Spagna: Sull’amnistia e l’investitura
Comunicato della Segreteria del CC del PCE (m-l)
Da settimane siamo immersi in un dibattito senza fine sulla decisione di Pedro Sánchez di amnistiare i leader del processo (gli indipendentisti, n.d.t), condannati a pene detentive per la convocazione della consultazione tenuta in Catalogna il 1° ottobre 2017 e brutalmente repressa dal governo Rajoy.
Da un punto di vista strettamente giuridico e politico, l’amnistia è ampiamente giustificata: i leader catalani sono stati condannati per aver tentato di esercitare un diritto democratico, quello della libera autodeterminazione dei popoli.
Ma tutti sanno, anche loro, che la soluzione definitiva del problema nazionale in Spagna, l’esercizio di tale diritto, è assolutamente irrealizzabile nel quadro del regime del ’78, la cui Costituzione vieta espressamente la federazione dei territori, stabilisce il carattere esclusivamente consultivo del referendum, determina l’unità della Spagna come carattere essenziale dello Stato e ne delega espressamente la difesa all’esercito.
Di conseguenza, il PP (Partito Popolare) sa che sia il PSOE che SUMAR, inclusa la destra nazionalista, sono forze che accettano le regole del gioco del regime monarchico frutto di un patto con il regime franchista, e che accettano, quindi, quel quadro che sta dietro ai principali problemi politici affrontati dalle classi popolari.
Nel dibattito, quindi, è stato occultato questo fatto essenziale: il regime monarchico è il risultato di un patto con il regime franchista che tutti gli attori di questa farsa, comprese le forze della borghesia nazionalista, hanno a suo tempo accettato e da allora ancora lo mantengono.
Stiamo parlando di un regime che facilita la cooptazione permanente di una casta ultrareazionaria negli organi centrali della magistratura; organismi che garantiscono l’impunità ai politici corrotti, intervengono costantemente nella vita politica, condizionano l’attività del governo di turno e quella del Parlamento, talvolta paralizzando norme e leggi che potrebbero migliorare, almeno temporaneamente, le condizioni di vita e garantire i diritti sociali della maggioranza lavoratrice; un regime che permette che le Comunità Autonome si siano trasformate in riserve private per le azioni impunite di famiglie di politici che privatizzano i servizi pubblici e li trasformano in un business per la loro cerchia di amici imprenditori; in definitiva un regime coronato da una stirpe imposta dal dittatore, il cui patriarca è in fuga ad Abu Dhabi, tutelato giudizialmente per garantirne l’impunità nei numerosi casi di corruzione in cui è implicato.
Il compromesso di Sánchez di concedere l’amnistia ai politici della borghesia catalana è frutto della necessità di ottenere il loro appoggio per ottenere l’investitura. Con la sua feroce opposizione, il PP cerca di logorare il suo rivale social-liberale per forzare l’indizione di elezioni che sa di poter vincere.
VOX, rappresentante istituzionale dei settori più reazionari della destra e alleato del PP, con il quale condivide il disprezzo per la convivenza democratica, cerca di approfittare della debolezza e del discredito della sinistra sottomessa e riformista per configurare un fronte reazionario, con un linguaggio e un formalismo “antisistema”, che spinge indietro la ruota della storia qualora, se necessario, il grande capitale avesse bisogno di togliersi la maschera “democratica”, approfittando del fatto che, nel contesto attuale, non esiste opposizione ferma e organizzata del proletariato.
Il regime monarchico ha mantenuto vivi e sostenuto politicamente elementi e istituzioni fasciste che ora scendono in piazza gridando il loro odio irrazionale.
Nel bel mezzo del dibattito, la direzione del PCE ha pubblicato un comunicato che riprende le tesi del carrillismo (Carrillo fu il segretario del PCE revisionista prima e dopo la caduta del franchismo, n.d.t) e rimarca la conferma dei criteri che questo leader traditore impose ai suoi tempi, rinunciando alla rottura con il franchismo che il movimento popolare reclamava, per accettare un regime che mantiene i controlli imposti dalla dittatura e assoggetta la vita politica del nostro Paese nei margini che convengono all’oligarchia.
Il ricorso di quel comunicato alla confusione delle cose è permanente; così, ad esempio, oltre a ignorare le proprie responsabilità nell’attuale situazione, la direzione del PCE include affermazioni come la seguente: “… la democrazia spagnola ha iniziato il suo cammino nel 1978 dopo un’ampia amnistia per motivi politici”; quando la verità è che quella legge di amnistia è stata emanata espressamente per garantire anche l’impunità di giudici, poliziotti e politici (come il ministro franchista fondatore del PP, Manuel Fraga) coinvolti in crimini contro l’umanità durante la dittatura.
