Tunisia: L’economia cinese alla luce delle caratteristiche leniniste dell’imperialismo
Hamma Hammami, Partito dei Lavoratori (Tunisia)
Nel suo libro “L’imperialismo, fase suprema del capitalismo”, Lenin individuò le caratteristiche fondamentali dell’imperialismo:
- La concentrazione della produzione e del capitale fino all’emergere di monopoli che svolgono un ruolo decisivo nella vita economica.
- La fusione tra capitale bancario e industriale e la formazione di un’oligarchia finanziaria basata sul capitale finanziario.
- L’esportazione di capitale, che è diventata estremamente importante e distinta dall’esportazione di merci.
- La formazione di monopoli capitalisti internazionali che si sono spartiti il mondo tra loro.
- Il completamento della divisione delle sfere d’influenza globali tra le principali potenze capitaliste.
Queste sono le cinque caratteristiche che Lenin ha utilizzato per definire in modo conciso l’imperialismo. In che misura si applicano alla situazione in Cina?
1. Monopoli in Cina
Lenin considerava la nascita dei monopoli la caratteristica principale dell’imperialismo. Affermò chiaramente: «Se si volesse dare la definizione più concisa possibile dell’imperialismo, si dovrebbe dire che l’imperialismo è lo stadio monopolistico del capitalismo». È quindi opportuno esaminare questa caratteristica fondamentale dell’imperialismo nel caso della Cina.
I monopoli sono una realtà tangibile in Cina e si dividono in due categorie. La prima categoria comprende i monopoli di Stato, controllati dalla burocrazia statale, che operano sia a livello nazionale che internazionale, seguendo gli standard delle società multinazionali e transnazionali. La seconda categoria comprende i monopoli privati. Entrambe le tipologie mirano a massimizzare i profitti. I dati mostrano il rapido sviluppo dei monopoli cinesi sulla scena globale. All’inizio del 2000, secondo Forbes Global, la Cina superò il Giappone nella classifica delle 500 maggiori aziende del mondo. Nel 2021 occupava il secondo posto con 73 aziende, contro le 132 degli Stati Uniti, che detenevano il primo posto. Nel 2024, la Cina si stava avvicinando agli Stati Uniti, con 133 aziende contro le 139 degli Stati Uniti. Queste aziende generano enormi profitti attraverso le loro attività nazionali e internazionali, e alcune hanno persino raggiunto posizioni di leadership in determinati settori della produzione e del marketing.
È importante notare, in questo contesto, l’evoluzione del ruolo del settore privato nell’economia cinese, secondo dati recenti. Le imprese private, in particolare i monopoli, rappresentano il 60% del PIL, il 70% della capacità innovativa della Cina, l’80% dell’occupazione urbana e il 90% dei nuovi posti di lavoro. Le imprese manifatturiere private rappresentano oggi il 96,1% del totale delle imprese, in aumento rispetto al 95,9% del 2019. Secondo l’Amministrazione statale per la regolamentazione del mercato della Cina, il settore privato controlla il 96,4% delle unità commerciali pubbliche. Inoltre, controlla ora il 94,4% della ricerca scientifica, dei servizi tecnici e dei trasporti, rispetto al 91,9% del 2019. Naturalmente, queste cifre non indicano un declino del settore pubblico, che controlla ancora settori strategici come quello bancario, tecnologico, energetico e altri settori produttivi. Inoltre, lo Stato svolge un ruolo centrale nel definire le principali direzioni del Paese, soprattutto poiché la maggior parte delle persone più ricche in Cina, o i loro figli, sono dirigenti del Partito Comunista.
La concentrazione della produzione e del capitale ha portato alla concentrazione della ricchezza nelle mani di una piccola minoranza di individui super ricchi, come avviene nei tradizionali paesi capitalisti imperialisti. Il numero di miliardari in Cina, compresa Hong Kong (che è stata recuperata dal Regno Unito alla fine del secolo scorso), ha raggiunto quota 814 nel 2024, rispetto agli 800 degli Stati Uniti, ai 271 dell’India, ai 146 del Regno Unito, ai 140 della Germania, ai 76 della Russia, ai 53 del Canada e ai 44 del Giappone. In cima alla lista dei miliardari cinesi di quell’anno figurava Zhang Peiming, 41 anni, fondatore di TikTok, il cui patrimonio, secondo la classifica Hurun delle persone più ricche della Cina, ammontava a 49,3 miliardi di dollari — quasi il doppio del bilancio della Tunisia. Innegabilmente, questa concentrazione monopolistica della ricchezza è avvenuta a spese degli operai e delle classi lavoratrici cinesi, vittime di un brutale sfruttamento volto a massimizzare i profitti.
