Tendenze politiche dell’imperialismo USA

Che gli USA, dall’amministrazione Trump a quella Biden, abbiano cercato e stiano tuttora cercando di ridimensionare o ricalibrare la globalizzazione è un dato di fatto.

Il motivo esplicito è dato dal tentativo di mantenere la propria egemonia mondiale (basata sul predominio economico-finanziario, tecnologico, militare e mediatico) oggi messa in discussione dall’ascesa dell’imperialismo cinese il cui processo di sviluppo si è accelerato negli ultimi decenni fino a farlo divenire la seconda più grande economia mondiale.

L’egemonia USA è scossa principalmente da fattori interni (crisi economiche, calo del saggio di profitto, debito eccessivo, etc.), ma anche da fattori esterni. La legge dello sviluppo ineguale e l’inasprimento delle contraddizioni proprie del sistema imperialista – che si manifestano sotto forma di guerre commerciali e di penetrazione di altre potenze nel mercato mondiale  – la indeboliscono.

L’imperialismo USA è in un prolungato processo di declino nei confronti dei suoi rivali. Il suo peso nella produzione e nel commercio mondiale è in calo.  Tuttavia, la forza dei monopoli statunitensi è ancora notevole (fra i primi 100 del mondo per fatturato 35 sono statunitensi, 18 cinesi); il dollaro sebbene indebolito continua ad essere mezzo di scambio internazionale e valuta mondiale di riserva; l’apparato militare USA è di gran lunga il più potente del mondo.

L’imperialismo nordamericano non ha perso la sua capacità di costruire ed espandere alleanze politico-militari con altri paesi imperialisti, occidentali e orientali, per contenere e combattere i suoi principali rivali, in primo luogo la Cina imperialista (che non ha alleati strategici).

Su tali pilastri continua a reggersi l’egemonia e il controllo economico, politico e militare degli Stati Uniti, l’imperialismo più aggressivo, guerrafondaio e pericoloso del pianeta.

Con questi presupposti, l’amministrazione Biden, sta giocando le sue carte nella lotta per una nuova ripartizione economica e territoriale del mondo tra i principali paesi imperialisti, con le loro zone di influenza.

Lo fa prima che la Cina diventi troppo potente per essere fermata.

Con l’ampliamento della NATO ad est, il golpe del Maidan e il sostegno al fantoccio Zelensky per dispiegare missili a lunga gittata sul territorio ucraino, insistendo sulla “invasione russa”, ha fatto il possibile perché l’imperialismo russo, suo rivale immediato e amico della Cina, iniziasse la guerra in corso in Ucraina, dall’esito attualmente non scontato.

Ora l’amministrazione Biden sta ponderando i passi strategici dell’escalation per mantenere la guerra il più a lungo possibile, mettendo anche in conto il conflitto nucleare.

Con questa linea di condotta persegue un altro obiettivo, non meno importante: indebolire e mantenere divisi i principali paesi della UE e ritardare il processo della loro unificazione politico-militare, che vuol dire avanzamento nella formazione di un nuovo blocco imperialista, potenzialmente rivale.

Un altro tavolo su cui l’imperialismo USA sta giocando è la questione del mantenimento del primato tecnologico (strettamente connesso col primato militare e lo sviluppo della sua strategia). Il tavolo riguarda essenzialmente la produzione e l’utilizzo di chip, ossia delle memorie e dei circuiti logici, sempre più miniaturizzati, e quindi sempre più potenti, utilizzati nei computer, negli smartphone, nella tecnologia moderna industriale e domestica in genere.

Nell’agosto dello scorso anno gli USA hanno varato l’US Chips and Science Act per uno stanziamento di 280 miliardi di dollari per investire in ricerca, perseguire il reshoring (rimpatrio) e il nearsharing (riavvicinamento). In pratica l’atto va a sovvenzionare le aziende che investono nella produzione di chip negli USA o che comunque si impegnino a non rifornire la Cina di chip di ultima generazione, che si misura con  la densità delle memorie in termini di nanometri, in una corsa crescente fino alla dimensione di pochi strati molecolari (un nanometro, pari a un miliardesimo di metro – è l’ordine di grandezza delle dimensioni atomiche e molecolari).

Con il monopolio di queste tecnologie il Pentagono programma la costruzione di supercomputer che si pensa possano gestire l’attacco atomico e intercettare la reazione avversaria annullandola o limitandone i danni.

Ebbene, le principali multinazionali del settore (tra cui l’americana Intel) operano in Sud Corea (accanto a Samsung), Taiwan e Cina. Il provvedimento in questione, che prevede un solo anno di tempo per l’uso di macchine americane, sta ponendo i bastoni tra le ruote in quei paesi a un business così importante. Significativamente Samsung, Micron, Intel ed altri, così come i produttori di computer e smartphone, hanno visto nel 2022 (anche per altre cause tipo chiusure per Covid e iperinflazione ovviamente) cospicue  riduzioni di fatturato dell’ordine di due cifre percentuali. Per ben ponderare lo scombussolamento provocato dall’ Act va anche considerato che alcune macchine ad altissima tecnologia per la produzione di chip sono di nazionalità giapponese, belga e olandese.

