Sostenere la mobilitazione operaia all’ex-IlVA!
Tra cassa integrazione e licenziamenti gli operai siderurgici italiani sono stati abbondantemente sacrificati e ridotti di numero con dismissioni e chiusure, temporanee e definitive. Degli impianti con altiforni a ciclo completo dal minerale all’acciaio di Bagnoli, Piombino, Genova, Terni il primo è da tempo chiuso e dismesso mentre gli altri, fortemente ridimensionati, funzionano con cicli a rottame o ghisa.
Gli unici altiforni rimasti, di cui uno solamente attivo a capacità ridotta, sono quelli di Taranto, il cui impianto è, per capacità produttiva potenziale, il secondo in Europa, occupando tuttora oltre 8 mila addetti alle dipendenze di Acciaierie d’Italia, più alcune migliaia nell’indotto. I lavoratori salariati che a vario titolo gravitano sull’impianto raggiungono le 20 mila unità. Un settore di classe operaia di grande importanza per la sua posizione e per il ruolo che svolge nel sistema produttivo.
L’impianto tarantino, che ha subito negli anni alterne vicissitudini, stretto da inchieste e sentenze della magistratura per inquinamento, cambi di proprietà, commissariamenti, da tempo con migliaia di cassintegrati (attualmente 2.500), si trova attualmente in una situazione difficilissima stante la disastrosa gestione della multinazionale indiana ArcelorMittal che dal 2018 lo controlla, con lo Stato borghese italiano socio di minoranza.
In Acciaierie d’Italia, il cui futuro è tale da non garantire non solo gli operai dell’indotto (le cui ditte da mesi non vengono pagate), ma nemmeno i propri dipendenti, si concentrano le contraddizioni del capitalismo monopolistico.
Per la borghesia italiana la produzione di acciaio è fondamentale e l’impianto è strategico.
Ma nessun padrone o cartello, al momento, si fa avanti con propri capitali per un’impresa che, dovendo necessariamente passare per il risanamento, si rivela dai costi enormi. Il colosso indiano ha giocato la partita a carte truccate, con intendimenti puramente predatori – in regime capitalista non poteva essere diversamente – giocando sulla connivenza dei governi italiani che salvaguardano i profitti monopolistici, disattendendo i suoi impegni in campo ambientale, trascurando il rinnovo del capitale fisso e basandosi solo su una sempre più scarsa manutenzione.
Lo scopo, ormai è chiaro a tutti, è di andarsene dopo aver incamerato tutto il profitto possibile. La situazione va avanti da lunghi anni, fra sfruttamento bestiale e incidenti mortali. Già nel 2023 si ventilava, da parte governativa, un intervento teso al controllo della società. Suo malgrado, sulla spinta della mobilitazione operaia, il governo Meloni solo adesso è stato costretto a muoversi: ma il tentativo tardivo di assumere il controllo delle Acciaierie va avanti a strappi, con ritardi e ostacoli, non ultimi l’opposizione di ArcelorMittal (che per mollare vuole evidentemente un mucchio di soldi), e le lotte intestine per il commissariamento.
Le sigle sindacali, che hanno tenuto un profilo assolutamente inadeguato alla situazione, si sono decise a muoversi, sulla scia della mobilitazione del 19 gennaio da parte degli operai dell’indotto, ben consci del rischio dei licenziamenti di massa, ma anche della perdita della loro forza contrattuale, ben sapendo che con un blocco dell’indotto l’impianto, che già ora funziona a meno della metà della capacità produttiva, sarebbe costretto a fermarsi.
Il 29 gennaio una manifestazione di protesta dei lavoratori dell’appalto per il lavoro, il salario, i contratti, ha bloccato lo stabilimento e la città, a dimostrazione di una volontà di lotta il cui potenziale è ancora tutto da esprimere.