Secondo le stesse fonti cinesi, il processo di accumulazione primitiva, attuato in modo coercitivo durante la prima e la seconda fase delle riforme, ha portato alla migrazione di 200-300 milioni di contadini impoveriti, 140 milioni dei quali sono andati a lavorare nelle città in condizioni abitative disumane (vivendo in case fatiscenti, tende, portici o persino gallerie, ecc.), privi di un’assistenza sanitaria, di una previdenza sociale e di altre forme di protezione adeguate. Le statistiche ufficiali indicano che il settore urbano formale impiegava solo dal 30 al 37% della popolazione attiva durante il primo decennio del XXI secolo, condannando il resto della popolazione a un’occupazione precaria. Inoltre, le aziende monopolistiche, comprese quelle straniere, non hanno esitato a sfruttare le difficili condizioni dei lavoratori per ridurne i salari. I dati ufficiali mostrano anche un calo della quota dei salari nel reddito nazionale: tale quota è scesa dal 57% nel 1983 a appena il 37% nel 2005. In sintesi, lo sviluppo dei monopoli in Cina, la loro crescente concorrenza con i monopoli dei paesi imperialisti tradizionali e la loro ascesa al rango di potenza dominante sono in gran parte attribuibili al brutale sfruttamento dei lavoratori cinesi rispetto ai loro omologhi di quei paesi.
- Capitale Finanziario
La seconda caratteristica dell’imperialismo, secondo Lenin, è la fusione tra capitale bancario e capitale industriale che dà origine al capitale finanziario e all’emergere di un’oligarchia finanziaria. Questo fenomeno si è verificato in Cina, dove le banche hanno iniziato ad acquisire quote di imprese industriali, le quali a loro volta hanno acquisito quote nelle banche. In questo modo, i due settori si sono fusi, dando vita all’oligarchia finanziaria cinese, che ha gradualmente assunto il controllo del Paese, compreso il governo. A questo proposito, vale la pena notare che quattro delle dieci maggiori banche del mondo sono di proprietà di interessi cinesi. Si tratta della Industrial and Commercial Bank of China (ICBC), la più grande (2,8 trilioni di dollari), della China Construction Bank (2,2 trilioni di dollari), della Agricultural Bank of China (2,1 trilioni di dollari) e della Bank of China (2 trilioni di dollari). È importante sottolineare che queste quattro banche sono guidate da persone che ricoprono posizioni chiave all’interno del Partito Comunista Cinese e del governo. Come accennato in precedenza, la loro presenza in queste posizioni permette loro di controllare la politica economica generale del Paese e di indirizzare gli investimenti verso settori specifici.
Accanto a questa concentrazione finanziaria nelle banche, come nei tradizionali paesi capitalisti imperialisti, sono emersi i simboli della nuova oligarchia finanziaria: individui e famiglie che tirano le fila, sia dietro le quinte che direttamente. Tra queste figure figurano, ad esempio, il miliardario cinese Zhang Peiming, a capo del gruppo di bevande Hanzhou Wahana, la famiglia Zhong Qin Guo, la famiglia Wu Yujun (che guida la Long Four Properties di Pechino) e la famiglia dell’ex premier (2003-2013) Wen Jiabao, tra gli altri. È chiaro che questa oligarchia finanziaria si appoggia sulla classe operaia, come descritto da Lenin, creando un’aristocrazia operaia che si nutre delle briciole distribuite da questa oligarchia. Questa aristocrazia operaia è diffusa nei sindacati e nelle organizzazioni professionali e contadine controllate dal partito e dallo Stato. Questa oligarchia ha anche creato i propri servitori all’interno delle classi medie (la piccola borghesia), la cui cerchia si è ampliata e il cui numero è esploso con lo sviluppo del capitalismo monopolistico, raggiungendo decine di milioni di ingegneri, laureati, avvocati, manager, piccoli intermediari, ecc. È su di loro che fa affidamento, per minare la coscienza dei lavoratori e della gente che lavora.
3. L’esportazione di Capitale
L’esportazione di capitali è una delle caratteristiche più importanti dell’imperialismo, ovvero del capitalismo monopolistico. Come affermò Lenin nella sua opera classica, “L’imperialismo, fase suprema del capitalismo”, l’esportazione di merci era «caratteristica del vecchio capitalismo», quando regnava sovrana la libera concorrenza. «Per il più recente capitalismo», sosteneva, «è diventata caratteristica l’esportazione di capitale.». La Cina è entrata di fatto a far parte delle nazioni esportatrici di capitali dopo la sua trasformazione in un paese imperialista dominato dai monopoli, dal capitale finanziario e dall’oligarchia finanziaria che ne è derivata. Come nei paesi imperialisti tradizionali, la necessità della Cina di esportare capitale derivava dall’enorme surplus di capitale accumulato durante anni di rapida e febbrile accumulazione di capitale. Questo vasto surplus di capitale non è stato utilizzato per sviluppare le campagne povere della Cina o per migliorare il tenore di vita delle masse lavoratrici; tali azioni sarebbero state ritenute incompatibili. Nonostante la sua natura e i suoi obiettivi di classe, il suo orientamento all’esportazione è guidato da una ricerca incessante di un accumulo sempre maggiore di profitti. Mentre la Cina indirizza i propri investimenti esteri verso le principali potenze capitalistiche da un lato e verso i paesi in via di sviluppo dall’altro, questi investimenti sono costantemente diminuiti nei primi a favore dei secondi, a causa dei profitti più elevati che questi ultimi offrono (elevata domanda di capitale, manodopera a basso costo, ecc.). In altre parole, l’esportazione di capitali è diventata una condizione necessaria per il mantenimento e lo sviluppo del capitalismo in Cina, in una lotta accanita con altri paesi monopolistici per il controllo delle materie prime, dei mercati e delle aree strategiche.
