Sale la protesta popolare per non pagare i costi della “riconversione ecologica”
Corrispondenza da Roma
A partire dal primo novembre 2023 e dal primo novembre 2024, in esecuzione della delibera adottata dall’amministrazione capitolina nel 2022, entreranno in vigore nuovi divieti permanenti e nuove limitazioni di accesso e circolazione delle autovetture nella “Fascia verde” della città di Roma.
È la zona a traffico limitato più grande d’Europa, con oltre 21 chilometri di diametro e una rete estesa di varchi elettronici per controllare gli ingressi ed effettuare multe a valanga.
Le autovetture che già ora non possono accedere e circolare nella “Fascia verde” sono calcolate in quasi 350 mila. I nuovi divieti colpiranno nel complesso 260.894 alimentate a gasolio “Euro 4” (dal primo novembre 2023) ed “Euro 5” (dal primo novembre 2024) e 67.535 autovetture alimentate a benzina “Euro 3” (dal primo novembre 2024).
Migliaia di firme ha già raccolto una petizione alle autorità comunali e regionali per l’annullamento del provvedimento, preparata da un comitato di iniziativa popolare con l’intento di attribuire al colore dell’amministrazione cittadina in carica le misure adottate.
È stata anche annunciata Una raccolta di firme per l’indizione di un referendum civico.
Dal canto suo, il raggruppamento elettoralistico “Unione popolare” ha organizzato raduni davanti alla sede dell’ufficio comunale in uno dei più popolari e popolati quartieri di Roma est che saranno colpiti massicciamente dai prossimi divieti.
Intanto si diffondono striscioni, scritte e volantini con slogan come: “La crisi ecologica la paghino i ricchi”; “La Tesla passa, il Pandino s’attacca”, etc. Sono in programma assemblee.
Dinanzi al montare della protesta, gli amministratori capitolini annunciano modifiche che tengano in considerazione i vincoli ambientalistici europei ma anche i diritti sociali.
A Roma, secondo gli ultimi dati disponibili elaborati dall’Ufficio di statistica di Roma capitale per il 2021, i veicoli circolanti erano 2.313.700, di cui 1.740.937 autoveicoli.
Svuotare progressivamente la città dalle macchine che l’hanno dominata in questi ultimi anni, creare l’automatismo straordinario per far funzionare meglio i mezzi pubblici che sono utilizzati dalle fasce più deboli della società, sono le belle frasi con cui si accompagna il provvedimento.
Gli effetti dei danni all’ambiente certamente si stanno rivelando crudamente. Gli scienziati avvertono da decenni delle conseguenze catastrofiche del riscaldamento del pianeta e dei cambiamenti del suo clima. Tutte le stime in base allo stato attuale delle conoscenze non riservano alcuna sorpresa.
Un maggiore impiego del trasporto pubblico favorirebbe la riduzione delle emissioni inquinanti nocive: in Italia, se si dà credito al Ministero delle Infrastrutture e della Mobilità sostenibile, il settore dei trasporti contribuisce per il 25,2% alle emissioni di gas serra e per il 30,7% a quello di CO2, con il 92,6% attribuibile ai trasporti stradali.
Il mito del possesso di un’automobile è stato alimentato anche grazie al peggioramento del trasporto pubblico. Il parco veicoli italiano è tra i più vecchi d’Europa, dove la media è di 7 anni: esso è di 10,1 anni nel 2021, ma in alcune regioni supera i 12 anni. L’intento proclamato è quello di arrivare ad un’età media di 9,4 anni entro il 2026, anche se le nuove immatricolazioni previste non riusciranno a sostituire i 13.586 bus più inquinanti (pre Euro 4) ancora operativi a marzo 2022. Una fonte di reddito davvero redditizia per i monopoli è la finanza pubblica. La consegna di merci allo stato a più alti prezzi è, tra tutti i metodi raffinati in uso, quello più corrente con il quale i monopoli saccheggiano la finanza statale.
Ma si rivela irritante e beffardo il modo in cui il capitale s’impegna presuntamente per una maggiore protezione ambientale attraverso i suoi rappresentanti più elevati nella politica borghese.
Il passaggio al motore elettrico, a cui sono interessati tutti i giganti dell’industria automobilistica, diventa il mezzo per superare le conseguenze di questa crisi così particolare che rimette in causa l’automobile così come la conosciamo da più di un secolo, come mezzo di trasporto totalmente dipendente dal petrolio. Con il motore elettrico si propugna la conquista della “nostra indipendenza energetica”.
