendosi. Alcune condotte in modo incisivo ed avanzato. Bisogna unire in una sola vertenza tutte le lotte contro chiusure, delocalizzazioni, licenziamenti superando anacronistici e dannosi divisionismi.
Con l’unità d’azione dal basso la classe operaia acquista migliori rapporti di forza, contrattuale e politica!
Su un punto, infine, va fatta chiarezza. Le lotte, anche difensive, devono superare la divisione degli operai dei diversi Paesi, della quale le multinazionali approfittano per mettere gli operai di un paese contro quelli di un altro.
Questo avviene quando le mobilitazioni rimangono nell’ambito della subordinazione agli “interessi nazionali” che altro non sono che interessi delle frazioni nazionali della borghesia, e nemmeno di queste quando si tratta di monopoli internazionali.
Occorre allora, nel mentre si avanza verso l’unità e la lotta operaia su scala nazionale, compiere passi concreti per l’unità della classe degli operai a livello internazionale, contro la classe borghese.
Da Scintilla n. 161, luglio 2026
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