Il primo punto da sottolineare è il massiccio accumulo di capitale da parte della borghesia monopolistica cinese, che comprende sia il settore burocratico sia quello privato. Il volume delle sue riserve valutarie, sia interne che estere, è cresciuto rapidamente dall’inizio del XXI secolo, passando da 165 miliardi di dollari nel 2000 a 3.305 miliardi nel 2012. Queste riserve sono state utilizzate sia per prestiti che per investimenti diretti. Attualmente, la Cina è il secondo maggiore creditore estero degli Stati Uniti dopo il Giappone, con le sue partecipazioni in titoli del Tesoro statunitense passate da 101 miliardi a 885 miliardi di dollari, rispetto al trilione di dollari del Giappone, che rimane il principale creditore degli Stati Uniti.
Inoltre, la Cina concede prestiti ai paesi in via di sviluppo. Secondo alcune fonti (dati elettronici), il volume totale dei prestiti cinesi a questi paesi ammonta ad almeno 1,1 trilioni di dollari, esclusi gli interessi. L’80% di questi prestiti è destinato a paesi in Asia, Africa e America Latina che stanno attraversando crisi finanziarie. In questo ambito, la Cina supera la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale. Secondo un rapporto dell’Ufficio per la responsabilità amministrativa degli Stati Uniti (Office of Government Accountability. GAO n.d.t.), tra il 2013 e il 2021 la Cina ha erogato prestiti per un valore di 679 miliardi di dollari nell’ambito dell’iniziativa “Nuova Via della Seta” per finanziare progetti infrastrutturali (autostrade, centrali elettriche, reti di telecomunicazioni, ecc.) nei paesi a basso e medio reddito, superando così gli Stati Uniti, che hanno erogato solo 76 miliardi di dollari. Questa situazione ha spinto l’Unione Europea e i paesi del G7 a lanciare iniziative simili per finanziare progetti analoghi: il programma “Global Gateway” dell’UE e l’iniziativa “Rebuilding a Better World” del G7. Molti esperti ritengono che questa consapevolezza da parte di questi due gruppi sia arrivata troppo tardi.
Per quanto riguarda gli investimenti diretti esteri, i dati confermano il balzo in avanti compiuto dalla Cina rispetto al suo livello precedente, sia in termini di volume che di posizione relativa rispetto alle altre potenze mondiali. Tra il 1991 e il 2003, gli investimenti diretti esteri cinesi sono aumentati di dieci volte, e poi di 13,7 volte tra il 2004 e il 2013, passando da 45 miliardi di dollari a 613 miliardi di dollari. Nel 2015 la Cina era diventata il terzo investitore mondiale e i suoi deflussi di capitale superavano gli afflussi. Inoltre, gli investimenti esteri cinesi hanno raggiunto i 147,85 miliardi di dollari nel solo 2023, con un aumento del 5,7% rispetto al 2022. Non si deve pensare che i prestiti concessi dalla Cina ai “paesi in via di sviluppo” dell’Asia, dell’Africa e dell’America Latina, o gli investimenti che essa effettua in questi paesi, differiscano per natura e obiettivi da quelli delle altre nazioni imperialiste. Si tratta di prestiti e investimenti il cui unico scopo è il saccheggio e l’accumulazione di profitti a spese delle popolazioni dei paesi interessati – i loro operai, i loro contadini e i loro cittadini più poveri – e a spese della loro ricchezza, della loro sovranità nazionale e del loro ambiente. Il portavoce del Ministero degli Affari Esteri ha chiaramente affermato all’inizio dell’anno, di fronte alle crescenti critiche sul sistema dei prestiti cinesi, sulle sue insidie e sulle sue conseguenze disastrose, che «la cooperazione tra la Cina e i paesi in via di sviluppo nel campo degli investimenti e della finanza è condotta in conformità con le pratiche internazionali, le regole di mercato e i principi di sostenibilità del debito» – in altre parole, secondo le regole che governano le potenze capitalistiche imperialiste del mondo.
