Tempeste finanziarie, recessione e reazione

Venerdì 10 marzo, la Silicon Valley Bank (SVB), sedicesima banca USA collegata con migliaia di imprese start-up tecnologiche in tutto il mondo, inserita da Forbes nella lista delle migliori banche nordamericane per il quinto anno consecutivo, è crollata in sole 48 ore, dopo che le sue azioni avevano perso oltre il 69% del loro valore.

Il fallimento di SVB, che aveva quadruplicato la sua stazza negli ultimi 5 anni grazie ai finanziamenti alle start-up, è stato il secondo più grande fallimento dopo quello di Washington Mutual nel 2008.

Ma non l’unico. Nelle stesse settimane sono saltate l’istituto specializzato in criptovaluta Silvergate,  Signature Bank e il titolo della First Republic Bank, una banca regionale, è sprofondato. Altre banche di piccole e medie dimensioni sono nella stessa situazione di SVB.

Il fallimento rappresenta sempre l’espropriazione del patrimonio di un gran numero di “pesci piccoli”. I grandi capitalisti vendono tempestivamente le loro azioni. Il meccanismo dell’intervento da parte dello Stato, il primo difensore del capitale monopolistico, significa sempre un’espropriazione dei piccoli risparmiatori.

Nonostante l’intervento della Fed e l’apertura della “rete di protezione” internazionale, nonostante le rassicurazioni di Biden, l’inevitabile “contagio” è arrivato nelle borse europee.

Si sono verificati cali consistenti sui titoli bancari in Svizzera (Credit Swiss, vicina al collasso  è stata acquisita da USB  con 3,3 miliardi di franchi grazie al sostegno della banca centrale svizzera), Spagna (Banco Santander), Germania (Commerzbank, Deutsche Bank), Francia (Bnp Paribas). L’ondata di vendite ha fatto cadere l’indice delle azioni bancarie in Giappone.

La borsa di Milano ha bruciato decine di miliardi.  MPS ha perso il 35% in un mese, altre banche come Unicredit e Mediolanum hanno registrato gravi perdite. Lo stretto rapporto del debole capitalismo finanziario italiano con il declinante imperialismo statunitense ha amplificato gli effetti negativi.

Il 16 marzo la Bce ha alzato di 50 punti base i tassi di interesse.

Questa decisione ufficialmente è stata presa per proseguire la politica deflazionistica con i mezzi di cui dispongono le autorità economiche nell’economia capitalistica monopolista.

Ma una tale politica monetaria, intitolata alla lotta all’inflazione, ma senza il controllo della formazione dei prezzi, in specie dei prezzi di monopolio, non è altro che la politica della difesa dell’alta finanza e banca e dell’assecondamento del processo di concentrazione in atto del capitale.

Gli economisti borghesi affermano che la causa principale dello shock attuale – che rende più instabile il sistema finanziario e anticipa una più ampia crisi, stante la quantità di bolle finanziarie gonfiate con anni di quantitative easing – sta nel fatto che gli Stati Uniti hanno aumentato i tassi di interesse in dieci mesi dallo 0,5% al 4,75% per domare l’inflazione.

Ciò ha creato problemi a SVB che deteneva titoli e obbligazioni a lungo termine il cui valore di mercato è crollato.  Pertanto ha dovuto svenderli per racimolare liquidità nel vano tentativo di far fronte alla corsa agli sportelli, amplificata dai social media, fino a giungere alla dichiarazione di insolvenza e al fallimento.

In realtà, la crisi di SVB e di altre banche non è frutto di “cattiva gestione” o di “politiche sbagliate”, ma è solo la punta dell’iceberg di un problema assai più vasto.

Dietro gli sfracelli bancari e di borsa di questi giorni, i quali realizzano un violento deprezzamento di capitale fittizio con serie conseguenze nella sfera della produzione – che si avvia verso una recessione di non breve durata in molti paesi  e settori produttivi, con licenziamenti di massa specie nelle aziende specie high-tech, riduzione dei salari e ulteriore spinta alla concentrazione monopolista – c’è la graduale  diminuzione del saggio di profitto nel sistema capitalistico, che ha carattere evidente specialmente negli USA.

La caduta del saggio di profitto è una barriera economica la cui azione, benché rallentata e ostacolata dalle controtendenze, si realizza attraverso un processo evidente nel lungo periodo, una “legge di natura” dell’attuale modo di produzione che ha un carattere storico, transitorio.

Gli effetti di questa legge sono amplificati nella situazione attuale che vede la compresenza di guerra, sanzioni, inflazione, pandemia, siccità, instabilità economica, impoverimento di larghi strati di lavoratori, ripresa della lotta di massa del proletariato contro l’offensiva capitalistica.

Condizioni che dimostrano l’aggravamento della crisi generale del capitalismo, e che sul piano politico portano la borghesia a passare dal sistema parlamentare ai metodi fascisti allo scopo di difendere il proprio dominio di classe.

Chi vede dietro i crack di questi giorni unicamente il conflitto fra politiche di riduzione dell’inflazione e di mantenimento della crescita economica, oppure la deregulation del settore bancario, scorge gli alberi ma non vede la foresta.

Chi dice “non abbiamo  imparato niente dalla crisi del 2008”, dimostra di non comprendere il processo di riproduzione delle contraddizioni intrinseche del processo di accumulazione del capitale, che trovano una manifestazione nelle crisi creditizie.

È il conflitto fra il carattere sociale delle forze produttive e la proprietà privata capitalistica dei mezzi di produzione e di scambio che si ripresenta in forma aggravata, costituendo la base economica della rivoluzione sociale destinata a distruggere i rapporti di produzione attuali e a crearne dei nuovi, conformi al carattere delle forze produttive.

Il  fallimento non è solo delle banche e della politica monetaria USA e UE.

Oggi più che mai è chiaro che il vero limite del capitale è il capitale stesso, le sue limitate condizioni di valorizzazione nella sfera produttiva, che i vandali dell’oligarchia finanziaria cercano di eludere con le truffe azionarie e gli imbrogli dei derivati, delle criptovalute, dei bond, dei warrants, etc., come tossicomani in cerca di dosi sempre maggiori di droga.

Ciò non significa che il capitalismo è destinato a un crollo inevitabile.

La borghesia è un parassita senza scrupoli, commette errori su errori, crimini su crimini, avvicinando la sua rovina, ma non per questo si autoliquida.

L’unica forza in grado di abbattere questo sistema in putrefazione è il proletariato, capace di trasformarsi da elemento subordinato e interno al modo di produzione vigente a protagonista cosciente, compatto e organizzato dell’abolizione dello stato di cose presente, indispensabile per il passaggio a una forma superiore di società di cui la socializzazione dei mezzi di produzione e la dittatura proletaria costituiscono la prima fondamentale tappa.

Strumento fondamentale di questa rivoluzione è il partito comunista (marxista-leninista), per la cui ricostruzione devono lavorare i comunisti e i migliori elementi della classe operaia, agendo uniti fin da subito per dare impulso a politica proletaria intransigente di classe, volta a rovesciare le conseguenze delle crisi sulle spalle dei capitalisti e dei ricchi e a preparare le condizioni per un’uscita rivoluzionaria dalla barbarie capitalista.

Da Scintilla n. 133 – aprile 2023

 

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