Sui movimenti ambientalisti

Tra i principali temi di attualità, capaci di attirare l’attenzione e perfino l’azione diretta di una risorsa tanto importante come quella rappresentata dai giovani, è presente in primo piano quello legato all’ambientalismo. Un tema oggettivo e drammatico sul quale però abbiamo potuto constatare come in questi anni la propaganda dei paesi imperialisti occidentali stia mobilitando in primo luogo studenti e altre categorie di giovani attraverso lo sfruttamento delle parole d’ordine lanciate da Greta Thunberg, che sono state ampiamente accolte nel nostro paese e che hanno dato vita al celeberrimo sciopero del 27 settembre 2019, sapientemente veicolate affinché l’opinione pubblica sia favorevole ad una transizione verso la “green economy”.

Sono sotto gli occhi di tutti le conseguenze causate dall’inquinamento derivate dall’alto grado di sviluppo industriale, ma davvero la borghesia imperialista lancia questi appelli col fine di salvare il pianeta?

Il materialismo dialettico, il solo ed unico metodo scientifico di comprensione della realtà, ci insegna che la sovrastruttura delle società è una manifestazione della struttura, per cui la morale, la politica e la propaganda “verde” sorgono da necessità economiche.

Quali sono queste necessità economiche?

Sono soprattutto la conseguenza di una delle principali contraddizioni del sistema capitalistico, ovvero dell’aumento sempre crescente degli investimenti che fanno crescere il capitale costante a scapito del capitale variabile. Come espone Karl Marx in modo approfondito nel Libro I del “Capitale”, una volta che il capitalismo arriva allo stadio della grande industria meccanizzata, gli industriali aumentano sempre più la produttività del lavoro a scopo di sovrastare concorrenza ed ottenere l’aumento del plusvalore attraverso la diminuzione del lavoro necessario nella giornata lavorativa dell’operaio. Con ciò  il capitalista ridurrà le spese rivolte ai salari, causando licenziamenti, disoccupazione e abbassamento del costo della forza lavoro, con l’effetto controproducente di perdita di operai che gli forniscono “lavoro vivo” da una parte, il plusvalore e infine il profitto dall’altra, generando una tendenza al collasso del sistema capitalistico stesso.

A tamponare questo disastroso effetto intrinseco alla società capitalista, senza modificarne l’essenza contraddittoria,  viene in aiuto all’industriale il fatto che un maggiore sviluppo del macchinario comporti in una certa qual misura un risparmio energetico il quale fa abbassare i costi di produzione. Ecco perché la grande borghesia è tanto interessata alle energie rinnovabili: come ammesso anche nel PNNR, la transizione energetica e l’industria 4.0 fanno abbassare i costi di produzione e quindi rallentano la putrefazione del sistema imperialista, oltre a creare un nuovo consistente mercato, con l’aiuto dell’intervento dello stato!

È questo che cela, sotto la maschera della “salvaguardia dell’ambiente”, lo sbandieramento di sistemi alternativi di produzione energetica, grazie ai quali inoltre i paesi imperialisti occidentali, col beneplacito degli Stati Uniti d’America, non dovrebbero più spendere ingenti somme e sacrificare la loro indipendenza energetica ed economica per importare combustibili fossili da paesi imperialisti e capitalisti nemici, come la Russia.

Non a caso, in Occidente paesi oggi noti per essere particolarmente “sostenibili”, come la Svezia e l’Estonia, iniziarono a considerare questa nuova politica per i seguenti motivi: nel primo caso all’indomani dell’aumento dei prezzi dovuti alla “crisi del petrolio” e alla guerra in Medio Oriente e nel secondo immediatamente dopo la disgregazione dell’Unione Sovietica revisionista, con Tallin che fu una delle ex repubbliche sovietiche a rompere bruscamente i legami con Mosca, separazione resa possibile proprio per mezzo di investimenti in sistemi alternativi di produzione energetica che gli potevano garantire ampie probabilità di sovranità energetica.

Anche l’attuale governo italiano della grande finanza denominato di “unità nazionale”, tra un licenziamento di massa e l’altro, vorrebbe intraprendere lo stesso percorso, con il suo PNRR che recita, ricollegandoci al concetto poc’anzi enunciato:”[L’Italia NdR] Può trarre maggior vantaggio e più rapidamente rispetto ad altri Paesi dalla transizione, data la relativa scarsità di risorse tradizionali (es., petrolio e gas naturale) e l’abbondanza di alcune risorse rinnovabili (es., il Sud può vantare sino al 30-40% in più di irraggiamento rispetto alla media europea, rendendo i costi della generazione solare potenzialmente più bassi).che promette la ripresa dell’economia italiana.”

Ma la produzione in regime capitalistico non ha un carattere lineare, ne consegue che non tutti gli stati abbiano oggi la stessa aspirazione! Se è vero che molti paesi occidentali, tra cui anche l’Italia, al giorno d’oggi stanno percorrendo questa via, altri paesi invece affiancano agli investimenti “green” anche investimenti in altri settori, importando quindi da altri paesi combustibili fossili altamente inquinanti la cui produzione ed utilizzo non sta affatto diminuendo, alla faccia dell’ecologia!