La Cina concede prestiti a governi e istituzioni pubbliche per finanziare progetti infrastrutturali, commerciali o agricoli, o per aiutarli a superare gravi crisi finanziarie. Il tasso di interesse sui prestiti concessi dalla Cina ai paesi in via di sviluppo, in particolare a quelli in difficoltà finanziarie, raggiunge il 4%, un tasso elevato, vicino a quello di mercato e quattro volte superiore a quello di prestiti simili offerti dalla Banca Mondiale e persino da alcuni paesi (Francia, Germania, ecc.). Inoltre, il periodo di rimborso non supera generalmente i 10 anni, contro i 28 anni previsti da altri finanziatori. La Cina impone tipicamente condizioni rigorose per il rimborso dei prestiti. Tra queste condizioni vi è l’impegno a rimborsare i prestiti in valuta forte utilizzando i fondi ricavati dalla vendita delle risorse naturali. Se i paesi interessati non riescono a ripagare i propri debiti, la Cina può assumere il controllo di beni chiave in questi paesi (una forma di amministrazione controllata). Va da sé che l’unica preoccupazione della Cina, sia nel concedere questi prestiti che nei suoi investimenti esteri, è il profitto. Con il pretesto della “non interferenza negli affari degli altri paesi”, la Cina, come altre potenze imperialiste, non esita a sostenere regimi clientelari dittatoriali e sanguinari che opprimono il proprio popolo e violano i suoi diritti più fondamentali. Ciò riflette la mentalità pragmatica del governo cinese e dei suoi leader, in linea con la famosa massima del padre della riforma economica, Deng Xiaoping: «Non importa di che colore sia un gatto, purché catturi i topi». In altre parole, ciò consente alla Cina di appropriarsi delle risorse di altre nazioni, in particolare dei paesi a basso e medio reddito, per sfruttarle e trarne enormi profitti. Naturalmente, gli effetti di questi prestiti sui “paesi in via di sviluppo” in difficoltà sono gli stessi, o talvolta persino più gravi, di quelli dei prestiti concessi dalle potenze imperialiste tradizionali e dalle istituzioni finanziarie internazionali, dati i tassi di interesse più elevati e i periodi di rimborso più brevi.
I prestiti cinesi stanno ponendo un pesante fardello sui paesi mutuatari a basso e medio reddito, specialmente poiché i tassi di interesse continuano a salire, portando a una diminuzione degli investimenti e a una crescita più lenta. Ad esempio, il debito nei confronti della Cina di paesi come Gibuti, Zambia e Kirghizistan rappresenta da solo il 20% del loro PIL annuale. Pertanto, i paesi che prendono prestiti dalla Cina, o almeno alcuni di essi, cadono in una trappola del debito e si trovano nell’impossibilità di rimborsare i prestiti in tempo. La Cina esercita quindi un controllo considerevole sul paese interessato in vari modi. Quest’anno è eccezionale, tanto che alcuni lo definiscono addirittura uno tsunami finanziario, a causa del rimborso dei prestiti e degli interessi dovuti alla Cina da molti paesi in via di sviluppo. Si prevede che i 75 paesi più poveri del mondo rimborseranno alla Cina un importo record, compreso tra i 19 e i 22 miliardi di dollari. È improbabile che tutti riescano a ripagare i propri debiti.
Gli investimenti diretti cinesi all’estero sono soggetti alla stessa logica capitalista imperialista. La Cina punta a investire il proprio capitale in settori fondamentali per le proprie industrie e in grado di generare profitti consistenti, quali rame, ferro, oro, petrolio e altri minerali e materie prime. Investe inoltre in infrastrutture, tra cui porti, strade, ferrovie, reti di comunicazione e agricoltura. Questi investimenti si estendono all’Asia, all’Africa e all’America Latina, dove il capitale cinese sfrutta le popolazioni locali ricorrendo agli stessi metodi e alle stesse pratiche coloniali brutali e tradizionali, ricavandone così enormi profitti.
3.1 Esportazioni di capitale verso l’Asia, l’America Latina e l’Africa
La Cina sta cercando di trasformare il continente asiatico in una sfera d’influenza, o addirittura in una zona strategica d’influenza, al fine di tutelare i propri interessi nei confronti dei rivali, in primo luogo gli Stati Uniti. È presente in un numero significativo di paesi di quel continente. In Pakistan, i suoi investimenti ammontano attualmente a 50 miliardi di dollari, destinati principalmente alla costruzione di strade e ferrovie. La Cina sta inoltre investendo massicciamente nella costruzione di una base navale strategica, che potrebbe servire gli interessi di entrambi i regimi nel contenere l’India, il loro “nemico comune”, oppure servire gli interessi della Cina stessa di fronte alla concorrenza degli Stati Uniti.
