Spagna: La teoria dell’imperialismo di Rosa Luxemburg
Carlos Hermida, Partito Comunista di Spagna (marxista-leninista) – PCE (m-l)
Tra il 1870 e il 1914, le grandi potenze capitalistiche europee, insieme agli Stati Uniti e al Giappone, intrapresero la conquista dell’Africa e dell’Asia. Durante questo periodo, le nazioni imperialiste si spartirono 25 milioni di chilometri quadrati, la Francia e Inghilterra furono le principali beneficiarie di questo depredazione di territori. All’inizio del XX secolo, il 63% dell’umanità viveva sotto il dominio imperialista (1).
Questo fenomeno fu analizzato dai partiti della Seconda Internazionale e dai principali teorici della socialdemocrazia, che parteciparono a un proficuo dibattito che ci ha lasciato opere di rilievo come quelle di Lenin, Hilferding, Otto Bauer e Rosa Luxemburg, tra gli altri (2). E non poteva essere altrimenti, perché l’esatta caratterizzazione dell’imperialismo, la sua natura e i suoi meccanismi di dominazione erano fondamentali per i partiti socialdemocratici al fine di tracciare una corretta linea tattica e strategica sul cammino della rivoluzione proletaria.
LA RIPRODUZIONE AMPLIATA DEL CAPITALE
Nel 1913 Rosa Luxemburg pubblicò “L’accumulazione del capitale”, la sua opera più importante di economia politica, in cui rivedeva gli schemi matematici di Marx sull’accumulazione del capitale. Si trattava, senza dubbio, di un’impresa enorme, condotta con onestà. Quando usiamo il termine “rivedere”, non lo facciamo nel senso in cui lo usiamo per definire l’opera di Bernstein, ma nel senso di analizzare le formulazioni marxiste da una prospettiva rivoluzionaria.
L’opera è divisa in tre parti o sezioni. Nella prima (Il problema della riproduzione del capitale) vengono affrontati i problemi della riproduzione del capitale, sia semplice che estesa. La seconda (Esposizione storica del problema) tratta delle controversie economiche tra i vari autori, e nella terza (Le condizioni storiche dell’accumulazione) l’autrice sviluppa la propria teoria, cercando di dimostrare come l’invasione delle economie primitive sia una condizione necessaria per lo sviluppo capitalistico, nonché il processo attraverso il quale esse le distruggono.
Il libro ricevette numerose critiche da vari settori della socialdemocrazia, comprese quelle di Lenin, il quale riteneva che le idee contenute in questo testo, relative alla riproduzione su larga scala del capitale, alle crisi e all’imperialismo, fossero fondamentalmente errate.
Per comprendere le ragioni delle divergenze tra di loro, è necessario partire dalla concezione marxista dello sviluppo del capitalismo. Le cause delle crisi di sovrapproduzione sono inseparabili dalle dinamiche interne della produzione capitalistica, dalla materializzazione e appropriazione del plusvalore, e non vanno ricercate in fattori esterni al processo produttivo. Nelle parole di Marx ed Engels:
“La storia dell’industria e del commercio è ormai da decenni solo la storia della sollevazione delle moderne forze produttive contro i moderni mezzi di produzione, contro i rapporti di proprietà che esprimono le condizioni di esistenza e di dominio della borghesia. Basta citare le crisi commerciali, che nel loro minaccioso ricorrere ciclico mettono sempre più in questione l’esistenza dell’intera società borghese. Nelle crisi commerciali viene regolarmente distrutta una grande parte non solo dei prodotti ma persino delle forze produttive già costituite. Nelle crisi scoppia un’epidemia sociale che in tutte le altre epoche sarebbe stata considerata un controsenso: l’epidemia della sovrapproduzione. …. e perché? Perché la società ha incorporato troppa civiltà, troppi mezzi di sussistenza, troppa industria, troppo commercio. Le forze produttive di cui essa dispone non servono più allo sviluppo della civiltà borghese e dei rapporti borghesi di proprietà; al contrario, esse sono diventate troppo potenti per quei rapporti, ne sono frenate, e non appena superano questo ostacolo gettano nel caos l’intera società borghese, mettono in pericolo l’esistenza della proprietà borghese. I rapporti borghesi sono diventati troppo angusti per contenere la ricchezza che essi stessi hanno prodotto. Come supera le crisi la borghesia? Da una parte con l’annientamento coatto di una massa di forze produttive; dall’altra conquistando nuovi mercati e sfruttando più a fondo quelli vecchi. In che modo, insomma? Provocando crisi più generalizzate e più violente e riducendo i mezzi necessari a prevenirle.” (3).
