Stati Uniti e Cina: lotta fra superpotenze per l’egemonia mondiale
Nello sviluppo dell’analisi della situazione internazionale, appare sempre più chiaro che l’aspetto principale delle contraddizioni fra paesi imperialisti è attualmente quello fra l’imperialismo statunitense e l’imperialismo cinese.
Le due maggiori potenze economiche del pianeta lottano per mantenere ed espandere le proprie sfere di influenza, gli sbocchi di mercato, controllare le vie di trasporto delle merci.
Naturalmente, vi sono anche altre contraddizioni come quella che oppone il blocco USA/NATO e la Russia, che si esprime nella guerra in Ucraina, così come le contraddizioni fra USA e UE, particolarmente con la Germania e la Francia che sono colpite nella loro capacità concorrenziale in diverse aree del mondo, fra cui l’Asia.
Queste ultime contraddizioni fra “alleati” si sono recentemente acuite, specie sulla questione del gas, ma non assumono l’importanza e l’asprezza di quelle esistenti fra USA e Cina che si contendono l’egemonia nel sistema imperialista-capitalista.
Gli imperialisti nordamericani perseguono una politica estremamente aggressiva e di guerra nel mondo. Tutte le mosse dell’amministrazione Biden si inseriscono nel contesto della lotta con la sola potenza che può svincolarsi dal sistema di regole internazionali imposte fin dal secondo dopoguerra dagli USA, strappare a Washington l’egemonia globale e mettere al passo le altre potenze.
La Cina è una superpotenza in ascesa, basata su grandi monopoli capitalistici, che esporta capitale e cerca di guadagnare influenza a livello mondiale con le quattro iniziative (Belt and Road, sviluppo globale, sicurezza globale e civiltà globale), mentre il suo agguerrito esercito sta diventando il principale concorrente militare degli Stati Uniti.
Siamo in un decennio decisivo per capire “chi dominerà” e alla luce di ciò vanno comprese le differenti decisioni che vengono adottate dagli USA in campo economico, politico, giuridico, diplomatico, militare, tecnologico, sanitario, ecologico, etc. per cercare di fermare la Cina, prima che la sua forza si accresca ancora e stringa alleanze strategiche, di cui ancora difetta (quella con la Russia è una “partnership strategica di coordinamento” che esprime l’interazione esistente fra i due paesi, ma non è un’alleanza vera e propria).
La strategia di Zio Sam
La strategia nordamericana in funzione anticinese è complessa, a lungo termine, incentrata sulla difesa ad oltranza dei propri interessi vitali in ogni sfera; essa da un lato minaccia la Cina con un cordone militare negli oceani Indiano e Pacifico, dall’altro mette al passo gli alleati europei recalcitranti.
Si tratta di una contesa a tutto campo, economica, militare, ideologica, culturale, etc., in cui ha grande importanza la “deterrenza integrata” in cui Washington vuole trascinare alleati e “partners”.
Un concetto che spazia in tutti i campi della competizione, dalle catene di approvvigionamento al nucleare, dallo spazio alla sfera mediatica, dalla diplomazia alla tecnologia, dalle sanzioni alle “rivoluzioni colorate”, integrando i diversi aspetti del potere per difendere il sistema internazionale diretto dall’imperialismo USA, il quale si appoggia sulla loro potenza finanziaria e militare per dominare e saccheggiare i popoli.
Anche l’aspetto militare viene riorganizzato e modernizzato, spostando gli investimenti militari verso sistemi asimmetrici a più lungo raggio e sviluppando nuovi concetti che modificano il modo in cui gli USA conducono le operazioni militari. La guerra in Ucraina è un grande campo di sperimentazione in questo senso.
L’egemonia USA si regge sulla rete di alleanze e l’integrazione politico-militare in strutture come la NATO, in costante ampliamento, e le reti spionistiche (ad es. i Five Eyes). In questo senso è di grande importanza quello che sta avvenendo nell’Indo-Pacifico, dove è situato l’epicentro della lotta. Evidenziamo i rapporti fra USA, Corea del Sud e Giappone, la IPEF (Indo-Pacific Economic Framework for Prosperity, lanciata da Biden), l’Asean (che comprende dieci paesi asiatici), il Quad (Australia, Giappone, India e USA), etc., con cui Washington cerca di far schierare, allineare e coordinare più stati nella cintura di contenimento e isolamento della Cina.
Tuttavia, non sarà facile per gli USA scompaginare gli accordi economici e commerciali di numerosi paesi con la Cina e farli adattare completamente ai loro disegni. Vi sono infatti critiche e resistenze.
