Sui risultati delle elezioni del 25 settembre e le prospettive politiche

Rifiuto di massa della farsa elettorale
Il dato più rilevante delle elezioni del 25 settembre è il crollo della affluenza alle urne: 63,9%. Nove punti in meno delle elezioni del 2018 in cui si era registrato il record negativo di affluenza. Un calo così netto non ha precedenti.
Il fenomeno astensionista si dimostra strutturale e in crescita, riguardando oggi più di un terzo dell’elettorato (36,1%, pari a circa 16,6 milioni di cittadini). A questa massa vanno aggiunte le schede nulle (circa 817 mila) e bianche (circa 492 mila), per un totale di quasi 18 milioni di cittadini che hanno rifiutato la farsa elettorale.
La distanza fra ceto politico borghese e masse popolari è abissale. Le percentuali di affluenza alle elezioni superori all’80% precedenti la crisi del 2008 non sono più raggiungibili dalla classe dominante che mostra una profonda crisi di egemonia e di rappresentanza.
L’astensione ha un chiaro carattere di classe e popolare. Si va a votare sempre meno nei seggi dei quartieri operai, dei distretti industriali, delle periferie delle metropoli, delle città e della campagne del sud, sempre meno giovani e donne si recano alle urne. In Campania, Calabria e Basilicata il fenomeno dell’astensione riguarda la maggioranza dell’elettorato.
Il livello raggiunto dall’astensione mostra la crescente sfiducia, l’estraneità e l’ostilità di ampi settori delle masse lavoratrici e popolari nei confronti delle istituzioni e del parlamento borghese, che esce ampiamente delegittimato da questa tornata elettorale che la borghesia italiana ha organizzato alimentando un clima di confusione e retorica nazionalista. A loro volta i partiti borghesi e piccolo borghesi perdono complessivamente vasti consensi, specie fra gli operai, i giovani e nel meridione. Ampi strati popolari non trovano più in questi partiti una rappresentanza dei loro bisogni e interessi, delle loro aspirazioni democratiche e progressive. Sono chiare espressioni della decomposizione della falsa democrazia borghese.
Nel vasto campo del non voto si colloca l’astensionismo di protesta di settori avanzati e combattivi della classe e della maggior parte dei proletari rivoluzionari.

