Povertà, malcontento e coscienza di classe
La statistica dell’Unione europea ha elaborato un indicatore «Rischio di povertà o di esclusione sociale – Europa 2030» per misurare la percentuale di persone che si trovano in almeno una delle seguenti condizioni: vivono in famiglie il cui reddito è inferiore alla soglia di rischio di povertà; vivono in famiglie in condizioni di grave deprivazione materiale e sociale, ovvero in famiglie che non possono affrontare la spesa per le bollette, le spese per il riscaldamento, per un’alimentazione proteica, per l’acquisto degli elettrodomestici più comuni; vivono in famiglie con una partecipazione molto bassa alla forza lavoro.
Secondo tale indicatore, in Italia, nel 2023, la popolazione a rischio di povertà o esclusione sociale, ovvero il numero di persone che si trovano in almeno una delle precedenti condizioni, è pari al 22,8% (circa 13 milioni 391 mila persone). La statistica rileva anche un aumento della quota di popolazione in condizioni di grave deprivazione, nonostante le cosiddette misure di sostegno alle famiglie e le misure una tantum varate dal governo.
La stessa statistica stima per il 2022 che la crescita dei redditi delle famiglie residenti in Italia in termini nominali (+6,5%) non è stata sufficiente a compensare il forte aumento dell’inflazione. I redditi familiari sono così diminuiti in termini reali del 2,1%.
Non si tratta di una caratteristica solo nazionale.
L’indagine statistica europea conta per il 2022 nel numero di circa 95,3 milioni le persone a rischio di povertà o di esclusione sociale, pari al 21,6% della complessiva popolazione dei 27 Stati membri dell’Unione. Nelle grandi economie europee, come quella della Francia e della Germania, la percentuale di popolazione povera è pari, secondo tale statistica, rispettivamente, al 21% e al 21,1% del totale.
Ad ogni aggiornamento della statistica, si rivela un aumento della povertà, nonostante tutta la “poesia” della Commissione europea riguardo alla lotta contro le sue cause.
Le crisi congiunturali e settoriali che vanno sviluppandosi entro la crisi generale del capitalismo si risolvono tutte in una gigantesca opera di redistribuzione: tagli al settore sociale e dell’istruzione, rovina del sistema sanitario, calo dei salari reali, calo delle pensioni reali con contemporanee agevolazioni fiscali ed enormi sussidi per il capitale, oltre all’esplosione della spesa militare.
Le grandi masse si impoveriscono a vista d’occhio. Le crisi succedutesi hanno rappresentato per il capitale l’occasione per aumentare lo sfruttamento della classe operaia e intensificare il saccheggio delle masse lavoratrici.
Mancanza di fiducia
Nessuna meraviglia, quindi, se la fiducia nel sistema sociale ed economico e nei partiti politici che ne sono espressione, vadano diminuendo rapidamente.
Il sistema politico dominante non gode più dell’ampio sostegno della classe operaia e delle masse popolari. Il sistema politico attuale si dimostra incapace di garantire veri diritti politici ai lavoratori, tanto meno di assicurare i diritti democratici più elementari. Insieme alle preoccupazioni economiche, la mancanza o l’assenza di giustizia sociale è sempre più avvertita dalla popolazione. Le personalità più in vista della vita politica e dei media hanno perduto ogni residuo legame con la vita quotidiana della massa popolare, con ciò alimentando quella sfiducia nella democrazia parlamentare borghese e nelle sue istituzioni della quale si servono le forze reazionarie e fasciste per avvicinarsi agli strati più retrogradi.
E la resistenza?
I cambiamenti nella condizione della grande massa lavoratrice stanno avendo un impatto in vari ambiti, anche se non con carattere di uniformità, e con un certo ritardo. Quindi la resistenza visibile non corrisponde ancora all’insoddisfazione crescente, alla consapevolezza del marciume del sistema vigente.
Ad impedire o almeno ad arginare il processo di mobilitazione e di riconquista della coscienza classista, il capitale chiama i suoi fidi aiutanti della burocrazia sindacale.
In questo clima generale, i capi sindacali intervengono per impedire una partecipazione degli strati più bassi e peggio pagati della massa lavoratrice posta sotto la minaccia costante della disoccupazione e della miseria. La lotta contro i licenziamenti, per gli aumenti salariali, per la contrattazione collettiva, da essi proclamata a parole viene sabotata nei fatti. Ma questa opera di sabotaggio non potrà alla lunga tenere, mentre il malcontento aumenta.
Questo anche perché le conseguenze dei contrasti sempre più aspri tra i due grandi blocchi imperialisti che oggi si affrontano, gli Stati Uniti, la NATO, l’Unione Europea da un lato e l’imperialismo cinese e russo dall’altro, stanno diventando sempre più evidenti.