Nel secondo volume del Capitale, Marx analizza la riproduzione semplice ed estesa del capitale. Marx divide tutta la produzione nella società capitalista in due settori: il Settore I, produttore di mezzi di produzione, e il Settore II, produttore di beni di consumo. Marx inizia analizzando le condizioni di equilibrio per lo scambio tra i due settori in condizioni di riproduzione semplice (cioè, senza accumulazione), e conclude che, in riproduzione semplice, la somma del capitale variabile (investito in salari) e del plusvalore nel Settore I, produttore di mezzi di produzione, deve essere uguale al capitale costante nel Settore II, produttore di beni di consumo. Nel caso di riproduzione ampliata (accumulazione), le condizioni variano. Il punto di partenza è che l’accumulazione richiede un surplus di mezzi di produzione, un surplus che necessita della conversione in capitale di una parte del plusvalore ottenuto dai capitalisti. In altre parole, nell’ipotesi di accumulazione, l’aumento dei mezzi di produzione supera l’aumento dei beni di consumo: il Settore I, quindi, deve crescere più rapidamente del Settore II. I diagrammi matematici di Marx dimostrarono che tale accumulazione era possibile in una società capitalista nonostante la sproporzione tra i due settori della produzione.
A partire da queste premesse, Rosa Luxemburg ritenne che gli schemi matematici di Marx sulla riproduzione estesa del capitale non erano corretti e individuò una serie di condizioni affinché si potesse realizzare il processo di accumulazione: 1) La società doveva disporre di una quantità crescente di mano d’opera da essere impiegata; 2) In ogni periodo, le necessità immediate della società dovevano consentire che parte della produzione fosse destinata all’aumento del capitale sociale, ovvero che non tutto ciò che veniva prodotto fosse consumato (possibilità di risparmio); 3) La produzione di beni capitali doveva essere sufficiente ad aumentare materialmente il capitale sociale (possibilità di investimento); e 4) anche la domanda effettiva doveva crescere, poiché la sua esistenza è una conditio sine qua non affinché i capitalisti decidano di investire. La sua domanda, quindi, sarà la seguente: da dove proviene questa domanda effettiva in continua crescita, quella che garantisce nuovi investimenti, ovvero che garantisce uno stimolo per l’insieme dei capitalisti a espandere la produzione globale? Questa esigenza deve essere ricercata al di fuori della sfera dell’economia capitalista, nella conquista e nel dominio di quelle aree del mondo in cui predominano forme non capitalistiche. Da questi luoghi proverrebbe l’esigenza di risolvere i problemi che presentava l’accumulazione ampliata del capitale:
“In questo modo, mediante lo scambio con società e paesi non-capitalistici, il capitalismo si espande sempre di più, accumulando capitale a loro spese, erodendoli e soppiantandoli al contempo. Ma quanto più i paesi capitalisti si imbarcano in questa caccia alle zone di accumulazione, e tanto più scarse diventano le zone non-capitalistiche suscettibili di essere conquistate dai movimenti espansionistici del capitale, tanto più acuta e furiosa diventa la competizione tra i capitali, trasformando questa crociata di espansione sulla scena mondiale in un’intera catena di catastrofi economiche e politiche, crisi mondiali, guerre e rivoluzioni.