Avanzata dell’estrema destra
Dalle urne è scaturito un risultato politico inedito: Fratelli d’Italia (FdI), il partito di estrema destra guidato dalla Meloni, un prodotto della mutazione politica del neofascismo, è risultato il primo partito con circa il 26%, secondo il metodo delle percentuali borghesi, vale a dire un consenso reale del 16,6%.
La coalizione di centrodestra raggiunge alla Camera il 43,79 % dei voti espressi (ovvero ha un consenso reale pari a circa il 27,9%), ma grazie al perverso meccanismo previsto dalla legge-truffa elettorale Rosatellum (voluta dal PD) riceve il 59,75% dei seggi alla Camera.
Il numero di voti raccolti da questa coalizione è stato di circa 12,3 milioni, poco più di quelli ottenuti nel 2018 (circa 152 mila voti alla Camera).
Il peso elettorale effettivo delle destre non è aumentato dal 2008 ad oggi, ma diminuito. Per fare un confronto, il Polo delle Libertà, la Lega e la Destra-Fiamma Tricolore raccolsero nel 2008 circa 18 milioni di voti. Le basi politiche su cui di basa il successo elettorale del centro destra sono dunque più fragili di quel che sembrano.
L’avanzata elettorale di FdI (una crescita di circa 5,9 milioni di consensi dalle elezioni politiche del 2018) in relazione diretta con la perdita di voti di Lega e Forza Italia.
ll partito della Meloni ha capitalizzato l’opposizione formale al governo oligarchico Draghi (FdI è un partito filo-atlantico, rispettoso delle regole europee), riuscendo a concentrare sulle sue liste il voto conservatore e reazionario, specie quello leghista, forzaitaliota e in parte del M5S. Hanno votato per FdI soprattutto settori di piccoli imprenditori, artigiani e commercianti, agricoltori medi e ricchi, professionisti, lavoratori autonomi, aristocrazia operaia, funzionari pubblici, casalinghe… che sono in ansia per la prolungata stagnazione economica, subiscono le conseguenze della pressione del grande capitale, sono alle prese con i debiti e le conseguenze della pandemia, della guerra e delle sanzioni, della crisi climatica. Una protesta senza principi di cui si è impadronito il partito della demagogia filo-fascista che, sfruttando l’incoscienza di ampi strati sociali, li usa senza scrupoli nel suo “programma” demagogico e illusorio, nascondendo le sue reali intenzioni.
La grande borghesia e il riformismo hanno aperto la strada a FdI
Lo spostamento a destra dell’asse politico italiano è stato favorito e reso possibile da due fattori principali.
In primo luogo, l’appoggio dei settori più reazionari della borghesia. Con l’avvio della guerra in Ucraina, la crisi energetica e l’avvicinarsi della recessione, gli interessi dei monopoli energetici e militari, degli industriali alle prese con una feroce concorrenza, delle cricche finanziarie vecchie e nuove, dei latifondisti, dei grandi costruttori, delle alte sfere statali e delle forze armate, dei circoli più oscurantisti della chiesa cattolica, sono emersi in modo ancora più aggressivo.
Sono queste forze ad aver consegnato “pragmaticamente” il paese alla Meloni per spremere più plusvalore e negare i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici salariati, per salvare profitti ed extraprofitti, accaparrarsi tutti i fondi del PNRR, pagare meno tasse, ricevere più commesse (militari e civili), sovvenzioni statali e “mani libere” per competere sui mercati internazionali.
Il “sovranismo” e il populismo di destra riflettono l’ambizione di settori della classe dominante che vorrebbero avere una voce e una posizione più rilevante negli ambiti imperialisti euro-atlantici. Questi gruppi briganteschi hanno la velleitaria pretesa di dotarsi di una politica di potenza più rispondente agli interessi dell’imperialismo italiano nel “Mediterraneo allargato”, in Africa (sfruttando il pretesto del contrasto all’immigrazione clandestina), nell’Est europeo; allo stesso tempo hanno la necessità di rafforzare le retrovie e lo stato borghese, contro le masse lavoratrici e popolari.
Il partito della Meloni, vorrebbe farsi carico di rappresentare le ambizioni del capitale finanziario italiano, attraverso una linea politica “più coerente” e aggressiva, con l’aumento della spesa militare, l’invio di armi e truppe nei teatri di guerra. Ma non ha molte cartucce a disposizione, vista la subalternità dell’Italia verso gli USA e il grave stato dell’economia che renderà il nuovo governo fortemente ricattabile dai “poteri forti”.
In secondo luogo, la vittoria elettorale di FdI è il frutto marcio della politica collaborazionista e pro-oligarchia del PD e della burocrazia sindacale legati a questo partito. I capi socialdemocratici e riformisti hanno aperto la strada all’estrema destra con anni di sfacciate politiche collaborazioniste, pro-oligarchia, di privatizzazioni, Jobs Act e leggi a favore del precariato, smantellamento art. 18, sovvenzioni al Vaticano, riabilitazioni del fascismo, equiparazione comunismo-fascismo…. La divisione e la paralisi della classe operaia tenacemente perseguite dai capi PD hanno favorito le forze più reazionarie della borghesia.
Queste politiche, assieme al sostegno offerto ai governi “tecnici” come quelli di Monti e Draghi hanno fatto perdere al PD l’appoggio operaio e popolare e lo hanno portato al fallimento politico-elettorale odierno, che si è consumato nelle zone a tradizionale insediamento riformista. L’insipienza politica di Enrico Letta, i suoi giochi elettoralistici andati alla malora, hanno acuito il disastro elettorale. Nessuna illusione o aspettativa può essere coltivata sul futuro del PD, un partito che si identifica pienamente con la società borghese, divenuto la rappresentanza dei “quartieri bene” delle città del centro-nord, che si limiterà a svolgere il ruolo di opposizione borghese “responsabile”.

