Un’enorme questione salariale
Cosa è il salario
Per l’economia borghese il salario è, dal lato della produzione, la remunerazione del “fattore produttivo” lavoro, mentre dal lato della circolazione una componente della “domanda” di merci. Le due impostazioni sono apologetiche e di superficie.
Per l’impostazione scientifica marxista, che indaga in profondità il rapporto di produzione capitalistico, il salario è invece il prezzo della forza-lavoro, di solito stabilito sulla base di un contratto. La forza-lavoro è acquistata come merce per essere consumata nel processo produttivo per produrre valore e plusvalore. Sommandosi al capitale costante (mezzi di produzione impiegati e trasformati) questo valore è la base del prezzo di produzione, malgrado l’apparenza faccia derivare quest’ultimo dall’incontro della domanda e dell’offerta nel mercato di sbocco.
Con quota parte di questo neovalore prodotto il padrone paga l’operaio, mentre trattiene per se la parte rimanente (plusvalore) come fonte del profitto di cui dovrà cederne parte a commercianti, banchieri e Stato in forma di tassazione.
Salario e plusvalore suddividono la giornata lavorativa. Il primo fissa il valore della merce forza-lavoro determinato dal valore dei mezzi di sussistenza necessari al mantenimento dell’operaio e della sua famiglia. La parte rimanente è il plusvalore creato dal lavoro dell’operaio salariato, oltre il valore della sua forza-lavoro, di cui il capitalista si appropria gratuitamente.
Da questo rapporto sociale discendono due fatti fondamentali:
1) La tendenza del padrone ad allungare la giornata lavorativa per aumentare la quota di pluslavoro e plusvalore (assoluto).
2) La tendenza del padrone ad aumentare la produttività del lavoro, ottenendo per questa via una riduzione del lavoro necessario ed un aumento del pluslavoro e del plusvalore (relativo).
La lotta della classe operaia per l’aumento dei salari
La fissazione del salario è connessa al rapporto di forza tra operaio e capitalista, che si stabilisce con la lotta per l’aumento del salario e la riduzione della giornata lavorativa, che a sua volta è in relazione col grado ed il carattere di organizzazione degli operai.
La lotta per il salario dipende dalla coesione operaia e dal grado di coscienza, quindi dalla condotta seguita da quanti agiscono nel dirigere questa lotta, principalmente, nel regime capitalistico, dalle organizzazioni sindacali. Ovviamente anche il padrone agisce in modo organizzato, associandosi ed avvalendosi del potere politico che, come classe, detiene.
In questa lotta di classe tra operai e padroni interviene l’ideologia borghese dominante che spesso contagia, in gradi diversi, le organizzazioni operaie. In questo contagio c’è il mito secondo cui l’aumento del salario produce inflazione, perché il padrone reagirebbe con l’aumento dei prezzi.
Nel capitalismo contemporaneo, monopolistico, il sistema economico prevede un certo controllo della moneta, come fattore inflattivo diretto.
Agendo sulla liquidità monetaria e sui prezzi di monopolio si può produrre un’inflazione, senza alcuna relazione con gli aumenti di salario. Chi dice che i salari sono causa di inflazione è perciò un’apologeta della classe borghese e per suo conto agisce, anche all’interno del movimento operaio.
La tendenza a rialzare il profitto, anche tramite il rialzo dei prezzi, è innata per ogni capitalista, a prescindere dalla spinta salariale; ma egli ha a che fare con il gioco della domanda e dell’offerta nel mercato, non con l’aumento del salario dei “suoi” operai. Questo aumento crea invece, in automatico, una (salutare) diminuzione del suo profitto.
A livello sociale l’aumento reale del salario sposta perciò la produzione sociale verso il consumo operaio, senza sottrarre gli operai dallo sfruttamento, che può essere eliminato solo con l’abolizione del regime di lavoro salariato attraverso lo sbocco della lotta politica rivoluzionaria.
