Rompere la nuova gabbia salariale

Nel mese di giugno i capi dei sindacati CGIL, CISL e UIL hanno raggiunto un’intesa per un accordo quadro su  contrattazione e rappresentanza che estende e generalizza i principi del “Patto della fabbrica” del 2018 a tutto il settore privato.

Dietro l’intento di contrastare i “contratti pirata”, questa intesa ingabbia le rivendicazioni contrattuali rendendo più difficile il recupero del salario perso (in media il 9% a partire dal 2021) e la lotta per riprendersi quanto tagliato in termini di welfare (sanità, istruzione, pensioni).

L’accordo è un evidente cedimento alle posizioni della CISL, sindacato che da tempo ha assunto un’impronta smaccatamente filo-governativa.

Nell’accordo si prevedono due trattamenti salariali.

  1. Il TEM, (Trattamento Economico Minimo), composto dai minimi tabellari, scatti di anzanità, indennità di contingenza, Edr, tale da non dover superare l’inflazione calcolata dall’Istat secondo l’indice IPCA-NEI, che esclude i rincari dei prodotti energetici ed ignora l’inflazione del carrello della spesa, notoriamente molto più alta.

I lettori possono ben capire che siamo ancora, agli accordi del secolo scorso per cui gli aumenti salariali non devono superare il tetto dell’inflazione programmata.

Il salario rimane ancora in una gigantesca gabbia nazionale che contraddice sia l’esistenza di una “questione salariale grande come una casa” (Landini), sia il salario minimo orario.

  1. Il TEC (Trattamento Economico Complessivo), che in pratica è il TEM più mensilità aggiuntive, altre indennità, benefit e integrazioni che si ottengono con la contrattazione decentrata o aziendale.

Si prevede inoltre di allungare la durata contrattuale fino a quattro anni, che come insegna l’esperienza arriveranno a cinque nei fatti.

Quale lo scopo di questa operazione? Quella di calcolare l’ammontare del salario, da mettere nelle  statistiche di propaganda, sulla media nazionale di questo TEC: in modo da far apparire il salario più alto di quello che percepisce la maggioranza dei lavoratori, dal momento che pesano gli integrativi di aziende o interi settori non in crisi, o meno in crisi, dove trovano impiego settori di aristocrazia operaia.

E’ perciò evidente il tentativo, di comprimere il salario reale e di stabilire una divisione della classe in modo da far percepire nella psiche dell’operaio che prende un salario da fame l’idea di una scarsa fortuna individuale.

La divisione ovviamente si aggiunge a tutte le altre esistenti: tra stabili e precari, tra ditte madri e dipendenti dell’appalto, tra giovani e anziani, tra un settore e l’altro.

Altri punti dell’accordo vertono sulla “certificazione delle rappresentanze” mediante il parametro associativo e quello elettivo (al rinnovo delle RSU), in modo da escludere organizzazioni sindacali conflittuali, collettivi e comitati operai, che governo e OO.SS. collaborazioniste vedono come il fumo negli occhi.

Si prevede inoltre l’entrata delle burocrazie sindacali nella “stanza dei bottoni” delle aziende, rinnovando la richiesta di cogestione, anche se ancora non si sanno i dettagli. Ovviamente, se questo punto sarà accettato dal padronato le burocrazie sindacali potranno strombazzare una “vittoria” che, a loro dire, metterebbe un freno all’arbitrio padronale.

Altri aspetti sono costituiti dall’obbligo padronale per la formazione continua per almeno 40 ore annue, data la scarsezza di forza-lavoro qualificata, dalla riqualificazione e accompagnamento alla ricollocazione.

Anche qui c’è da obiettare: se è giusto che il lavoratore che per motivi non dipendente da lui, per es., in caso di esubero, non sia del tutto abbandonato a se stesso, nella temperie esistente di crisi dell’industria, dei decentramenti produttivi, dei licenziamenti “di borsa”, questi meccanismi in pratica si aggiungono agli ammortizzatori sociali, in modo da diminuire la conflittualità e le mobilitazioni. Servono contro lo sviluppo della lotta di classe, per capirci.

Questa intesa è alla base della proposta che è stata presentata a 14 associazioni padronali dell’industria, del commercio e dei servizi, che hanno già dato un’approvazione di massima e su cui, sottobanco, si sta trattando per definire i dettagli.

L’adesione della CGIL all’intesa può aver colto di sorpresa quanti si sono fatti delle illusioni sull’esistenza di un sindacato non del tutto corporativo, capace di iniziative autonome con un segno di classe, immemori dei passati cedimenti sulla scala mobile, sul salario sotto il tetto dell’inflazione, sulla legge Fornero, sui decreti che introducevano la precarietà e quant’altro. Ultimamente sul mancato recupero salariale negli ultimi contratti e  sul pratico lasciapassare dei licenziamenti nella chimica di base (vedi Eni-Versalis) e altrove.

Se nel recente passato i burocrati della CGIL possono aver dato l’impressione di un distinguersi, almeno a parole, dalle altre burocrazie sindacali, l’adesione all’accordo che prelude a un nuovo patto di fabbrica (Landini ed Orsini si sono a proposito pubblicamente confrontati a Reggio Emilia con tanto di sorrisi e buone maniere), mette fine a ogni illusione su velleità “conflittuali” dei capi di questo sindacato.

Ma la dialettica delle cose non rende questo patto così ferreo come sembra.

Il potere d’acquisto dei salari è in continua discesa e l’inflazione ha ricominciato a correre. Il prezzo dell’energia sta salendo alle stelle mentre i monopoli fanno il bello e il cattivo tempo sui prezzi. Le stangate governative colpiscono le famiglie proletarie per migliaia di euro all’anno.

Senza un consistente aumento salariale, che per essere tale non può che uscire dai limiti imposti dai patti neocorporativi, milioni di operai vedranno ulteriormente ridotto il valore della propria forza-lavoro.

La questione della ripresa della lotta di classe sul recupero salariale non perde dunque né di ragioni, né di attualità. Ciò che ancora manca è la forza operaia unita e organizzata per uscire dalla gabbia salariale.

I nuovi accordi stabiliscono semmai un compito agli operai avanzati e ai delegati combattivi: quello di  sviluppare l’opposizione di classe in seno ai sindacati e di costruire comitati per la difesa intransigente degli interessi operai su salario, orario, occupazione, nocività e salute, diritti e servizi sociali, libertà di sciopero.

Ciò costituisce il contenuto fondamentale del fronte unico proletario che va organizzato per battere le brigantesche politiche capitaliste, affamatrici, guerrafondaie e fasciste.

Da Scintilla n. 162, settembre 2026

 

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