È caratteristico dello stato capitalista, ciascuno preso a sé e come membro di unioni interstatali, addossare ai lavoratori ed al popolo minuto l’onere dell’attuazione di ogni legge. Lo stato può dare alcuni sussidi limitati e temporanei. Può addirittura riscuotere sanzioni se si viola la legge, promettendo di farne uso a beneficio della collettività.
Ma infine esso divinizza il mercato a supremo regolatore. Tuttavia nessun rappresentante dell’industria automobilistica prevede una diminuzione del costo delle vetture elettriche con l’aumento dei loro acquirenti.
Ma è un compito sociale quello che il cambiamento climatico pone con sempre maggiore urgenza e non un problema individuale! La società deve quindi sostituire all’anarchia della produzione sociale una regolamentazione socialmente pianificata della produzione e assumersene la direzione. Tutto questo non è possibile sotto il capitalismo.
Nel sistema capitalista non vi è alcun organo nella società che possa indicare alle varie branche della produzione quali beni e in qual misura dovrebbero essere prodotti e quale massa di lavoro umano sia necessaria a questo fine e se la produzione sia conforme ai bisogni effettivi sia della comunità che del singolo.
Dietro tutti i piani che si stanno elaborando nell’unione europea sotto le mentite spoglie di “un modello di sviluppo compatibile con il pianeta e la vita”, non c’è un ripensamento riguardo al modo di produzione capitalistico, ma un susseguirsi di “compromessi”, come l’ultimo raggiunto dalla Commissione europea sull’utilizzo di biocarburanti, in difesa dell’industria automobilistica europea nella concorrenza internazionale che sta divampando.
Nei discorsi ufficiali si cita sempre la “coesione sociale”. In realtà, si scarica sulle spalle dei singoli tutto il peso delle contraddizioni del capitalismo. Ciò, a sua volta, giova agli interessi di varie branche d’industria per le quali la difesa dell’ambiente è un peso, che attraverso il demagogismo, suscitano nella popolazione sentimenti di scetticismo riguardo la questione ambientale. Si tratta di metodi e mezzi che vediamo utilizzati in un crescendo da parte della classe dominante, in molti ambiti dell’organizzazione sociale, a mano a mano che si mostrano le disparità economiche e sociali, la differenziazione di classe, che i metodi artificiali come il credito ai consumatori si rivelano ormai inadeguati a superare.
Il rialzo dei prezzi o l’introduzione di nuove tasse o i divieti di circolazione vengono spacciati per costo della protezione del clima al fine di sollecitare sentimenti avversi alle misure di protezione del clima.
Anche l’aumento del costo dei biglietti e degli abbonamenti del trasporto pubblico deliberato dalla Regione Lazio come da altre, viene spacciato per un mezzo per sostenere le aziende di trasporto pubblico, introducendo un conflitto ineliminabile tra il calmieramento dei prezzi dei biglietti e la riduzione della qualità e quantità del servizio pubblico a seguito della riduzione delle entrate generata dalla vendita di biglietti e abbonamenti. In tale conflitto inciderebbero anche le condizioni economiche dei dipendenti del settore.
Non può dunque destare meraviglia se migliaia di firme abbia raccolto la petizione demagogica del sedicente comitato di iniziativa popolare. In molti auspicano la protezione del clima, ma rifiutano qualsiasi cambiamento perché temono nuovi oneri. Ciò va tenuto in conto nella preparazione di un’agitazione politica sulla questione.
Abbiamo urgente bisogno che l’adozione di una nuova fonte energetica rispettosa della natura ed efficiente diventi un compito sociale. Ciò significa che a sostenere i suoi costi bisogna chiamare coloro che tirano i fili veri e propri dell’industria automobilistica ed energetica.
Il capitalismo mostra anche in questa evenienza di non essere più all’altezza delle esigenze della società. È diventato un ostacolo al progresso e significa persino regressione e deterioramento delle condizioni di vita. Quanti sinceramente lottano per la protezione dell’ambiente e del clima, devono riconoscere che per la sua realizzazione occorre una società diversa, basata sulla soddisfazione degli interessi collettivi e individuali che solo può assicurarsi ponendo a base dell’economia la pianificazione sociale senza profitto. Nel sistema economico capitalista la rovina dell’ambiente è inevitabile.
La protezione dell’ambiente è quindi una questione che interessa la lotta della classe operaia rivoluzionaria! La soluzione è una struttura superiore a quella capitalista, una struttura socialista!
Su questa strada occorre battersi sostenendo ogni lotta per la protezione del clima e dell’ambiente.
Ma respingiamo le misure che impongono tutti gli oneri ai lavoratori!
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