Questione migratoria e sciovinismo

Secondo l’organizzazione delle Nazioni Unite UNHCR, il numero delle persone costrette a fuggire dai propri paesi è aumentato ogni anno nell’ultimo decennio.

Alla fine del 2021 il numero delle persone in fuga dalle persecuzioni, dalle violenze, dalle guerre civili, dai conflitti causati dall’imperialismo e dalla reazione capitalista è salito a 89,3 milioni (cioè una persona su 88 nel mondo).

Gli impatti dei cambiamenti climatici innescano sia sfollamenti sia peggioramenti delle condizioni di vita, ostacolando il ritorno per coloro che sono già stati sfollati. La crescente intensità e frequenza di eventi meteorologici estremi stanno causando una media di oltre 20 milioni di persone costrette a lasciare le loro case e trasferirsi in altre aree dei loro paesi ogni anno.

Secondo il World Migration Report dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), nel 2020 si stimavano almeno 272 milioni di migranti nel mondo, che corrispondevano al 3,5% della popolazione mondiale totale.

La stragrande maggioranza della popolazione migrante totale del mondo è costituita da lavoratori. Secondo i dati dell’OIL, il numero di lavoratori migranti è aumentato da 164 milioni nel 2017 a 169 milioni nel 2019. Durante questo periodo, la quota di giovani lavoratori tra la popolazione migrante nel mondo è aumentata del 2%.

Gli immigrati non devono affrontare solo il dramma dell’abbandono delle loro case e dei paesi d’origine, ma subiscono i comportamenti xenofobi e razzisti promossi dalle forze politiche reazionarie e di estrema destra, il super sfruttamento, l’assenza o la limitazione della protezione e dell’assistenza sociale, la criminalizzazione della loro condizione di “irregolare presenza” sul territorio che si deve alla vessatoria e discriminatoria procedura di registrazione degli arrivi.

Il tema falso e abietto della sostituzione alla nazionalità del paese di una nazionalità straniera, viene riproposto anche nel nostro paese dalle forze reazionarie.

I cittadini extracomunitari regolarmente soggiornanti nel nostro paese risultavano al 1° gennaio 2021 pari a 3.373.876, registrando una tendenza alla riduzione tra il 2018 e il 2021 del -9,2% (da 3,7 milioni a 3,4 milioni circa).

Uno dei motivi del calo delle presenze è attribuito al fatto che molti cittadini immigrati che hanno ottenuto la cittadinanza italiana si sono spostati in altri paesi della UE.

L’incidenza della popolazione straniera sul totale della popolazione residente varia da un massimo del 47,2% (Lussemburgo) a un minimo dello 0,2% (Romania). In Italia la quota di stranieri sul totale della popolazione residente è pari all’8,7% (12° posto per incidenza di stranieri soggiornanti tra i paesi Ue).

Il 54,8% dei cittadini non comunitari presenti in Italia ha tra i 25 e i 54 anni:  sono forza-lavoro.

Secondo i dati pubblicati dal Ministero del Lavoro/Direzione Generale dell’immigrazione, nel suo XII Rapporto Annuale, 2 milioni 257 mila sono gli occupati stranieri di 15 anni e oltre nel paese, pari al 10% del totale degli occupati. Il tasso di occupazione è al 57,8% (58,3% quello dei nativi), l’inattività al 32,4% (35,9% quello dei nativi), ma gli indicatori peggiorano sensibilmente se si fa riferimento solo alle donne.

Il numero dei lavoratori immigrati non registrati non è documentato, ma le statistiche ufficiali stimano in parecchie migliaia gli immigrati impiegati senza alcuna assicurazione e protezione sociale.

L’incidenza di povertà familiare continua a registrare i valori più alti nelle famiglie di soli stranieri e vede peggiorare ulteriormente la loro condizione (489 mila famiglie, pari al 30,6%; erano il 26,7% nel 2020).

