Rinnovi contrattuali: le esigenze dei lavoratori

Si è aperta la stagione del rinnovo dei contratti nazionali per 12 milioni di operai, operaie, lavoratori e lavoratrici, sia nel settore privato, sia nel settore pubblico.

Tra di essi più di 7 milioni dei settori del commercio e terziario, turismo, distribuzione e servizi che sono da oltre quattro anni senza contratto.

Il problema fondamentale di questa tornata contrattuale sta nell’aumento del valore reale dei salari, a fronte della perdita del potere di acquisto causata negli ultimi anni dall’inflazione registrata.

Soprattutto su questo punto ci esprimeremo qui, prendendo ad esempio la piattaforma contrattuale dei metalmeccanici, in scadenza il prossimo 30 giugno.

La richiesta di Fiom, Fim e Uilm è di 280 euro di aumento sui minimi contrattuali per il livello C3 (ex 5º livello).

Questa richiesta è sufficiente per recuperare almeno il potere di acquisto perso dai salari operai? Assolutamente no!

Secondo i dati del governo, nel periodo 2022-2024 l’inflazione registrata equivale al 17%.

Ciò significa che un metalmeccanico di livello C3, la cui retribuzione lorda mensile è di 1.845 euro, per recuperare il potere d’acquisto perso in tale periodo dovrebbe ricevere un aumento mensile lordo di 313 euro. Quindi la richiesta sindacale non copre la perdita subita.

Ci sono inoltre da considerare altri fattori che peggiorano la situazione.

In primo luogo, gli aumenti previsti sono a regime, pertanto gli operai riceveranno l’intero aumento solo nell’ultima parte di vigenza del CCNL, nel 2027 (è inoltre da notare che i tempi di attesa per i lavoratori con contratto scaduto si allungano sempre più).

In secondo luogo, sono relativi a un livello di inquadramento che non è raggiunto dalla maggioranza dei metalmeccanici, che sono per lo più inquadrati in categorie professionali inferiori, con bassi salari, che dunque hanno subito maggiormente il peso dell’inflazione.

In terzo luogo, è facilmente prevedibile che l’accordo che verrà raggiunto con gli industriali raccolti in Federmeccanica-Assistal, fra cui  quelli che hanno ottenuto lauti profitti in questi anni, sarà su una cifra sensibilmente inferiore.

L’indicazione governativa è infatti quella di concedere al massimo un aumento del 5% a tutte le categorie, peggiorando così una situazione in cui – dati Ocse alla mano – alla fine del 2022, i salari reali dei lavoratori del nostri paese sono calati del 7% rispetto al periodo precedente la pandemia, mentre solo nel corso del primo trimestre del 2023 si è registrata una diminuzione su base annua del 7,5%.

Un milione e mezzo di metalmeccanici non esigono solo un parziale recupero del salario perso, ma ritengono a stragrande maggioranza  – come emerge dalla indagine condotta dalla stessa Fiom – che la contrattazione nazionale deve essere “uno strumento essenziale per aumentare il salario”, e non solo per recuperare la quota di salario persa. Per cui la richiesta sindacale avrebbe dovuto essere più elevata, di almeno 400 euro per le categorie inferiori.

L’aumento richiesto dai sindacati di categoria che fanno capo a Cgil, Cisl e Uil non serve neanche a recuperare l’inflazione che ha eroso i salari operai e che quindi determinerà non un reale incremento salariale, ma una perdita secca per operai e operaie della categoria e un toccasana per il saggio di profitto.

I vertici sindacali, nel mentre sollevano il problema dei bassi salari, non hanno realizzato nulla di serio negli ultimi anni di pesante inflazione per costruire un grande  movimento di lotta che avesse il recupero integrale del potere di acquisto perso dai salari come rivendicazione centrale, e nulla di conseguente alle loro parole stanno facendo nel concreto.

Nei fatti concordano con i capitalisti su un punto: gli operai si devono accontentare di un insufficiente aumento salariale per via contrattuale, il che peggiorerà il loro tenore di vita, rendendoli più poveri sia in senso assoluto che relativo (cioè in rapporto alla borghesia sempre più ricca).