Sempre nello stesso mese gli USA hanno varato anche l’Inflaction Reduction Act (IRA) per sostenere la ristrutturazione elettrica e digitale. In pratica sovvenzioni dirette ed indirette per la produzione di auto elettriche, batterie, colonnine di alimentazione ed altro prodotte negli USA o in paesi che gli USA giudicano unilateralmente alleati fidati o vassalli (p. es. l’Italia). L’importo totale è di quasi 700 miliardi. Una cifra colossale aperta anche alle multinazionali non USA che ha fatto sobbalzare  alcune cancellerie europee per il possibile processo di deindustrializzazione nella UE che così si provoca.

Notiamo inoltre che le posizioni protezioniste hanno da tempo messo fuori gioco il WTO, che certo non può sanzionare un paese della stazza degli USA.

Questo agire dell’imperialismo USA (protezionismo, guerra in Ucraina, scompaginamento della UE, sconvolgimento a loro favore delle catene di approvvigionamento) sta contribuendo – assieme ad altri fattori, quali il rialzo dei tassi d’interesse reali, le conseguenze della pandemia (la Cina ha riaperto da poco), gli sconvolgimenti climatici, ma anche a cause di tipo endogeno come sovrapproduzione e caduta del tasso di profitto –  al rallentamento della economia mondiale (vedi Scintilla di febbraio 2023).

In questo contesto differenti tendenze politiche si sono formate o si stanno formando negli USA (così come nella UE).

Non ancora partiti trasversali antagonisti, ma certamente dispute fra correnti che compongono un’unità contraddittoria in movimento, a seconda dei dosaggi delle differenti posizioni che si confrontano sulla globalizzazione e sulla prosecuzione della guerra in Ucraina.

Se negli USA ha finora prevalso la tendenza bellicista, esiste anche una tendenza più attenta alle ragioni dell’economia, che si oppone alla escalation militare e ad un totale disaccoppiamento  dalla globalizzazione che si sviluppata negli ultimi tre decenni.

Questa tendenza considera che difficilmente gli USA possono fermare in poco tempo e senza danni un fenomeno massiccio e ormai di lunga data senza compromettere il business di cospicua parte delle loro Corporation. E, si sa, per gli angloamericani vale il detto  business is business (gli affari sono affari).

La tendenza “economica” chiede un diverso approccio all’economia mondiale, che tenga certamente in debito conto la salvaguardia del primato USA, ma senza compromettere la stabilità del sistema imperialista e la crescita dell’economia mondiale stessa.

Una sorta di revisione del neoliberismo sfrenato, in cui il sistema imperialista sia gestito con attenzione ai rischi globali in crescita (fra cui quelli climatico e sanitario), alla prevenzione di un’altra crisi economica, alla sicurezza delle catene di approvvigionamento, con una ripresa della cooperazione ‘regolata’ e del multilateralismo (con gli alleati)  supportati dai muscoli economici yankee; in secondo luogo, chiede un minore coinvolgimento nelle campagne militari all’estero e un compromesso per far cessare il conflitto con la Russia sulla base dello statu quo ottenuto sul campo di battaglia. Insomma, una strategia diversa da quella del caos globale per difendere l’egemonia statunitense.

Le differenti tendenze politiche della borghesia imperialista– per quanto riguarda gli USA non riconducibili strettamente alla differenza fra democratici e repubblicani, essendo di tipo trasversale – vanno analizzate e comprese alla luce della teoria marxista-leninista dell’ultima fase del capitalismo.

In realtà, non esistono imperialismi buoni e cattivi, così come non esistono tendenze politiche buone e cattive della borghesia imperialista poiché, in un modo o nell’altro, esse rappresentano gli interessi del capitale monopolistico finanziario.

Per sua natura, l’imperialismo genera sfruttamento, oppressione e guerra; è “reazione su tutta la linea” e non può essere riformato a beneficio del proletariato.  Tutte le tendenze politiche dell’imperialismo sono retrograde, antioperaie e anticomuniste.

La lotta della classe operaia e dei popoli per l’emancipazione sociale e nazionale deve essere guidata da una politica di completa indipendenza di classe: questa è una condizione per la piena realizzazione degli obiettivi strategici della rivoluzione proletaria.

Ciò implica il mettere al centro la difesa degli interessi della classe operaia e dei popoli oppressi, ed individuare come bersagli la borghesia e il dominio imperialista, per assicurare la vittoria del socialismo.

L’indipendenza di classe non nega, anzi, presuppone la possibilità e la necessità di approfittare delle contraddizioni interborghesi che si manifestano nelle condizioni storiche concrete di un dato paese.

Allo stesso modo, una politica di indipendenza di classe del proletariato presuppone la necessità di sfruttare le contraddizioni interimperialiste, per indebolire il dominio della potenza individuata come più pericolosa, aprirsi spazi e rafforzare il fronte delle forze operaie e popolari.

Approfittare di queste contraddizioni non implica in alcun modo combattere un imperialismo in modo che un altro possa occupare il suo posto, oppure appoggiare una tendenza politica imperialista per contrastarne un’altra ugualmente imperialista. E’ la lotta rivoluzionaria del proletariato e quella di liberazione dei popoli che vanno appoggiate e sostenute, affinchè progrediscano costantemente!

Naturalmente, per sviluppare questa politica indipendente e di classe è necessario disporre dello strumento che incarna su tutti i piani l’indipendenza del proletariato dalla borghesia: il Partito comunista.

Da Scintilla  n. 132, marzo 2023

Enquire here

Give us a call or fill in the form below and we'll contact you. We endeavor to answer all inquiries within 24 hours on business days.
[contact-form-7 id="5208"]
Organizzazione per il partito comunista del proletariato