Tavoli ministeriali o lotta di classe aperta?
II governo Meloni con la sua trita demagogia cerca di dipingere un quadro dell’economia italiana ottimista, sostenendo che “tutto va bene”.
La realtà dei fatti ci dimostra un quadro molto diverso.
Siamo al terzo anno consecutivo di calo della produzione industriale, che continua senza pause.
Tra le flessioni più importanti ci sono quelle del settore automobilistico che è in caduta libera (-15%), del tessile, abbigliamento e pelle con -5,5%, di quelle chimiche con
-3,6%, dell’industria del legno della carta della stampa con -2,9%.
Da un recente studio della Fiom, si apprende che nel 2025 sono state attualizzate oltre 300 milioni di ore di cassa integrazione, che hanno riguardato circa 148.000 posti di lavoro.
Il numero è quasi coincidente con gli oltre 138.000 dipendenti che sono coinvolti nei 114 tavoli di crisi e monitoraggio, che risultavano aperti al Ministero dello scorso gennaio. Tutti questi lavoratori rischiano il posto di lavoro. Senza contare quelli dell’indotto che sono spesso sono i primi ad essere licenziati.
I tavoli di crisi storici, come Stellantis, ed ex ILVA sono in un vicolo cieco, senza alcun sintomo di ripresa, anzi aumentano i segnali di allarme.
L’ultimo grave sintomo di crisi: le dichiarazioni di Electrolux che vuol procedere con licenziamento di 1.700 operai su 4.400 in tutta Italia; la risposta dei lavoratori non si è fatta attendere e son partiti subito scioperi con un’altissima adesione cui hanno partecipato anche operai di altre fabbriche nella zona.
La crisi di Electrolux mette anche in luce un problema che si trascina da troppo tempo: i monopoli ricevono milioni di euro in sovvenzioni statali, spremono i lavoratori come limoni e poi li gettano via.
Anche sulla GKN di Campi Bisenzio si addensano nubi scure. La proprietà ha annunciato la volontà di voler demolire la fabbrica, per fare speculazione immobiliare.
A ciò si aggiunge il fatto che dalla nascita del governo Meloni, ben 255 aziende metalmeccaniche sono passate in mano a investitori esteri. Una flagrante smentita dei “sovranismo” sbandierato dalle destre.
In questa situazione il governo Meloni non ha saputo né voluto offrire soluzioni concrete, dimostrando ancora una volta come nella società capitalistica i governi sono al servizio degli interessi dei padroni.
Il ministro Urso è l’incarnazione del fatto che questi personaggi non contano praticamente nulla di fronte ai grandi monopoli che li scelgono, li comandano e li controllano.
E i sindacati cosa fanno? I vertici confederali, sempre più divisi, proseguono la loro azione di pompieraggio. Quando proclamano mobilitazioni esse sono spuntate e poco incisive.
Se i sindacati di base mostrano una maggiore voglia di lottare, spesso questa maggiore conflittualità si consuma, sia per un minor radicamento rispetto ai confederali, sia per una mancanza di collaborazione fra le varie sigle del sindacalismo conflittuale.
Troppo spesso tendono a vedersi come concorrenti fra loro, cercando di curare il proprio orticello, senza tentare di cercare un minimo comun denominatore che li possa portare all’unità di azione e quindi a una maggiore attrattività verso i lavoratori e ad una maggiore forza d’urto contro i padroni.
Tutto ciò fa sì che le varie vertenze sono scollate fra loro, che non vi sia collegamento. Gli operai di ogni fabbrica, di ogni azienda lottano da soli, spesso senza ricevere supporto degli altri lavoratori divenendo così facile preda dei padroni.
Bisogna tornare a comprendere che gli interessi di tutti gli operai sono comuni e solidali; che gli operai costituiscono un’unica classe, diversa da tutte le altre classi della società; che l’unico mezzo per difendere il posto di lavoro e migliorare le nostre condizioni sta nella lotta della classe operaia, dei proletari, contro la classe dei capitalisti, contro la borghesia.
Le diverse vertenze operaie devono essere unite. Bisogna collegare le lotte, sulla base degli interessi comuni degli operai e degli altri lavoratori sfruttati. Si deve cercare il sostegno di altri strati di lavoratori oppressi, degli studenti.
Se l’obiettivo immediato dei lavoratori è la difesa del posto di lavoro, il miglioramento delle condizioni di vita l’aumento dei salari e pensioni migliori, l’obiettivo futuro deve essere l’abbattimento del sistema capitalistico che è la causa dello sfruttamento e della miseria dilaganti.
I fatti dimostrano che la concertazione e i tavoli ministeriali servono solo a dividere e fiaccare le lotte, portando gli operai di sconfitta in sconfitta.
È ora di cambiare metodi e forme di mobilitazione, di rompere gli schemi.
Gli scioperi interni, quelli generali, il picchettaggio, il blocco totale nella produzione e dei cancelli devono tornare ad essere armi di lotta del proletariato.
I decreti sicurezza varati dal governo Meloni che cercano di colpire il dissenso, i blocchi stradali e il diritto di sciopero ci dimostrano chiaramente, come il capitalismo teme il conflitto aperto e il protagonismo del proletariato. Dunque la strada da percorrere è quella della lotta, dell’unità, dell’organizzazione.
Da “Scintilla” n. 160, maggio-giugno 2026
Categorie
- AMBIENTE (42)
- ANTIFASCISMO (66)
- ATTUALITA' (458)
- CIPOML (125)
- DONNE IN LOTTA (36)
- ECONOMIA (44)
- ELEZIONI E REFERENDUM (22)
- FONDAZIONE PCdI (19)
- FORMAZIONE (1)
- GIOVENTU’ M-L (50)
- INTERNAZIONALE (345)
- LOTTA ALLA GUERRA (181)
- LOTTA PER IL PARTITO (77)
- MEMORIA STORICA (131)
- MOVIMENTO OPERAIO (252)
- POLITICA (217)
- PRIMO MAGGIO (2)
- QUESTIONI TEORICHE (59)
- RIVOLUZIONE D'OTTOBRE (26)
- SALUTE E SICUREZZA (54)
- SCINTILLA (39)
- SOCIETA' (57)
- TESTI M-L DIGITALIZZATI (19)