In tal modo il capitale prepara la sua catastrofe attraverso due vie. Da un lato, espandendosi a spese di tutte le forme di produzione non-capitalistiche, si muove verso il momento in cui tutta l’umanità sarà composta esclusivamente da capitalisti e lavoratori, rendendo impossibile, quindi, qualsiasi nuova espansione e, di conseguenza, qualsiasi accumulazione. Ma in questo modo, nella misura in cui questa tendenza si impone, il capitalismo acuisce gli antagonismi di classe e l’anarchia politica ed economica internazionale al punto che molto prima che si raggiungano le conseguenze ultime dello sviluppo economico, cioè molto prima che il regime assoluto e uniforme della produzione capitalistica venga imposto al mondo, si verificherà la ribellione del proletariato internazionale, che porrà necessariamente fine al regime capitalistico.” (4)
L’imperialismo dunque non sorgeva in una fase specifica dello sviluppo capitalistico, ma era il prodotto delle contraddizioni insite nell’accumulazione del capitale; ovvero, la sua riproduzione in forma ampliata:
“L’imperialismo è l’espressione politica del processo di accumulazione di capitale nella sua lotta di concorrenza intorno a residui di ambienti non-capitalistici non ancora posti sotto sequestro… Dati l’alto sviluppo e la sempre più accesa concorrenza dei paesi capitalisti per la conquista di zone non-capitalistiche, l’imperialismo cresce in energia e forza d’urto, sia nella sua aggressività contro il mondo non-capitalistico, sia nell’inasprimento dei contrasti fra i paesi capitalisti concorrenti. Ma con quanta maggiore energia, potenza d’urto e sistematicità l’imperialismo opera all’erosione delle civiltà non-capitalistiche, tanto più rapidamente toglie il terreno sotto i piedi all’accumulazione del capitale. L’imperialismo è tanto un metodo storico per prolungare l’esistenza del capitale, quanto il più sicuro mezzo sicuro per affrettarne obiettivamente la fine.” (5)
LA CRITICA LENINISTA
L’errore fondamentale della rivoluzionaria polacca fu quello di situare la soluzione ai problemi della riproduzione allargata del capitale nella sfera del mercato e del consumo, attraverso la conquista di regioni del mondo non capitalistiche. L’imperialismo sarebbe, in questa forma, una soluzione parziale alle crisi, all’impossibilità di realizzare il plusvalore nelle metropoli imperialiste. Tali impostazioni implicavano che il capitalismo sarebbe collassato a un certo punto. Una volta scomparse le società non capitalistiche, l’accumulazione sarebbe divenuta impossibile e, di conseguenza, si sarebbe prodotto il crollo del sistema.
La realtà ha dimostrato che il crollo del capitalismo non è avvenuto, nemmeno di fronte a crisi catastrofiche come quelle del 1929, del 1973 e del 2008. Il capitalismo porta nel suo seno profonde contraddizioni, ma anche i meccanismi che gli consentono di superarle temporaneamente. Meccanismi quali le guerre imperialiste e il supersfruttamento dei lavoratori e dei popoli dei paesi dipendenti. In altre parole, sofferenze e disastri sociali accompagnano lo sviluppo del modo di produzione capitalistico, ma quest’ultimo non scomparirà se non verrà abbattuto dall’azione consapevole del proletariato e delle classi popolari (6)
L’espansione imperialistica si verifica, come ben spiegò Lenin, quando il capitalismo raggiunge un determinata fase di sviluppo. La ricerca di tassi di profitto più elevati attraverso l’esportazione di capitale in eccesso dalle suddette metropoli spiega la conquista del mondo afro-asiatico avvenuta tra il 1870 e il 1914.
La contraddizione fondamentale del modo di produzione capitalistico sta nella sfera della produzione e non in quella della circolazione. Nella sua polemica contro le concezioni economiche dei populisti, Lenin affrontò tale questione, evidenziando le inadeguatezze teoriche e gli errori del populismo:
“Quando i populisti asseriscono che il mercato estero rappresenta una «via d’uscita dalla difficoltà» che il capitalismo incontra nel realizzare il prodotto, sotto questa frase essi nascondono soltanto la triste circostanza che per essi il «mercato estero» è una «via d’uscita dalle difficoltà» nelle quali si imbattono a causa della loro incomprensione della teoria… Non solo i prodotti che esistono sotto forma di beni dl consumo, ma anche i prodotti che esistono sotto forma di mezzi di produzione, tutti sono ugualmente solo attraverso «difficoltà», attraverso continue fluttuazioni, che diventano sempre più forti con lo sviluppo del capitalismo, attraverso una furiosa concorrenza che obbliga ogni imprenditore a cercare di ampliare illimitatamente la produzione, uscendo dai confini del suo Stato, spingendosi alla ricerca di nuovi mercati in paesi non ancora coinvolti nella circolazione capitalistica delle merci. Siamo così giunti al problema del perché sia necessario il mercato estero a un paese capitalistico. Non perché il prodotto in generale non possa essere realizzato in regime capitalistico. Questa è un’assurdità. Il mercato estero è indispensabile perché è propria della produzione capitalistica la tendenza a espandersi illimitatamente, a differenza di tutti gli antichi modi di produzione, circoscritti entro i confini del villaggio, della tenuta patriarcale, della tribù, di un dato territorio o dello Stato. Mentre in tutti questi regimi primitivi la produzione si rinnovava nella stessa forma e con le stesse dimensioni di prima, nel sistema capitalistico ciò diventa impossibile: legge della produzione capitalistica è l’illimitata espansione, l’eterno movimento in avanti”. (7)