Ma gli operai, che già faticano ad arrivare alla quarta settimana, non vogliono rassegnarsi a stringere ancor più la cinghia.

Perciò bisogna rilanciare con forza la rivendicazione indispensabile di forti aumenti salariali, forzando le piattaforme, facendo capire che non si può andare avanti solo rinunciando al proprio futuro, che le nostre famiglie non possono essere il cuscinetto sociale dell’inflazione e dei profitti capitalistici ottenuti sulla pelle dei lavoratori.

All’enorme questione salariale bisogna legare le altre rivendicazioni, quali la netta riduzione dell’orario lavorativo, il contrasto alla precarietà e al sistema di appalti e subappalti, la diminuzione dei ritmi e dei carichi di lavoro, le misure per la salute e la sicurezza sul lavoro, così come i grandi problemi che riguardano da vicino la classe operaia, in primo luogo la politica di guerra seguita dalla borghesia e le sue tremende conseguenze a livello economico e politico.

E’ necessario alzare la voce nelle assemblee nei luoghi di lavoro, nelle dimostrazioni, negli scioperi, per  dire “basta sacrifici!”: forti aumenti salariali, NO agli accordi con recupero salariale insufficiente o legati all’indice Ipca che non rispecchia l’aumento reale dell’inflazione; reintroduzione della “scala mobile” al 100%; NO ad altri cedimenti su flessibilità, malattia, etc.; BASTA  con la precarietà del lavoro, con la cassa integrazione e i licenziamenti per i profitti; STOP alla repressione dei delegati combattivi, massima solidarietà con chi viene colpito dal padrone nel silenzio della burocrazia sindacale collaborazionista!

Di fronte alle posizioni arroganti e sfacciate dei padroni e alla politica governativa che li fiancheggia dobbiamo esigere la messa in campo dello sciopero generale accompagnato da ficcanti iniziative di mobilitazione.

Ormai è chiaro che l’attacco sferrato dai capitalisti e dal loro governo non si limita al salario ma va ben oltre, mirando all’esistenza stessa del contratto nazionale di lavoro, al diritto di sciopero e di manifestazione, all’organizzazione della classe a livello sindacale e politico.

Lo scontro fra Capitale e Lavoro esige la scesa in campo delle masse lavoratrici su posizioni di classe, opposte a quelle sostenute dai vertici sindacali che continuano a sostenere la “linea della compatibilità”, ovvero della accettazione di altri sacrifici e dell’aumento dello sfruttamento in nome della “competitività aziendale”.

L’esperienza degli ultimi decenni dimostra che questa linea non garantisce alcunché, ma ha solo indebolito la forza operaia, svuotato i contratti nazionali, il salario è diminuito mentre profitti e prezzi sono andati alle stelle!

E’ ora di far capire a tutti che la classe che produce l’intera ricchezza non può essere gettata impunemente nella miseria. L’inflazione la devono pagare i capitalisti, i ricchi, gli evasori, gli speculatori, i parassiti, i guerrafondai che l’hanno generata!

Il periodo attuale, segnato dall’inasprirsi di tutte le contraddizioni sociali sia a livello nazionale che internazionale, pone alla classe operaia compiti nuovi, che non si esauriscono nella resistenza contro le diminuzioni salariali, ma si inseriscono nella prospettiva della soppressione del sistema del lavoro salariato.

Per risolvere questi compiti è necessaria una valida direzione politica, tanto per le battaglie quotidiane contro i padroni quanto per le grandi lotte rivoluzionarie che ci attendono.

Sono gli operai combattivi e coscienti che devono essere i protagonisti della discussione e della lotta per esprimere un autentico partito comunista dl proletariato nel nostro paese. Specialmente chi è capace di mobilitare e di unire può e deve assumersi, assieme ai comunisti, il compito storico che gli avvenimenti ci pongono in modo imperioso.

Da Scintilla n. 143, marzo 2024

 

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