Gli investimenti cinesi non si limitano ai settori economici o strategici; includono somme considerevoli destinate ad aiutare il regime pakistano di destra e reazionario a prepararsi ad affrontare “rivolte” e “insurrezioni” e a instaurare la “stabilità”. La Cina è presente anche in Laos, dove sfrutta sistematicamente le risorse forestali e minerarie di questo paese che, come il Vietnam e la Cambogia, ha subito l’occupazione statunitense. Lo sfruttamento delle foreste laotiane ha costretto la popolazione indigena ad abbandonare le proprie terre e a stabilirsi nei quartieri poveri della capitale. Il capitale cinese, profondamente radicato in Laos, è riuscito ad acquisire gran parte delle piantagioni di gomma. Per trasportare legname, gomma e minerali, la Cina sta costruendo una ferrovia da 7,1 miliardi di dollari. In definitiva, questo piccolo e povero paese è diventato un protettorato cinese. Anche lo Sri Lanka illustra la natura imperialista e coloniale dell’espansione cinese in Asia. Di fronte all’incapacità del Paese di far fronte ai propri obblighi finanziari, una società cinese ha acquisito il 70% delle quote del porto di «Hamba Ntoba» per un periodo di 99 anni. Secondo numerosi studi, ciò dimostra che la Cina, come qualsiasi altro Paese imperialista, ricorre alla strategia di sommergere il Paese debitore di debiti per poi appropriarsi dei suoi “cespiti”.
In America Latina, la situazione è simile a quella del resto del mondo. Le banche cinesi hanno concesso a diversi paesi della regione 137 miliardi di dollari in prestiti di investimento per finanziare progetti infrastrutturali, energetici e minerari. Organizzazioni ambientaliste e per i diritti umani hanno studiato 26 progetti di investimento cinesi in Argentina, Bolivia, Brasile, Cile, Messico, Venezuela, Colombia, Perù ed Ecuador, giungendo alla conclusione che i metodi impiegati dalla Cina non differiscono da quelli di qualsiasi altra potenza imperialista alla ricerca di profitto e volta ad estendere il proprio dominio.
Violazioni sistematiche dei diritti umani, sfollamento delle popolazioni locali e distruzione ambientale sono all’ordine del giorno ovunque la Cina investa in miniere e progetti su larga scala. Due esempi lampanti lo dimostrano. Il primo riguarda la miniera di rame nella provincia peruviana di Apremac, una delle più grandi al mondo, gestita dalla società cinese MMG. Di fronte alla devastazione causata dall’azienda, gli abitanti del luogo si sono ribellati, spingendo la MMG a chiedere aiuto al governo peruviano, che “vende” servizi di sicurezza alle aziende straniere per proteggere le loro operazioni. Gli scontri con la popolazione hanno causato decine di morti. Questo comportamento da parte dell’azienda cinese è tipico delle multinazionali monopolistiche, che utilizzano i servizi di sicurezza del Paese per allontanare gli abitanti del luogo al fine di creare condizioni favorevoli allo sfruttamento delle risorse nazionali.
Oltre all’esempio peruviano, c’è anche quello del Venezuela, menzionato in precedenza. Gli investimenti cinesi si concentrano principalmente nel settore petrolifero. La Cina richiede al governo venezuelano di depositare i proventi in valuta estera derivanti dalle vendite di petrolio direttamente su un conto bancario sotto il suo controllo, consentendole di prelevare fondi in caso di insolvenza. L’America Latina non è solo una fonte di esportazioni di capitali, ma anche un mercato significativo per la Cina, che le permette di ottenere profitti sostanziali. Secondo una dichiarazione del presidente cinese, il commercio tra la Cina e i paesi dell’America Latina e dei Caraibi ha superato i 500 miliardi di dollari, più di 40 volte il livello registrato all’inizio del secolo.
Inoltre, la Cina ha sempre nutrito un forte interesse per l’Africa, che detiene circa il 30% delle riserve minerarie mondiali, tra cui l’8% del gas naturale, il 12% del petrolio, il 42% dell’oro, il 90% del cromo e del platino, il 48,1% del cobalto, il 38% dell’uranio, il 47,6% del manganese, il 42% della bauxite, il 44% della cromite, il 95% del vanadio, l’1% del litio e il 5,9% del rame. Nel 2021 la Cina era uno dei principali, se non il principale creditore del continente africano. Secondo la Banca Mondiale, deteneva il 13% del debito sovrano africano e il 41,8% del suo debito bilaterale, rendendola il più grande creditore bilaterale del continente. Questi prestiti sono spesso destinati a paesi in crisi.