La radice dell’errore di Rosa Luxemburg – e non solo del suo – risiede nell’aver attribuito priorità alla tesi del sottoconsumo nella teoria di Marx, anziché collocarla in posizione secondaria. La contraddizione tra la produzione e la realizzazione del prodotto è parte integrante del funzionamento del capitalismo, ma la concretizzazione delle crisi è legata a fattori più profondi, come la tendenza del saggio di profitto a scendere. Anche Lenin criticò la teoria del sottoconsumo:
“L’analisi scientifica dell’accumulazione … ha demolito dalle fondamenta questa teoria, dimostrando che nelle epoche che precedono le crisi che il consumo degli operai si eleva, che l’insufficiente consumo (che dovrebbe spiegare le crisi) è esistito nei più diversi regimi economici, mentre le crisi sono un tratto distintivo caratteristico di un solo sistema: quello capitalistico. Questa teoria [il marxismo] spiega le crisi con un’altra contraddizione, e precisamente con la contraddizione fra il carattere sociale della produzione (resa sociale dal capitalismo) e il modo privata, individuale, dell’appropriazione… Le due teorie di cui parliamo danno spiegazioni affatto diverse delle crisi. La prima le spiega con la contraddizione tra produzione e il consumo della classe operaia; la seconda con la contraddizione tra il carattere sociale della produzione e il carattere privato dell’appropriazione. La prima vede quindi la radice del fenomeno fuori della produzione… la seconda vede la radice del fenomeno nelle condizioni della produzione… Ma si chiede, la seconda teoria nega l’esistenza di una contraddizione tra produzione e consumo? Naturalmente no. Essa riconosce pienamente che il sottoconsumo esiste, ma lo riconduce al posto subordinato che gli spetta, indicandolo come un fatto concernente solo un settore dell’intera produzione capitalistica.” (8)
Nella sua grande opera “L’imperialismo, fase suprema del capitalismo”, Lenin risponde anche indirettamente all’errore di Rosa Luxemburg, nel senso che il mondo è già stato spartito fisicamente, ma non definitivamente, poiché sono possibili nuove spartizioni:
«I capitalisti si spartiscono il mondo non per la loro speciale malvagità, bensì perché il grado raggiunto dalla concentrazione li costringe a battere questa via, se vogliono ottenere dei profitti. E la spartizione si compie “proporzionalmente al capitale”, “in proporzione alla forza”, perché in regime di produzione mercantile e di capitalismo non è possibile alcun altro sistema di spartizione … il tratto caratteristico del periodo considerato è costituito dalla spartizione definitiva della terra; definitiva non già nel senso che sia impossibile una nuova spartizione – ché anzi nuove spartizioni sono possibili e inevitabili — ma nel senso che la politica coloniale dei paesi capitalistici ha condotto a termine l’arraffamento di terre non ancora occupate sul nostro pianeta. Il mondo appare per la prima volta completamente ripartito, sicché in avvenire sarà possibile soltanto una nuova spartizione, cioè il passaggio da un “padrone” ad un altro» (9).
La ridistribuzione non riguardava l’accumulazione di capitale, bensì l’obiettivo di ottenere maggiori profitti e vantaggi. Con la Seconda rivoluzione industriale, la concorrenza tra le grandi potenze si fece più aspra e l’enorme sviluppo industriale rese necessario approvvigionarsi di materie prime in grandi quantità e a basso costo. La conquista territoriale divenne il mezzo per garantirne l’approvvigionamento.
La nuova spartizione non riguardava l’accumulazione di capitale in sé, bensì l’obiettivo di ottenere maggiori profitti e vantaggi. Con la Seconda rivoluzione industriale, la concorrenza tra le grandi potenze si fece più aspra e l’enorme sviluppo industriale rese necessario approvvigionarsi di materie prime su larga scala e a basso costo; la conquista territoriale divenne quindi il mezzo per garantirne la disponibilità. Inoltre, la possibilità di realizzare ingenti profitti investendo capitali in nuovi territori fu un fattore chiave per comprendere l’interesse di banche e grandi industrie verso l’espansione coloniale: la manodopera indigena, infatti, poteva essere sottoposta a uno sfruttamento maggiore rispetto ai lavoratori europei, i quali disponevano già di importanti organizzazioni sindacali.