Bassi salari e alti profitti
Chi dice che “in Italia c’è un’enorme questione salariale” ha ragione. Nell’arco di 30 anni (1992-2022) tutte le statistiche segnano una diminuzione del potere d’acquisto dei salariati in Italia fino al 2,9%, unico caso in Europa. In Francia invece è aumentato del 31,6 %; in Germania del 22,9%.
L’ammontare del salario medio lordo annuo nel 2022 è di 31,500 €, mentre in Francia è 41.700 e Germania 45.500. Di contro, la media delle ore lavorative è da noi 1563 superiore alle 1.427 della Francia e alle 1.295 della Germania. In Italia i salari sono il 52% del reddito nazionale, mentre in Francia e Germania sono il 59% e il 57 % (quote in calo da decenni).
Il dato sulle ore lavorative smentisce il luogo comune borghese secondo cui in Italia si lavora poco. Inoltre smentisce che le cause decisive dei bassi salari risiedano nel lavoro precario e flessibile. Anche la media di 37.400 € per il lavoro a tempo indeterminato è sensibilmente inferiore a Francia e Germania: anche lì esistono vaste platee di lavori precari e flessibili.
I bassi livelli dei salari in Italia – che si traducono nell’aumemto costante della povertà – non sono causati dallo scarso aumento della produttività del lavoro (+0,3-0,4 % annui a fronte di una media europea dell’1,5 %). È vero il contrario: il basso salario consente discreti livelli di profitto senza ricorrere ad investimenti capitalistici.
Due politiche contrapposte
Il mantenimento dei bassi salari in Italia è assicurato dalla politica di moderazione salariale dettata dal padronato per mantenere alti i profitti. Si tratta di una politica accettata e fatta propria dai vertici sindacali fin dalla famosa assemblea dell’Eur del 1978 (i “sacrifici” a favore dell’economia nazionale). Questa politica nel tempo si è precisata stabilendo che gli aumenti salariali devono restare sempre sotto l’aumento della produttività. Tale politica salariale ha continuato ad ispirare l’offensiva padronale e la linea sindacale anche durante la recente ondata inflazionistica e continua tuttora.
Nel 2022 a fronte di un’inflazione ufficiale dei principali paesi dell’area Euro dell’8% il salario nominale è cresciuto del 2,8% (sono dati di parte perché l’inflazione dei consumi operai ha raggiunto un picco dell’11,5 %). In Italia la crescita nominale è stata dell’1%.
Ebbene, mentre si solleva il problema del recupero salariale si persevera da parte sindacale con l’inadeguato strumento dei rinnovi contrattuali, condotti senza serie lotte, seguendo una pratica che continua ad essere filo-padronale.
Nel recente rinnovo degli alimentaristi l’aumento contrattuale a regime (spalmato su 4 anni) è di 3.360 € pari al 16%, poco meno dell’inflazione del biennio 2022-23. Ciò stabilirebbe un recupero parziale di quanto perso, solo se da qui al 2027 l’inflazione fosse pari a zero, mentre le previsioni ufficiali – finora smentite dai fatti – sono sul 2% annuo (in tutto almeno l’8%).
Nulla di nuovo. Sia nell’immediato che a lungo termine il salario reale continua e continuerà a perdere ed il reddito nazionale a spostarsi sui profitti.
La questione salariale è grande come una casa, dice il sig. Landini. Vero, me né lui né i suoi burocrati agiscono per porvi rimedio, ma per perpetuare la politica collaborazionista.
Per risolverla occorre un’impostazione di classe delle politiche salariali: una battaglia unificante per aumenti salariali veri, non solo a recupero di quanto perso, che mobiliti tutta la classe – al di là dei confini delle singole aziende e categorie – e che rompa con le compatibilità capitaliste e governative, con la subordinazione alle politiche imperialiste tese a scaricare sul proletariato i costi delle politiche di bilancio e del riarmo.
Una politica coerente con una prospettiva di ripresa del movimento operaio e di rottura dell’ordine borghese esistente, per la rivoluzione proletaria e l’instaurazione di un novo ordine: il socialismo.
Da Scintilla n.144, aprile 2024
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