Sostenere gli interessi comuni dell’intera classe operaia
A dispetto del “va tutto bene” dichiarato a più riprese dal governo, nel nostro paese la produzione industriale da tre anni è in calo.
Dati ISTAT dimostrano che nel triennio 2023-2024-2025 essa è diminuita rispettivamente dello 0,2%, dello 0,4%, e dello 0,2%. Male in particolare la meccanica, la chimica, il tessile-abbigliamento, la carta, il legno, la ceramica. Nel 2025 la cassa integrazione ordinaria è aumentata del 10%; quella straordinaria nell’industria del 69%. Le ore di cassa sono state 650 milioni.
Ogni lavoratore in c.i.g. a zero ore ha perso annualmente 6000 euro di salario.
Circa 120 mila addetti all’industria sono a rischio esuberi/licenziamenti. Al Mimit) sono attualmente aperti 103 tavoli di crisi.
Le reindustrializzazioni annunciate rimangono sulla carta. I recenti rinnovi contrattuali, spalmati in più anni, non hanno garantito il recupero di quanto perso dal salario negli anni scorsi. I referendum sul contratto metalmeccanici e su altri CCNL segnalano l’insoddisfazione di larghi settori di operai e di lavoratori che si astengono o votano contrario, specie nelle grande fabbriche o dove sono presenti proletari avanzati. Le stesse fonti padronali ammettono che i salari reali sono del 9% più bassi rispetto al 2021.
Il salario dei giovani, dei precari, delle donne, specie nel pubblico impiego, nel commercio, nei servizi, è ancora più basso.
Larghi strati di proletari a fine mese portano a casa appena 700-900 euro, anche meno. In generale il salario medio operaio non consente una vita dignitosa e sempre più lavoratori cadono nella miseria. Con la riduzione del servizio sanitario pubblico e il ricorso al privato le spese per la salute sono in forte aumento.
Molti salariati non si curano, non riscaldano la casa, risparmiano non solo su abbigliamento, svago e cultura, ma anche sul cibo. Il precariato, di per se molto esteso, è in continuo aumento. In esso affluiscono in grande quantità gli espulsi dell’industria a seguito di ristrutturazioni, passaggi di proprietà, fallimenti e chiusure per “cessata attività”. I contratti a termine e part-time colpiscono il 30% degli occupati; fra i giovani e le donne la precarietà del lavoro è ormai strutturale. Gli affitti – quando si trovano – sono sempre più cari e mangiano buona parte del salario. Se non ce la fai a pagare ti sfrattano senza complimenti e rischi di andare sotto i ponti.
Viceversa i profitti e le rendite sono da anni in forte crescita. Un esempio: il settore bancario fino al 2024 ha avuto utili in crescita a due cifre percentuali.
La politica governativa è tutta volta alla salvaguardia e all’aumento del profitto privato, scaricando la crisi e il debito sulle spalle della classe operaia.
Malgrado la politica di austerità, liberismo e guerra sia in atto da molti anni, il governo di estrema destra ha aggravato la situazione descritta, attaccando su tutti i fronti.
Ha messo sul piatto scarse risorse per il rinnovo del contratto dei dipendenti pubblici; ha aumentato la tassazione generale e diminuito quella sui maggiori redditi, senza toccare quelli da capitale e i grandi patrimoni; ha ridotto ancora l’ambito dei sevizi pubblici; ha peggiorato il sistema pensionistico elevando l’età di uscita ed abbassando i rendimenti; si è opposto al salario minimo per legge; ha tagliato i sostegni al reddito; ha peggiorato il codice degli appalti; ha tagliato le spese per istruzione e assistenza; ha alzato muri razzisti contro i migranti; ha attaccato i movimenti di solidarietà al popolo palestinese; ha ignorato la questione ambientale stanziando pochi spiccioli per i disastri che sempre più di frequente si presentano.
Ha invece accresciuto senza soste le spese per la guerra che nel 2035 raggiungeranno il 5% del PIL, militarizzando sempre più la società. In particolare ha incrementato la repressione, che si aggiunge a quella padronale, con le leggi “sicurezza” per colpire la libertà di manifestare e di scioperare, il blocco della produzione e della circolazione delle merci.