Anche l’imperialismo italiano è coinvolto nella lotta. Ad esempio, è stato obbligato dagli USA a rinunciare alla partecipazione alla Belt and Road Initiative e a bloccare l’espansione cinese in aree strategiche come il porto di Taranto. Ora viene sollecitato a partecipare all’iniziativa “Make in India” (produzione bellica), per rafforzare la linea di contenimento anticinese. Ciò avrà conseguenze sul piano militare, con una spedizione navale a guida USA, cui parteciperà la portaerei Cavour con i caccia F-35 e il naviglio di scorta, sino in estremo Oriente, incrociando nel Mar del Sud della Cina, crocevia delle tensioni internazionali.
La risposta dei mandarini cinesi
Naturalmente l’imperialismo cinese in ascesa elabora la sua strategia anti-USA per rompere il “regime” mondiale nordamericano (dapprima in Asia, dove sta crescendo la sua influenza economica e politica, e quindi nei “paesi in via di sviluppo” non occidentali, disillusi nei confronti degli USA). Si presenta alla testa di un’alternativa globale, pragmatica, al fine di subentrare agli USA come potenza dominante e vincere la sfida per l’egemonia.
Pechino sta mettendo in atto una sorta di graduale accerchiamento strategico, in cui il “multilateralismo” e il “multipolarismo” hanno una precisa funzione a livello internazionale per propagandare un “nuovo tipo di relazioni statali” ed esportare più capitali. Le decisioni adottate dal recente Congresso del PCC vanno in questa direzione e fissano la metà del secolo come scadenza per posizionare la Cina al “posto che si merita” nella gerarchia imperialista mondiale.
La Cina – che mezzo secolo fa si avvicinava e si appoggiava sull’imperialismo USA per svilupparsi economicamente – non può sopportare all’infinito di essere subordinata al dominio a stelle strisce, non può accettare di essere messa al passo “nei secoli” dagli USA.
Ma deve ancora rafforzarsi e ammodernarsi come superpotenza capace di dominare il mondo, deve continuare a crescere economicamente a ritmi sostenuti (cosa assai difficile), sviluppare la tecnologia, la forza militare.
Perciò Pechino non vuole un conflitto diretto a breve termine (Xi intensifica i rapporti con Putin, ma non si allinea nella geopolitica del “blocco contro l’Occidente”), bensì punta a rallentare e indebolire più possibile Washington nel lungo periodo staccando alleati dal suo blocco, mostra di voler collaborare con gli USA a spese dei popoli, mentre si irrobustisce per prepararsi allo scontro.
Riusciranno gli Stati Uniti a “contenere” strategicamente la Cina, oppure la Cina accerchierà gli USA? Si giungerà ad una cooperazione per la spartizione delle sfere di influenza e dei mercati, oppure alla guerra aperta? Pechino riuscirà ad evitare a lungo lo scontro, oppure cercherà di fomentare l’urto frontale fra USA e Russia, per restare la sola potenza dominatrice a livello globale? Di certo la legge dello sviluppo ineguale porterà all’acutizzazione del conflitto.
La particolarità della disputa fra USA e Cina, a differenza di quella avvenuta con l’Unione Sovietica socialista, è che entrambe le potenze sono collocate nel campo dell’imperialismo, sono parte integrante e rilevante dello stesso modo di produzione; pertanto le necessarie relazioni reciproche e le conseguenze a livello internazionale di ogni manovra sono molto complesse.
Un fattore di successo nella politica di contenimento antisovietica attuata durante la “guerra fredda” fu il basso livello di relazioni economiche tra gli stati del blocco occidentale e quelli del blocco orientale (specie nel periodo del socialismo).
Oggi non esiste una muraglia cinese di questo genere e ciò comporta inevitabili difficoltà nella strategia dell’imperialismo USA, che è costretto a rapportarsi e “collaborare” con la Cina. Ma questo fatto, se da un lato complica il quadro delle relazioni, dall’altro pone solamente la questione del predominio di una potenza sull’altra, e non la questione dell’esistenza o meno del capitalismo. Ciò rende più facile lo scatenamento di guerre ingiuste, di rapina, fra briganti imperialisti.
Il marxismo-leninismo insegna che l’inasprimento delle contraddizioni e delle rivalità fra potenze imperialiste è gravido di pericoli di guerra.
Oggi vediamo bene quanto sia reale, e non immaginario, questo pericolo.
La sola politica giusta per scongiurarlo è sollevare la classe operaia e i popoli per opporsi ai piani di guerra dell’imperialismo e abolire questo sistema marcio e parassitario.
Da Scintilla n. 133 – aprile 2023
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