Tra i settori con prevalente presenza di forza-lavoro straniera, si distinguono l’agricoltura (18% del totale degli occupati), le costruzioni (15,5%), alberghi e ristorazione (15,3%). Negli “altri servizi collettivi e personali” la preponderanza di forza lavoro immigrata è elevata (34,3%).

Fra i lavoratori immigrati l’impiego precario è in aumento. I contratti di lavoro a tempo indeterminato sono in calo rispetto al 2020 (-13%).

Si registra una crescita consistente dell’apprendistato (+43,1% per i lavoratori extracomunitari), un aumento anche dei contratti di lavoro a tempo determinato (+18,4%) e dei contratti di collaborazione (+23%).

Anche per quanto riguarda le altre tipologie di contratto (contratti di inserimento lavorativo, contratti di agenzia a tempo determinato e indeterminato, contratto intermittente a tempo determinato e indeterminato, lavoro autonomo nello spettacolo) si registra un aumento pari al 34,4%.

I dati sulle malattie professionali dei lavoratori immigrati non danno evidenza della portata del fenomeno. L’analisi per paese di nascita conferma anche per il 2020 una netta predominanza di infortuni per i non comunitari.

I dati che riguardano la distribuzione delle nazionalità dei lavoratori immigrati mostrano che i capitalisti ricorrono allo sfruttamento intensivo di una manodopera multinazionale.

Le organizzazioni del capitalismo industriale ed agrario, attraverso la forza-lavoro straniera mirano a esercitare una pressione sulle conquiste dei lavoratori nativi (orario di lavoro, salari, ferie, ecc.).

Qual è la posizione delle grandi confederazioni sindacali al riguardo? Mentre le organizzazioni capitaliste programmano lo sfruttamento dei lavoratori stranieri, le grandi confederazioni sindacali sono inerti. Al di là dei simposi e seminari in cui si definisce la questione in termini di lotta comune per i diritti, l’attuazione di questa lotta a livello delle singole fabbriche e di tutti gli altri luoghi di lavoro, l’azione dei capi sindacali in primo luogo, la partecipazione dei rappresentanti sindacali è gravemente carente.

D’altro canto, le tre confederazioni sindacali continuano a cercare il dialogo sociale con i capitalisti.

Allo stesso tempo, sostengono adeguati ingressi dei cittadini non comunitari attraverso i decreti flussi per lavoro subordinato. La burocrazia sindacale si mantiene nel solco del nuovo piano migratorio lanciato dall’Unione dei monopoli europei.

Mentre i capi sindacali proseguono nel collaborazionismo, la borghesia  facendo tesoro delle precedenti esperienze storiche, spiana la strada alle ideologie fasciste e razziste.

Essa ha creato partiti e movimenti di destra ed estrema destra che alimentano sentimenti sciovinisti, indicando nei rifugiati e negli immigrati la causa della povertà e della disoccupazione.

Una tale conclusione, erronea e superficiale, irretisce nell’ideologia borghese gli operai arretrati.

Il principale bersaglio verso cui si dirige l’ideologia sciovinista e fascista sono i lavoratori. Essa si prefigge lo scopo di spezzare la lotta della classe operaia e porla sotto il suo controllo attraverso la reazione. La classe operaia non deve cadere nella trappola dello sciovinismo, ma lottare decisamente contro di esso promuovendo l’unità della lotta dei lavoratori nativi e immigrati.

L’antidoto allo sciovinismo è l’internazionalismo proletario. Ogni concezione di sinistra che non si fonda sull’internazionalismo del movimento operaio, sulla necessità per la classe operaia di sviluppare la propria lotta sul piano internazionale, sulla necessità della solidarietà internazionale, rivela la sua subalternità alla borghesia.

Schierarsi a favore di una “patria” o dell’altra significherebbe cadere nella rete tesa dalla borghesia, perché si tratta qui di un problema di classe.

La sconfitta dello sciovinismo dipende dalla lotta della classe operaia per le proprie rivendicazioni storiche e immediate, senza distinzioni di nazionalità, religione o lingua.

Da Scintilla n. 129 – dicembre 2022

 

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