Gli investimenti cinesi in Africa sono cresciuti in modo esponenziale dal 2003. Vent’anni fa non superavano i 75 milioni di dollari, ma nel 2023 avevano raggiunto i 3,96 miliardi di dollari. La Cina investe direttamente nel petrolio in Angola, Nigeria e Sudan. Investe inoltre nel settore petrolifero e minerario nella Repubblica Democratica del Congo, nel settore minerario in Zambia, nelle ferrovie in Uganda, nelle fabbriche tessili in Lesotho e nel settore del disboscamento nella Repubblica Centrafricana. Come in alcuni paesi asiatici e latinoamericani, le aziende cinesi causano notevoli problemi alle comunità africane che vivono vicino ai loro siti operativi. Ad esempio, l’inquinamento idrico in Ghana è dovuto alle attività delle società minerarie cinesi.
Oltre ai flussi di capitale in uscita sotto forma di prestiti e investimenti, la Cina è il principale partner commerciale dell’Africa. Secondo fonti ufficiali cinesi, tale posizione è stata mantenuta per sei anni consecutivi, dal 2018 alla fine del 2024. L’Amministrazione generale delle dogane cinese (General Administration of Customs of the People’s Republic of China, GACC, n.d.t.) indica che l’indice del commercio Cina-Africa ha registrato una crescita significativa, passando da 100 punti nel 2000 a 1.056,53 punti nel 2024. Le ultime statistiche ufficiali cinesi mostrano che il volume degli scambi commerciali tra Cina e Africa ha raggiunto un livello record nei primi cinque mesi del 2025. Questo volume commerciale ha raggiunto i 134 miliardi di dollari, con un aumento annuo del 12,4%. Chiaramente, una conseguenza dell’afflusso di merci cinesi nei paesi africani è la distruzione delle industrie locali, già sottosviluppate, a causa della concorrenza. Questo fenomeno perpetua il sottosviluppo di questi paesi, aggrava la loro povertà ed esacerba la miseria delle classi lavoratrici e delle classi inferiori. In combinazione con le guerre e i conflitti fomentati dalle potenze coloniali e dai loro agenti locali, spinge milioni di persone a migrare in cerca di una vita migliore.
- Creazione di blocchi economici
BRICS
Oltre alle relazioni bilaterali con vari paesi, la Cina si è impegnata con dedizione nella creazione o nella promozione di nuovi blocchi economici, che le consentono di espandere i propri interessi e di confrontarsi con i concorrenti provenienti dai paesi imperialisti tradizionali, raggruppati in blocchi monopolistici quali l’Unione Europea, l’Accordo nordamericano per il libero scambio, l’Area di cooperazione e sviluppo economico, il G7 e altri.
Tra i blocchi più importanti che la Cina ha contribuito a far rinascere c’è il gruppo BRICS, fondato nel 2009 e inizialmente composto da cinque paesi (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica). Altri paesi si sono gradualmente uniti come membri o partner. Contrariamente a quanto si crede, questo gruppo è, in termini di classe, un blocco capitalista, proprio come gli altri. Pur includendo superpotenze e quasi-superpotenze alla ricerca dell’egemonia e di una ridistribuzione delle sfere d’influenza (Cina, Russia, India, ecc.), esso comprende anche altri paesi capitalisti, talvolta profondamente reazionari e ostili al popolo, che cercano di promuovere i propri interessi con l’obiettivo di diventare potenze regionali (Sudafrica, Iran, Etiopia, Egitto, Indonesia, Arabia Saudita, ecc.). Di conseguenza, questo gruppo non costituisce, e non può costituire, un’alternativa “progressista” ai tradizionali paesi imperialisti occidentali, in primo luogo gli Stati Uniti d’America.
Oggi il blocco conta dieci membri, in seguito all’adesione di Iran, Etiopia, Egitto, Emirati Arabi Uniti e Indonesia. Questi paesi rappresentano il 30% della superficie terrestre, il 45% della popolazione mondiale, il 27% del PIL globale e 5,2 trilioni di dollari di riserve valutarie (dati del 2024). Nonostante le loro contraddizioni interne, i BRICS stanno cercando di diventare un’alternativa al G7 occidentale. I paesi membri si riuniscono ogni anno e hanno creato la Nuova Banca di Sviluppo, che mira a diventare un’alternativa alla Banca Mondiale. Il suo capitale autorizzato ammonta a 100 miliardi di dollari, di cui 52,7 miliardi sono stati erogati. Ha approvato il finanziamento di 96 progetti, sia nei paesi membri che all’estero, per un totale di 32,8 miliardi di dollari.