Si approfitta della congiuntura per cercare di identificare anche la difesa della democrazia, con la difesa della coalizione di governo che potrebbe uscire dall’accordo con il PSOE, affermando quanto segue: “Manca la capacità delle forze democratiche e di sinistra di diffondere la nostra argomentazioni e spiegare la vera natura di ciò che sta accadendo, di esporre i contenuti dell’accordo di governo che promuoveremo immediatamente dalla formazione del governo del progresso che dovrà iniziare a funzionare questa stessa settimana con la presenza di Sumar e in modo molto prevedibile anche con la presenza di Izquierda Unida.”
Adesso che è terminato il processo di investitura, il problema persisterà, perché la borghesia nazionalista catalana continuerà a lottare “trincea per trincea”, come ha detto Puigdemont, verso un obiettivo che, come diciamo, non può raggiungere nel quadro della Costituzione monarchica: ossia la libera autodeterminazione del popolo catalano. E il governo di coalizione non sarà nemmeno in grado di portare avanti altri compromessi che sono altrettanto irraggiungibili nel quadro del regime, perché si scontrano con gli interessi del grande capitale e dell’oligarchia finanziaria.
In breve, questa difesa della “democrazia” borbonica portata avanti dalla direzione del PCE mira in definitiva ad accettare la sua politica possibilistica del “male minore”.
Il nostro partito insiste nuovamente sul fatto che per le classi popolari la prima necessità, se vogliamo avanzare nella democrazia, è quella di prendere le distanze da questa “democrazia” protetta dalla reazione e avanzare verso la rottura con il regime monarchico.
Il regime del ’78, contrariamente a quanto sottolinea la dirigenza del PCE, non è una garanzia di democrazia, ma, al contrario, la sottomissione permanente della vita democratica alla tutela dell’oligarchia, di quelle 1.500 famiglie che dominano l’economia e controllano la politica nel nostro Paese; una “democrazia” che sarà più o meno “elastica” a seconda delle esigenze di quel minuscolo gruppo che detiene il potere reale.
In tempi come questi, in cui la crisi acuta che affligge il capitalismo internazionale si approfondisce di giorno in giorno, la contraddizione tra le classi sociali si va acuendo, in modo che il grande capitale andrà ad esigere maggiore forza dallo Stato per scaricare le conseguenze di detta crisi sulla maggioranza lavoratrice; ciò implica che il mantenimento del regime del ’78, nato da un patto con la casta politica del franchismo, significa per il proletariato e le classi popolari la rinuncia ad un programma autonomo che permetta loro di avanzare nei diritti economici, sociali e politici.
La strada è ormai aperta per la costituzione della coalizione di governo richiesta dal PCE. Dopo la fallita investitura del reazionario Feijoó, Pedro Sánchez e Yolanda Díaz, membro del PCE e leader di Sumar, hanno concordato una serie di impegni limitati, ma ancora pendenti dal 2019.
Se il PCE, che definisce la politica della coalizione SUMAR, ritiene che non sia possibile rispettarli integralmente, come è avvenuto con quelli acquisiti dalla precedente coalizione di governo alla quale hanno anche partecipato; se ritiene che non ci siano le condizioni per realizzarli pienamente, non dovrebbe entrare nel governo di coalizione e dovrebbe partecipare attivamente alla ripresa del movimento popolare organizzato; perché se non fa questo passerebbe consapevolmente, come già fece nel 1978, nel campo dei servitori sottomessi al regime monarchico.
Da parte nostra, continueremo a lavorare per lo sviluppo di un programma politico che rifletta le principali aspirazioni della maggioranza lavoratrice e organizzeremo la nostra classe per realizzarlo; ma lo faremo sempre con la massima chiarezza, e spiegando che qualsiasi progresso in questo campo passa inevitabilmente per lo scontro con il quadro politico della monarchia che permane, che è la chiave dell’involucro politico e giuridico che sostiene gli interessi dell’oligarchia.
Sappiamo che molti militanti del PCE che non sono soddisfatti della politica sviluppata dalla sua direzione; siamo disposti a lavorare insieme a loro e al resto dei settori che condividono questo obiettivo, che è l’unico che può salvare la nostra classe e il nostro popolo da una nuova sconfitta di fronte al fascismo dilagante.
Quale che sia il governo, ciò che è pubblico, ciò che è comune, ciò che è di tutti va difeso.
Unità contro la monarchia e il suo regime.
Per la Repubblica popolare federativa.
17 novembre 2023
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