I lavoratori devono pagare per l’aumento delle spese militari con il calo dei salari, l’alta inflazione e i tagli alla spesa sociale. Allo stesso tempo, la produzione dei beni di consumo civili si va restringendo in una serie di rami economici. La produzione di massa di questi rami entra in urto con il restringimento della forza di acquisto della società. Ogni miracolo economico si rivela una millanteria. Ognuno di questi miracoli è soggetto alle leggi cieche del mercato capitalistico.
Che cosa fanno i governanti?
I suoi rappresentanti politici avvertono sempre di più che il prestigio e il credito della classe dominante stanno diminuendo. Ma quest’ultima non resta inerte: cerca di distogliere l’attenzione dei lavoratori dalla crisi capitalistica e dalle cause dei fenomeni sociali negativi.
Accanto ai media mainstream, anche i social media, che la classe dominante tiene nelle proprie mani e che sovvenziona generosamente, sono strumenti attraverso i quali i messaggi che incitano all’odio e alla violenza vengono diffusi nella società.
Un esempio: si accendono i riflettori sulla “frode sociale” ponendola al centro del dibattito pubblico e si sparge il sospetto di essere un imbroglione su ogni percettore delle ben misere provvidenze governative, la cui adozione è stata solo un mezzo per deviare temporaneamente la protesta sociale. Questo mentre i veri parassiti della società, che gonfiano gli indici azionari delle aziende per nascondere la cronicità del calo della produzione industriale, si accaparrano i milioni erogati dallo stato per “sostenere gli affari”.
Un altro esempio si ricava dalla questione dell’asilo ai rifugiati. Mentre il fallimento del sistema, la crescente povertà, la minaccia della perdita di posti di lavoro sono fonte di preoccupazione per grandi masse popolari, sollecitandole ad una richiesta di cambiamento, si suscita un clima di sospetto nei riguardi dei “richiedenti asilo” e, sull’onda di una minacciata “invasione”, il diritto d’asilo è di fatto soppresso nei paesi dell’Unione europea.
L’antico motto della classe dominante: divide et impera, si ripropone in ogni forma per assicurare un “pacifico” sfruttamento di una grande massa di forza lavoro.
Non è casuale se lo strumento caratteristico dell’azione del governo in carica sia la demagogia sociale sotto ogni forma. Come non è affatto casuale che i partiti che si vantano di rappresentare l’opposizione parlamentare si appropriano dei temi portati avanti dalla reazione e li ripropongono nella propria politica di collaborazione di classe.
Tutto ciò si compendia in un metodo per il distoglimento dell’attenzione della classe operaia e delle masse lavoratrici dalla catastrofe capitalista.
Che fare?
Come detto, il malcontento, l’insoddisfazione, persino la rabbia contro questo sistema e contro la politica borghese nel suo insieme, si esprime già in molte aziende e in località diverse del paese. Si tratta di innalzare questi sentimenti fino alla conquista di una coscienza classista più precisa e limpida.
Nelle lotte che si accenderanno in un crescendo, sarà fondamentale chiarire che non si tratta solo di singoli fenomeni slegati tra di loro e in una successione casuale, ma che tutti sono prodotti dell’ordine sociale capitalista.
Diventa della massima importanza confutare l’idea che sia possibile condurre una politica “ragionevole” sotto il capitalismo.
Le lotte per rivendicazioni concrete devono essere sviluppate e allo stesso tempo le illusioni su questo sistema devono essere dissipate.
Soprattutto va rimessa all’ordine del giorno l’alternativa del socialismo, della lotta per porre fine alla vecchia struttura capitalista che inevitabilmente deve essere sostituita da una struttura nuova e superiore, dal socialismo.
Da Scintilla n. 146, giugno 2024
Categorie
- AMBIENTE (41)
- ANTIFASCISMO (64)
- ATTUALITA' (442)
- CIPOML (124)
- DONNE IN LOTTA (36)
- ECONOMIA (44)
- ELEZIONI E REFERENDUM (22)
- FONDAZIONE PCdI (19)
- FORMAZIONE (1)
- GIOVENTU’ M-L (48)
- INTERNAZIONALE (337)
- LOTTA ALLA GUERRA (175)
- LOTTA PER IL PARTITO (72)
- MEMORIA STORICA (129)
- MOVIMENTO OPERAIO (240)
- POLITICA (209)
- PRIMO MAGGIO (1)
- QUESTIONI TEORICHE (59)
- RIVOLUZIONE D'OTTOBRE (26)
- SALUTE E SICUREZZA (52)
- SCINTILLA (38)
- SOCIETA' (55)
- TESTI M-L DIGITALIZZATI (19)
Comments are closed.