Proseguire, estendere, organizzare la mobilitazione di massa

Le giornate di mobilitazione e di lotta con scioperi articolati per categoria e per regioni, o aree geografiche, proclamate dai capi di Cgil e Uil, nonché quelli proclamati da alcuni sindacati di base, hanno riscontrato in generale delle buone partecipazioni, pure se non uniformi nel territorio nazionale. Manifestazioni con almeno 50 mila lavoratori a Firenze, 60 mila a Roma, 30 mila a Napoli, 10 mila a Bari ed inoltre piazze piene a Perugia, Padova, Ancona, Siracusa, etc.

Senza dubbio i livelli di partecipazione in alcune città importanti (Milano, Torino, Genova…) potevano essere maggiori se non si fosse scelto di disperdere i manifestanti in diverse località.

Tenendo conto dell’assenza della Cisl (secondo sindacato italiano) la partecipazione agli scioperi in fabbrica, sebbene non uniforme, è stata in molti casi superiore al 90% (tra cui, significativamente, in alcuni stabilimenti Stellantis), e mediamente sul 70%.

Le gravi misure antipopolari e di classe, tra cui veri e propri furti di salari e pensioni, contenute nella manovra finanziaria del governo Meloni sono comprese e rigettate dalla classe operaia, malgrado la grancassa mediatica filogovernativa di molti mezzi di informazione.

Esiste inoltre un malcontento che va al di là delle misure contenute in finanziaria.  L’aumento dei ritmi di lavoro, i licenziamenti di massa, il costo degli alloggi, del riscaldamento, dei trasporti, dei beni di consumo di base, la caduta dei salari reali, il precariato dilagante, il taglio dei servizi pubblici, dei sussidi ai disoccupati, l’enorme costo della guerra in Ucraina, i crimini dell’imperialismo e del sionismo, scuotono le coscienze e si manifestano come disponibilità alla lotta. Milioni di lavoratori sfruttati escono dalla passività e sono propensi a imporre le proprie rivendicazioni ai padroni e ai governi attraverso manifestazioni e scioperi nei quali riprendono fiducia della loro grande forza.

L’attacco al diritto di sciopero con precettazioni nei servizi pubblici si è ritorto contro il governo finendo come motivazione aggiuntiva, a dimostrazione della persistente coscienza che tale fondamentale arma di lotta non è affatto spuntata, come sostengono da molto tempi i corifei borghesi.

Insomma, una tendenza alla ripresa della lotta in ascesa e in estensione, non valorizzata appieno dallo spezzettamento degli scioperi, con la parziale accondiscendenza sulla precettazione e gli obiettivi prescelti dalla burocrazia confederale. Una scelta organizzativa negativa anche nel momento in cui è in corso il processo di autonomie regionali con possibile ritorno alle gabbie salariali.

Nel rivendicare un illusorio “cambiamento” della finanziaria partorita da un governo del grande capitale dell’industria e della finanza, sordo alle istanze operaie e popolari, i vertici sindacali non hanno aggiunto forza a mobilitazioni che avrebbero potuto essere ben più vaste.

Si capisce anche perché non abbiano voluto un vero sciopero generale. I vertici temono come la peste l’inasprimento della lotta di classe, fino alla lotta politica aperta. D’altra parte, pur sapendo che il riformismo non ha prospettive, lo perseguono per non lasciare spazio all’opzione rivoluzionaria. Sottobanco, rimane l’obiettivo della concertazione, non realizzabile con un governo che fa della sconfitta del sindacato e di ciò che è rimasto del movimento operaio uno dei suoi obiettivi fondamentali. Un governo che, gli organizzatori dovrebbero saperlo, da un lato teme l’allargamento e l’approfondimento della protesta sociale, ma dall’altro approfitta largamente della debolezza delle opposizioni parlamentare e delle mezze parole dei vertici sindacali.

Landini e Bombardieri, presente anche la Cisl – che punta sul logoramento e sul riflusso per rientrare, rafforzata, sui tavoli del collaborazionismo  – hanno di recente incontrato il governo con un nulla di fatto che si sapeva già da prima. Per non perdere faccia e influenza, approfittando del persistente malcontento e della spinta della base, hanno annunciato che la mobilitazione proseguirà. Ma se il registro non cambia e la protesta delle masse lavoratrici non si sviluppa, con una forte componente di lotta operaia, il logoramento ed il riflusso saranno possibili.

Nonostante questi limiti, abbiamo fiducia nel fatto che la spinta alla lotta si svilupperà e si intensificherà ulteriormente nel prossimo periodo a causa dei crescenti attacchi del capitale e dell’incapacità della borghesia di soddisfare le esigenze e le aspirazioni degli operai e delle masse popolari.

Le gravi condizioni vissute dalle masse sotto l’attacco padronale e governativo spingeranno la classe operaia a collegare sempre più strettamente la lotta economica alla lotta politica contro il sistema capitalistico nel suo complesso.

Gli operai coscienti devono perciò mobilitarsi, organizzarsi ed organizzare le masse affinché tale spinta diventi movimento di lotta concreto e solido, sempre meglio organizzato e politicamente indipendente.

Per battere il governo Meloni occorre andare oltre le mobilitazioni parziali, divise per categorie e territori.

È necessario dare impulso e continuità alla protesta sociale, svuotare le fabbriche e riempire le strade, fino a realizzare un grande e combattivo sciopero generale che blocchi la produzione, i trasporti, i servizi.

Lo sciopero, fondamentale arma di lotta dei lavoratori e delle lavoratrici, va difeso non con una linea di arretramento, come quella voluta dai vertici sindacali, ma intensificando il suo utilizzo su una linea di difesa intransigente degli interessi di classe.

Occorre dar vita all’unità di azione dal basso e creare organismi (comitati di lotta, di sciopero, etc.) per superare gli assurdi steccati di sigla e i limiti imposti dalle burocrazie sindacali, riunire vaste masse proletarie ed avanzare nella mobilitazione. Si sono costruite alternative sindacali classiste, al di fuori della concertazione e dei cedimenti? Ebbene, nessuno chiede di smantellarle, ma di trovare i contenuti e le forme di unità di azione dal basso, affinché possano incidere sul resto della classe operaia alzando le bandiere più conseguenti, classiste e rivoluzionarie.

Questi sviluppi e queste azioni esigono il superamento della dispersione, della confusione e della debolezza del movimento comunista e operaio, l’elevamento del livello della lotta politica e ideologica contro tutte le posizioni opportuniste e revisioniste che distolgono la lotta del proletariato contro il suo nemico di classe, la borghesia, e la deviano su binari riformisti senza prospettiva.

In particolare l’essere parte attiva delle lotte odierne richiede che le forze comuniste e operaie di avanguardia si uniscano in una sola organizzazione basata sui principi del marxismo-leninismo per sviluppare la coscienza di classe degli operai, per mobilitare le masse lavoratrici, unirle e orientarle nella prospettiva della rottura rivoluzionaria del sistema capitalista-imperialista.

Da Scintilla n. 140 – dicembre 2023

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