L’imperialismo è un prodotto delle contraddizioni del capitalismo. Quando raggiunge un certo grado di sviluppo, caratterizzato dal monopolio, dalla formazione del capitale finanziario e dalla concentrazione e centralizzazione del capitale – come definito da Lenin nell’opera sopra citata – il capitalismo sviluppa necessariamente la propria tendenza imperialistica, dando luogo a una struttura di rapporti di dominio e sfruttamento che perdura ancora oggi.
CONCLUSIONI
La teoria di Rosa Luxemburg non ha superato la prova della verifica empirica. Da tempo ormai, i rapporti di produzione capitalistici abbracciano l’intero pianeta e l’accumulazione non si è arrestata, né lo sviluppo delle forze produttive ha subito rallentamenti, sebbene sia vero che il capitalismo attuale poggi più su un massiccio flusso di capitale speculativo parassitario che su una base produttiva, al punto che tale capitale finanziario si rende indipendente dalla sfera produttiva e acquisisce una propria dinamica.
Sulla base di un’analisi marxista, l’imperialismo del XXI secolo è caratterizzato dai seguenti aspetti:
1) L’imperialismo costituisce un insieme di rapporti di dominazione e sfruttamento tra due gruppi di paesi: quelli che formano il centro del sistema capitalistico (paesi sviluppati) e quelli che costituiscono la periferia del sistema (paesi sottosviluppati).
2) In ogni gruppo di paesi la lotta di classe si sta intensificando. Le classi popolari si contrappongono alle classi dominanti sia nei paesi sviluppati che in quelli dipendenti. Di fronte alla collaborazione di classe, i comunisti devono innalzare la bandiera dell’internazionalismo proletario.
3) La cosiddetta globalizzazione non ha creato un super-imperialismo né ha cancellato i confini dello Stato-nazione. L’internazionalizzazione del capitale non ha attenuato le rivalità imperialistiche, le quali, com’è evidente, tendono ad acuirsi. Come ai tempi di Lenin, la lotta per il controllo dei mercati e delle fonti di materie prime rimane l’obiettivo delle grandi potenze imperialiste.
4) Le contraddizioni del capitalismo si fanno sempre più profonde e le politiche riformiste non sono in grado di arrestare il deterioramento sociale. È evidente che la democrazia parlamentare sta iniziando a costituire un ostacolo al dominio stesso della borghesia e che forme fasciste di dominio stanno prendendo piede in diversi paesi.
5) Il pericolo di una guerra mondiale è reale e le classi dominanti stanno già utilizzando strategie di comunicazione per diffondere questo messaggio e preparare le masse a uno scontro militare.
6) In tali circostanze, il rafforzamento ideologico e politico della CIPOML costituisce un compito urgente e di primaria importanza. In ampi settori delle nostre società si avverte un senso di rassegnazione e di fatalismo, come se l’ordine capitalistico fosse immutabile e ci si dovesse necessariamente adattare a vivere in questa barbarie. Ciò è il risultato della diffusione di massa dell’ideologia borghese, che mira appunto alla passività delle masse, all’individualismo e all’accettazione dell’ordine costituito. Per superare questa situazione, è fondamentale condurre una costante lotta ideologica attraverso la diffusione del pensiero e dell’analisi marxisti-leninisti.
Marzo 2026
NOTE
1) Sulla ripartizione imperialista sono particolarmente interessanti: Acosta Sánchez, José: El imperialismo capitalista. Concepto, períodos y mecanismos de funcionamiento, Barcelona, Blume, 1977; Fieldhouse, David: Economía e imperio. La expansión de Europa (1830-1914), Madrid, Siglo XXI, 1977; Hobsbawm, Eric: La era del imperialismo, 1875-1914, Barcelona, Labor, 1989.
2) Sulle differenti teorie in relazione con l’imperialismo si veda J. M. Vidal Villa: Teorías sobre el imperialismo, Barcelona, Anagrama, 1976.
3) Marx e Engels, Il manifesto del partito comunista, 1848
4) Rosa Luxemburg, L’accumulazione del capitale, 1913
5) Ibidem
6) Sulla teoria del crollo è imprescindibile l’opera di H. Grossmann: La ley de la acumulación y del derrumbe del sistema capitalista. Madrid, Siglo XXI, 1979 (prima edizione in tedesco, 1929)
7) Lenin, Le caratteristiche del romanticismo economico, 1897
8) Ibidem
9) Lenin, L’imperialismo, fase suprema del capitalismo, 1916
Da “Unità e Lotta” n. 52, Organo della Conferenza Internazionale di Partiti e Organizzazioni Marxisti-Leninisti – CIPOML
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