Verso un governo ancor più reazionario e guerrafondaio
Si prepara un governo a trazione FdI, antioperaio, guerrafondaio, autoritario; il governo più reazionario dalla fine della seconda guerra mondiale. Un governo di restaurazione e fascistizzazione dello stato, di criminalizzazione della Resistenza, di manomissione della costituzione borghese del 1948, di sciovinismo e riarmo, di assalto ai diritti dei lavoratori, dei migranti, delle donne, dei giovani, alle libertà politiche, sindacali e civili, di anticomunismo.
Sarà il governo di una minoranza sfruttatrice, reazionaria, sciovinista, che domina sulla maggioranza lavoratrice e affamata di lavoro, di pane e di pace. Sul terreno economico il governo delle destre proseguirà nell’essenziale la politica draghiana.
Lo vedremo già dalla prossima legge di Bilancio che con una crescita tendente allo zero, inflazione al 10% e deficit al 5% (il debito è a 2.770 mld) comporterà altri tagli alle spese sociali e sacrifici per le masse popolari. Lo vedremo con la proroga della Cig e il rinnovo dei contratti di lavoro, con la riforma delle pensioni e la ridefinizione del reddito di cittadinanza. Vi sarà una pressione aumentata sulla classe operaia e le masse lavoratrici, sui migranti, sulla povera gente che vedrà peggiorare il già miserevole tenore di vita, mentre i ricchi diverranno più ricchi.
Si preparano ulteriori tagli della spesa sociale, in particolare sanitaria con l’abbandono del contrasto alle pandemie (proseguendo nella politica del “liberi tutti” del governo precedente).
Invece dell’attenzione all’ambiente vi sarà il via libera all’ulteriore devastazione dei territori. I risparmi andranno in spesa militare.
Sul piano internazionale, seguirà l’irrealizzabile ambizione di recuperare sfere di influenza ed entrare nella spartizione del bottino fra le potenze imperialiste occidentali.
Il governo delle destre rimarrà comunque ancorato alla UE e alla NATO, poiché il Quirinale che esercita un ruolo di garanzia nei confronti della troika UE-BCE-FMI, e Via Veneto non accetteranno ministri non allineati e coperti nelle caselle chiave del governo (Economia, Difesa, Interni, Esteri).
Il prossimo governo sorgerà senza ampia base di massa. Avrà una maggioranza parlamentare nelle Camere apparentemente solida, ma sarà di minoranza nel paese reale. Non avrà le leve adeguate per controllare e mobilitare in senso reazionario il proletariato e le masse lavoratrici in un periodo in cui si approfondiranno i contrasti di classe.
Le destre non risolveranno nessun problema della società italiana e non riusciranno a conquistare le ampie masse, ma cercheranno di togliere loro qualsiasi possibilità di esprimere con la lotta il malcontento per il carovita, le privazioni, la miseria dilagante, i licenziamenti.
Cercheranno di immobilizzarle con la demagogia e le promesse, reprimendo con la violenza statale i loro movimenti di protesta.
Dunque non potranno governare senza generare continuamente disordine, marasma e caos. La crisi italiana non verrà arrestata delle destre, ma aggravata.
Solo il proletariato può risolverla.

Prospettive di lotta e compiti dei comunisti
La grave situazione economica, la crisi energetica, ambientale, sanitaria, il peso della guerra e del debito, le stringenti condizioni che porrà l’UE per allentare i cordoni della borsa, gli attriti internazionale, e soprattutto il malcontento e la ripresa della lotta di classe faranno vacillare ben presto il prossimo governo, minando lo “spirito di coesione” delle forze che lo sorreggeranno.
La classe operaia non può vivere senza un miglioramento radicale delle sue condizioni di vita. Perciò è inevitabile lo sviluppo della lotta di massa contro i capitalisti e il loro “nuovo” governo. Il suo baricentro sarà fuori dal Parlamento, nelle fabbriche e nelle piazze.
Sarà sempre più difficile per riformisti e opportunisti frenare lo sviluppo del suo movimento di emancipazione.
La crisi italiana è destinata ad aggravarsi, la situazione politica a polarizzarsi: un nuovo periodo di lotte acute si prepara.
Occorre lavorare quotidianamente e sistematicamente per favorire l’unità di lotta del movimento operaio e sindacale, per costruire organismi (comitati, consigli, etc.) che incarnino la volontà di lotta della classe operaia, delle masse lavoratrici, popolari, giovanili, fra loro coordinati.
Occorre respingere qualsiasi politica di passività, di immobilità, di attesa, di opposizione “morale”, qualsiasi manovra dilatoria e divisoria di riformisti e opportunisti, passando fin da subito alla mobilitazione per il lavoro, per il pane, per la pace, per le libertà dei lavoratori, contro la svolta reazionaria e il fascismo.
Va realizzata l’unità di classe sul terreno della lotta, dando impulso alla partecipazione dei lavoratori alle azioni di lotta, con l’intento di realizzare lo sciopero generale entro l’autunno e gettare le premesse di un fronte popolare diretto dalla classe operaia per affrontare la borghesia e porre fine al suo dominio.
Il potenziale di opposizione di classe e popolare è ampio. La situazione offre un terreno fertile ai comunisti, a condizione di rafforzare l’organizzazione e svolgere un lavoro tenace e metodico fra le masse lavoratrici, nelle fabbriche, nei sindacati, di inserirsi nelle proteste, negli scioperi, per trasformare la qualità del movimento operaio, per portare al suo interno l’idea-forza della rottura rivoluzionaria con il sistema capitalista-imperialista per costruire il socialismo, contro le posizioni opportuniste e revisioniste.
Ciò che i risultati delle elezioni confermano è la necessità per la classe operaia, al fine di battersi vittoriosamente contro la borghesia e la reazione, di costruire un partito rivoluzionario del proletariato basato sulla teoria marxista-leninista e l’internazionalismo proletario.
I tempi sono maturi per gli operai avanzati e gli autentici comunisti di incamminarsi verso questo storico traguardo.
Da: “Scintilla”, ottobre 2022

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