E’ il caso della Germania che sulla questione allarga i suoi stretti rapporti con il Cremlino. Il socialdemocratico Olaf Scholz, che alle ultime elezioni ha ottenuto la maggioranza dei voti, si dichiara favorevole ad una distensione dei rapporti verso la Russia e al progetto North-Stream 2. Vedremo quali scenari si presenteranno quando il governo di coalizione tra SPD, Liberali e Verdi sarà formato, cosa ormai imminente. Gli interessi sostenuti da questi ultimi potrebbero aprire a numerosi scenari. Di certo Mosca non è interessata ad una transizione ecologica dei suoi mercati esteri, pena una pesante recessione delle esportazioni e della propria economia, che combacia perfettamente con le speranze dei nordamericani.

Ma anche i paesi che sono attualmente attraversati da un rinnovamento ecologico potrebbero domani, qualora il mercato lo richiedesse, effettuare un’inversione di marcia e percorrere la stessa via di Berlino.

È palese il fatto che non si possa far affidamento sulla retorica ecologista di un paese borghese, coi governanti che possono creare leggi e generare tendenze così come possono abolirle solo per fare gli interessi dei monopoli che rappresentano e che cambiano strategia a seconda delle variazioni del mercato.

La concorrenza non si manifesta solo a livello internazionale, ma anche a livello nazionale con le grandi aziende che impongono, attraverso l’aiuto dello Stato, decreti di politicanti che fanno i loro interessi, standard di produzione insostenibili per le aziende meno competitive e per sconfiggere la concorrenza di altri gruppi monopolistici che fanno uso di sostanze inquinanti, favorendone il fallimento, quindi l’accentramento della ricchezza e dei mercati rispettivamente nelle mani di un numero sempre più esiguo di grandi aziende e specularmente l’impoverimento della maggioranza della popolazione e la riduzione dei cosiddetti “ceti medi” i quali tendono a proletarizzarsi.

Ancora tenendo conto della situazione italiana, per il PNRR: “risulta necessaria l’emanazione di una riforma che includa le seguenti misure: i) emissione di norme tecniche di sicurezza su produzione, trasporto (criteri tecnici e normativi per l’introduzione dell’idrogeno nella rete del gas naturale), stoccaggio e utilizzo dell’idrogeno tramite decreti dei Ministri dell’Interno e Transizione ecologica” tramite: “ii) incentivi fiscali per sostenere la produzione di idrogeno verde in considerazione del suo impatto ambientale neutro (tasse verdi), incluso un progetto più ampio di revisione generale della tassazione dei prodotti energetici e delle sovvenzioni inefficienti ai combustibili fossili”.

Non dobbiamo però farci intenerire dalle rivendicazioni anti-marxiste di questi ceti impoveriti che con una retorica complottista minimizzano o addirittura negano le conseguenze catastrofiche di una produzione sprovvista di standard ambientali, che piegano la realtà ai loro interessi, né possiamo accettare le loro concezioni reazionarie sui danni causati dal progresso e dallo sviluppo dei mezzi di produzione.

Non si puó sperare di cambiare le carte in tavola conservando il capitalismo con il suo approccio opportunista e incoerente all’argomento e nemmeno auspicando misure reazionarie. Le responsabilità dei vari sconvolgimenti economici e sociali causati da una transizione ecologica non sono da riversare sui consumatori o sulle singole aziende e imprese ecologiche, che in sé e per sé contribuiscono alla sostenibilità ambientale, bensì sulla corsa al massimo profitto della grande borghesia imperialista per i propri vantaggi.

La crisi ambientale si potrà affrontare e risolvere soltanto con un cambiamento qualitativo del modo di produzione, con l’adattamento dei rapporti di produzione al grado di sviluppo delle forze produttive. Ma per questo occorre la rivoluzione proletaria.

I giovani militanti ambientalisti, provenienti dalla classe proletaria e degli strati popolari, devono prendere coscienza di cosa sia veramente il capitalismo e successivamente, pur partecipando con le proprie parole d’ordine e le proprie posizioni ai movimenti ambientalisti di massa, smettere di essere marionette tra le mani di determinate frange della borghesia imperialista e mettere le proprie forze e sincere aspirazioni, volte a una reale, coerente e soprattutto popolare transizione ecologica, al servizio prima di tutto, della ricostruzione del solo ed unico partito che puó rivoluzionare l’intero stato di cose presenti: l’autentico partito comunista, il quale lotta per l’instaurazione della dittatura del proletariato e il socialismo dove il sistema economico è finalizzato all’ “assicurazione del massimo soddisfacimento delle sempre crescenti esigenze materiali e culturali di tutta la società, mediante l’aumento ininterrotto e il perfezionamento della produzione socialista sulla base di una tecnica superiore.”  (I.V. Stalin,  Problemi economici del socialismo nell’URSS).

“Gioventù marxista-leninista”

Scintilla, ottobre 2021

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