Tra i suoi obiettivi c’è la criminalizzazione del dissenso e delle lotte degli operai, degli studenti, delle masse oppresse. Centinaia di attivisti, tra cui decine di operai e delegati sindacali, “colpevoli” di aver praticato scioperi, manifestazioni, occupazioni, presidi attivi, sono già stati inquisiti; altri lo saranno a breve. L’attacco governativo è all’intero movimento del proletariato. Per essere respinto è indispensabile la mobilitazione di tutta la classe su una piattaforma unitaria.
Recentemente si sono espresse lotte importanti per la difesa di salari e occupazione, contro la nocività e per la sicurezza nei posti di lavoro, per l’aumento dei salari, il miglioramento delle condizioni di lavoro, contro il lavoro nero, povero e il caporalato.
Ma il proletariato ancora non riesce a mettere in campo la sua forza e il suo potenziale di lotta, a causa della linea collaborazionista e divisionista dei vertici sindacali collaborazionisti e dei partiti riformisti e populisti.
La difesa delle condizioni di vita degli operai e le rivendicazioni a miglioramento delle condizioni lavorative e salariali, sono certamente necessarie.
Ma ciò non consente di superare il fossato che ostacola la partecipazione e il protagonismo indipendente della classe operaia nell’arena politica.
Può la classe che produce il plusvalore di cui vive la borghesia lasciare alla stessa borghesia e alle classi intermedie la totale occupazione dell’agone politico? Può rinunciare ad avanzare le sue proposte, la sua politica rivoluzionaria, che deriva dal rapporto antagonistico che ha con il capitale nella sfera stessa del processo produttivo?
L’esperienza storica indica che non esiste un meccanicismo per cui un’estensione delle lotte (che ancora non si vede) si traduce in intervento di classe sul piano politico. I militanti che fanno riferimento alla lotta proletaria dovrebbero capire ciò e abbandonare le posizioni economiciste e spontaneiste, così come il settarismo, sostenendo gli interessi comuni dell’intero proletariato, invece di piantare bandierine in ristretti ambiti politico-sindacali.
Contro la reazione che avanza minacciosa occorre anche difendere gli spazi di democrazia che non sono mai stati regalati dalla borghesia. Furono conquistati con la Resistenza e mantenuti con grandi mobilitazioni democratiche e popolari.
Oggi l’unione tra la lotta operaia per il lavoro, il salario, le pensioni, la salute, e quella per i diritti e le libertà democratiche, in una sola lotta di classe del proletariato, è indispensabile per fermare l’offensiva capitalista e reazionaria.
Votare NO al referendum servirà a dare una mazzata alle destre, ma senza la scesa in campo della classe operaia non si potrà battere e cacciare il governo Meloni. A questo obiettivo dobbiamo lavorare!
Per sconfiggere la fascistizzazione occorre costruire un combattivo fronte unico proletario, basato sulla lotta intransigente per i propri interessi e incarnato in organismi di classe; questa costruzione diverrà un processo ordinato, ampio, con l’esistenza e l’azione di un partito politico indipendente della classe, capace di dirigere la lotta per i suoi interessi immediati e il suo avvenire. I due aspetti, lotta per il fronte unico e lotta per il partito, sono dialetticamente legati.
Solo così la classe operaia potrà intervenire nella lotta politica come forza sociale capace di far saltare i piani reazionari del grande capitale e aprire la prospettiva della rottura rivoluzionaria con un sistema in crisi profonda.
Un ruolo fondamentale in tal senso sta nell’iniziativa dei comunisti e degli operai avanzati, ancor prima che si saranno unificati in partito.
Occorre quindi organizzare a partire dai posti di lavoro, gruppi di proletari rivoluzionari, così come comitati e collettivi di fabbrica; stabilire regolari rapporti fra di loro e con l’organizzazione comunista, far circolare la stampa operaia e comunista, i volantini, etc.; sostenere chi difende il posto di lavoro e chi è colpito dalla repressione; opporsi alla politica guerrafondaia dell’imperialismo; sviluppare la solidarietà internazionalista. Ecco i compiti posti e da risolvere.
Da Scintilla n. 158 (marzo 2026)
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