La Cina svolge un ruolo centrale nella banca, impegnandosi a sostenerla ed espanderla per trarne vantaggio. Oltre alla Nuova Banca di Sviluppo, il gruppo BRICS ha istituito nel 2014 il Meccanismo di Riserva Contingente (Contingent Reserve Mechanism, CRM, n.d.t.), con sede a Shanghai, in Cina. Questo fondo mira a fornire un’alternativa al Fondo Monetario Internazionale (FMI) assistendo i paesi membri che affrontano crisi e fornendo loro liquidità in caso di pressioni cicliche sulla bilancia dei pagamenti. La Cina contribuisce a questo fondo con 41 miliardi di dollari, il contributo più consistente tra i paesi membri, che le conferisce il 26,06% dei diritti di voto. La Cina è seguita da India, Brasile e Russia, con 18 miliardi di dollari ciascuno, e dal Sudafrica, con 5 miliardi di dollari, per un totale di 100 miliardi di dollari. Che si tratti della Nuova Banca di Sviluppo o del fondo di emergenza, il rapido ritmo dello sviluppo economico della Cina le conferisce un’influenza sempre maggiore su queste istituzioni. Inoltre, i paesi del BRICS continuano a valutare la creazione di un’unione monetaria e di una moneta comune al fine di ridurre la loro dipendenza dal dollaro statunitense e di sviluppare la cooperazione economica e gli scambi commerciali tra i propri Stati membri.
L’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (OCS)
Oltre alla sua partecipazione al gruppo BRICS, la Cina ha contribuito alla creazione dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (OCS), un’organizzazione internazionale incentrata su aspetti politici, economici e di sicurezza nell’Eurasia. Fondata a Shanghai nel 2001 da sei paesi — Cina, Russia, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan — la OCS ha accolto India e Pakistan nel 2017. L’Iran ha aderito nel 2023, seguito dalla Bielorussia nel 2024. La Mongolia e l’Afghanistan hanno lo status di osservatori. La OCS, in cui la Cina svolge un ruolo centrale, si concentra su questioni di sicurezza (terrorismo, separatismo, estremismo), economia e cultura.
In questo contesto, dal 2005 gli Stati membri conducono regolarmente esercitazioni e manovre militari con il pretesto di combattere «il terrorismo e altre minacce esterne e di mantenere la pace e la sicurezza regionali», un chiaro riferimento alle attività degli Stati Uniti, dei loro alleati e dei loro rappresentanti nella regione. Questa situazione va a vantaggio della Cina, che rappresenta la principale sfida strategica degli Stati Uniti a livello globale, nonché della Russia, poiché entrambi i paesi desiderano evitare qualsiasi conflitto o controversia che possa aprire la strada a un intervento statunitense nelle loro regioni limitrofe. Di conseguenza, alcuni osservatori considerano questo gruppo, che include l’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (OTSC), come un blocco politico-militare che potrebbe fungere da alternativa alla NATO. Vale la pena sottolineare che gli Stati Uniti hanno presentato domanda per ottenere lo status di osservatore nell’organizzazione nel 2005, ma la richiesta è stata respinta.
Dal punto di vista economico, la cooperazione tra i membri dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (OCS) si è sviluppata rapidamente, in particolare nei settori delle energie rinnovabili, delle infrastrutture, dell’estrazione mineraria e della petrolchimica. In questo ambito sono stati avviati numerosi progetti, per un totale di 18 iniziative realizzate dagli otto membri dell’organizzazione. Secondo i dati diffusi nell’aprile 2025 da un funzionario del Ministero del Commercio cinese, il commercio della Cina con gli Stati membri dell’OCS, gli Stati osservatori e i partner di dialogo ha raggiunto il livello record di 890 miliardi di dollari nel 2024.
Pertanto, la Cina fa affidamento sull’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai e sul gruppo BRICS per estendere la propria influenza in tutto il mondo, cercando di generare profitti attraverso prestiti, investimenti e scambi commerciali. In questo contesto, è essenziale ricordare l’ambiziosa “Nuova Via della Seta” della Cina, una rivisitazione moderna dell’antica Via della Seta che attraversava più di 50 paesi, collegando la Cina all’Europa attraverso l’Asia centrale e il Medio Oriente. Questa antica rotta commerciale è stata utilizzata dal II secolo a.C. al XVI secolo d.C. per trasportare merci cinesi, in particolare la seta, verso varie regioni del mondo antico.
La Nuova Via della Seta
Il nuovo progetto, l’Iniziativa “Nuova Via della Seta”, sancito dalla Costituzione cinese nel 2017 e che si protrarrà fino al 2049, centenario della fondazione della Repubblica Popolare Cinese, mira a creare un vasto mercato dominato dalla Cina. Si prevede che questo progetto mobiliterà centinaia di miliardi di dollari in investimenti infrastrutturali che collegheranno la Cina all’Europa, rendendolo il più grande progetto infrastrutturale della storia. Coinvolgerebbe più di 68 paesi, il 65% della popolazione mondiale, e rappresenterebbe il 40% del PIL globale nel 2017. Il progetto comprende la costruzione di porti, strade, ferrovie, zone industriali e molto altro ancora. Si tratta innegabilmente di un progetto imperialista della Cina, che cerca di sfidare l’imperialismo statunitense in declino, che il populista e fascista Donald Trump sta cercando di far rivivere e rivitalizzare attraverso i suoi programmi “America First” e “Stronger America”, che sta attuando con estrema brutalità e arroganza.