La richiesta formulata dalle OO.SS. al governo di intervenire subito per estromettere ArcelorMittal e gestire l’azienda in amministrazione straordinaria, se non accompagnata da una mobilitazione immediata e permanente per far seguire alle parole i fatti, rischia però di non essere sufficiente, stante un esecutivo specializzato tanto in demagogia sociale quanto nel prendere tempo per curare interessi borghesi a scapito degli operai. Anche Genova, Novi Ligure ed altri siti produttivi minori sono in apprensione per Taranto, innanzitutto perché della stessa filiera produttiva.
Quale occasione migliore per allargare la mobilitazione per ottenere il risultato della ripresa produttiva e con esso la salvaguardia di migliaia e migliaia di posti di lavoro?
Quanto all’obiettivo della nazionalizzazione dell’azienda, espresso nei comunicati della Fiom, ci siamo già espressi.
Questa misura, oltre a fomentare illusioni sulla possibilità di un capitalismo “diverso” e di ridare fiato ad una (tra l’altro impossibile) stagione riformista – con un governo di estrema destra! – non cambia i rapporti sociali di sfruttamento e non garantisce alcun futuro, come ben dimostrano le vicende dell’IRI e della Montedison.
Nel caso dell’ex-Ilva sarebbe uno strumento temporaneo nelle mani del capitale per socializzare le perdite e privatizzare i profitti, rimettendo poi un’azienda risanata sul mercato. Ma è difficile che il governo Meloni abbia la capacità e la possibilità di intraprendere una misura del genere, con oneri finanziari enormi che dovrebbero essere reperiti da un’improbabile pool di banche i cui impegni lo stato borghese avrebbe oggi e in futuro enormi difficoltà ad onorare, stante il livello di debito pubblico e i vincoli UE.
Certamente lo stato è chiamato dagli operai ad intervenire e a mettere in atto tutti gli impegni disattesi per la ripresa produttiva e il risanamento. Ma un sano realismo deve ben mettere in conto che, se non incalzato da livelli di lotta adeguati, che ancora non si mettono in campo, il possibile intervento pubblico non andrà oltre interventi emergenziali per qualche centinaio di milioni di euro, per tirare a campare, come si è sempre fatto, in un’ottica di corto respiro non dissimile da quella predatoria.
Occorre invece inquadrare la giusta e sostenibile mobilitazione per il rilancio dell’ex-Ilva in un’ottica più generale di classe. Sono centinaia le aziende su cui incombono, anche dopo mesi di dure mobilitazioni, una valanga di posti di lavoro a rischio, circa 200 mila.
La questione che sollevano queste vertenze che languono sui tavoli ministeriali si chiama mobilitazione e unificazione delle lotte operaie, ovvero realizzazione di un unico fronte di lotta del proletariato italiano per la difesa intransigente dei propri interessi.
La realtà, purtroppo, è oggi diversa e va cambiata radicalmente.
La vertenza ex-Ilva, come molte altre, non sfugge alla linea dei sindacati collaborazionisti dettata dalla compatibilità con le esigenze del capitale e della borghesia italiana, verso la quale i capi confederali non perdono occasione di strizzare l’occhio, nella assurda convinzione che possa giocare un ruolo diverso da quello dettato dalle attuali condizioni del dominio dei monopoli e della contesa imperialista, in un quadro di rallentamento economico a livello europeo.
Se così non fosse i salari italiani non sarebbero tra gli ultimi in Europa e all’ondata inflazionista che li ha ancor più falcidiati non si sarebbe risposto con blande richieste di “cunei fiscali” e scarsi aumenti nei rinnovi contrattuali, senza una mobilitazione generale della classe.
La vicenda dell’ex-Ilva ci rafforza ancora di più nella convinzione della necessità di portare avanti la politica di fronte unico dal basso, l’unica che, in un’ottica di unità di classe, possa ricostruire e far avanzare il protagonismo della classe operaia a partire dai suoi interessi diametralmente opposti a quelli del capitale, su lavoro, salari, orari, precarietà, nocività.
In questo ambito e con tali obiettivi la lotta dell’ex-Ilva, così come quella degli operai delle altre fabbriche minacciate dalla chiusura, va sostenuta fino in fondo.
Da Scintilla n. 142, febbraio 2024
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