Lo sviluppo delle capacità militari della Cina
È evidente che la Cina, uno Stato capitalista monopolistico, non possa espandere il proprio “impero” economico, finanziario e commerciale a livello globale senza potenziare le proprie capacità militari. È pienamente consapevole che i suoi rivali, primo fra tutti gli Stati Uniti, che da decenni dominano il sistema capitalista mondiale, possiedono le armi più potenti e distruttive della storia e che le loro flotte e basi militari sono onnipresenti. Non permetterà a nessun’altra potenza di emergere a sue spese. La storia del sistema capitalista globale lo conferma: la lotta per la ridivisione delle sfere d’influenza ha generato due guerre mondiali e decine di altri conflitti regionali e locali. Nulla illustra meglio questo fenomeno della guerra devastante che sta attualmente devastando il Medio Oriente. Questa guerra mira a riaffermare l’egemonia statunitense e occidentale sulla regione e a frenare, o addirittura eliminare, l’espansione cinese e russa prendendo di mira i regimi e le forze che potrebbero favorirla.
La Cina, diventata una superpotenza economica, finanziaria e commerciale e una seria rivale dell’imperialismo statunitense, continua a sviluppare la propria potenza militare e mira a recuperare il più rapidamente possibile il ritardo rispetto al suo principale concorrente, che la supera di gran lunga in questo settore. Il bilancio militare cinese è cresciuto in modo esponenziale dall’inizio del secolo. Tra il 2002 e il 2011 è aumentato del 170%. Passato da 131 miliardi di dollari nel 2014 a 146 miliardi nel 2016, si prevede che raggiungerà i 250 miliardi entro il 2025. La Cina diventerà così il secondo paese al mondo per spesa militare, dietro agli Stati Uniti, che occupano il primo posto con una spesa stimata di circa 900 miliardi di dollari secondo il bilancio dell’anno in corso, senza contare altre spese che potrebbero rientrare in questo settore. La Cina si colloca attualmente al terzo posto con 600 testate nucleari tra i paesi che possiedono il maggior numero di armi nucleari, dopo la Russia (4.309 testate nucleari) e gli Stati Uniti d’America (3.700 testate nucleari), e davanti alla Francia (290 testate nucleari) e alla Gran Bretagna (225 testate nucleari).
La Cina si colloca al terzo posto al mondo anche in termini di potenza militare secondo le classifiche di quest’anno, dietro agli Stati Uniti (primi) e alla Russia (secondi). Attualmente, la Cina sta concentrando i propri sforzi sulla protezione dei propri confini, in particolare nel Mar Cinese Meridionale, una via navigabile cruciale per un terzo del traffico marittimo mondiale. Diversi paesi (Cina, Vietnam, Filippine, Taiwan, Malesia e Brunei) si contendono la sovranità su porzioni di questo mare, sotto l’occhio vigile degli Stati Uniti, che mantengono una forte presenza nella regione. Queste dispute nel Mar Cinese Meridionale stanno creando tensioni tra Cina e Giappone, e tra Filippine e Vietnam. Inoltre, la Cina ha consolidato la propria presenza in vari paesi del mondo, includendo Nepal, Afghanistan e il Ciad, e le sue esportazioni di armi sono aumentate, sebbene rimangano relativamente modeste rispetto a quelle di altre potenze imperialiste che l’hanno preceduta sul mercato degli armamenti.
Conclusione
Tutti i dati che abbiamo presentato riguardo alla Cina ne evidenziano la trasformazione in una potenza imperialista. Il Paese sta rapidamente cercando non solo di conquistarsi un posto tra le principali potenze imperialiste, ma anche di dominarle, spinto da un urgente bisogno di espansione per assicurarsi le fonti di materie prime, rifornire le proprie fabbriche, trovare mercati in cui promuovere i propri prodotti e sviluppare opportunità di esportazione e di investimento di capitali. Tuttavia, questa ambizione la trascina inevitabilmente in conflitti con altre potenze imperialiste, in particolare gli Stati Uniti. Ciò fa presagire gravi conflitti che potrebbero degenerare in uno scontro militare. Inoltre, gli Stati Uniti hanno designato la Cina come avversario strategico e, insieme ai propri alleati occidentali, si stanno preparando ad affrontarla. Allo stesso tempo, la Cina sta cercando di colmare il proprio divario militare e tecnologico e sta stringendo alleanze, in particolare con la Russia, che è a sua volta pesantemente armata.
Partito dei Lavoratori (Tunisia)
Aprile 2026
Da “Unità e Lotta” n. 52, Organo della Conferenza Internazionale di Partiti e Organizzazioni Marxisti-Leninisti – CIPOML
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