Un’importante presa di posizione di Stalin contro il revisionismo moderno

L’articolo che segue fu pubblicato nel gennaio del 1950 in “Per una pace stabile, per una democrazia popolare!”, organo dell’Ufficio Informazioni dei partiti comunisti e operai [Cominform], a firma “Un osservatore” (pseudonimo talvolta adottato su quel giornale da alcuni alti dirigenti del movimento comunista internazionale per esprimere critiche e valutazioni su vari argomenti politici).

Autore dell’articolo era il compagno Stalin, come confermato da fonti autorevoli (si veda: http://alumni.mgimo.ru/page/adaptive/id43711/blog/264634/?ssoRedirect=true&ssoRedirect=true). 

Lo riproduciamo (in traduzione italiana dal testo in lingua francese apparso nei “Cahiers du communisme”, marzo 1950) per il suo indubbio valore storico e politico, quale testimonianza della lotta condotta in quegli anni dal Partito Comunista (bolscevico) dell’URSS contro le tendenze opportuniste, parlamentariste e conciliatrici del revisionismo moderno che serpeggiavano all’interno di molti partiti comunisti. 
Più che evidenti sono le analogie fra le posizioni opportuniste e revisioniste di Nosaka e quelle portate avanti, in quello stesso periodo, dal gruppo dirigente togliattiano del P.C.I. sulla cosiddetta “via italiana al socialismo”. L’articolo di Stalin contribuì, allora, a orientare in senso positivo il Comitato Centrale del Partito comunista giapponese, spingendolo ad impegnare la lotta per riportare su un binario rivoluzionario la linea politica del partito.

LA SITUAZIONE DEL GIAPPONE

Dopo il fallimento dei piani di conquista degli imperialisti americani in Cina e in Corea, il Dipartimento di Stato e la cricca militare degli Stati Uniti hanno concentrato la loro principale attenzione sul Giappone come base fondamentale per avventure militari contro l’Unione Sovietica e il movimento democratico nei paesi asiatici.
Con falsi pretesti, essi cercano prima di tutto di ritardare la conclusione del trattato di pace col Giappone e di legalizzare, così, per lungo tempo la presenza dell’esercito americano in quel paese. Con l’aiuto del loro esercito e della reazione giapponese, gli invasori americani cercano di soffocare l’intero movimento democratico, di schiacciare il Partito comunista e i sindacati e di diventare padroni assoluti del Giappone. Già ora, tutta la vita politica ed economica giapponese è orientata dalla cricca militare americana. L’economia giapponese è interamente subordinata ai monopoli statunitensi e posta al servizio dei piani d’aggressione dell’imperialismo americano. Gli americani costruiscono numerose basi militari, aeree e navali sul territorio giapponese e trasformano il paese in una piazza d’armi per avventure belliche. In un’intervista rilasciata il 2 marzo 1949 al corrispondente del “Daily Mail” di Londra, Mac Arthur ha detto chiaro e tondo che gli Stati Uniti considerano da tempo il Giappone una nuova piazza d’armi e lavorano intensamente in tal senso. “Nell’isola di Okinawa”, ha dichiarato, “ho fatto costruire 25 aerodromi in grado di garantire 3 500 decolli al giorno dei bombardieri più potenti. …Attualmente l’Oceano Pacifico è diventato un lago anglosassone…”. La situazione politica ed economica del Giappone è interamente determinata dalla politica aggressiva degli Stati Uniti e dalle misure delle autorità americane di occupazione che derivano da tale politica. Portando avanti una politica che mira a far rinascere l’imperialismo giapponese e militarizzando il paese, le autorità americane in Giappone, con l’aiuto della reazione giapponese, osteggiano continuamente gli interessi dei lavoratori, schiacciano le organizzazioni democratiche, praticano su larga scala l’invio di spie e di provocatori nei sindacati e nelle organizzazioni del Partito comunista. Dopo essersi impadroniti dei principali monopoli giapponesi, i capitalisti americani controllano quasi l’85% dell’economia giapponese. Anche i capitalisti giapponesi non restano con le mani in mano.
Più del 40% degli stanziamenti di bilancio del 1949 è destinato a sovvenzionare i grandi monopoli, e, mentre le imposte prelevate su questo gruppo di capitalisti giapponesi non superano il 3,6% delle entrate di bilancio, le imposte che gravano sulla popolazione ne rappresentano il 73%. I lavoratori giapponesi sono quindi soggetti a un duplice sfruttamento, e, qualunque sia la demagogia dietro la quale si coprono gli imperialisti americani, è più che evidente il carattere colonialista e militarista delle loro attività in Giappone.
La rivista americana “Pacific News Week” ha affermato apertamente che lo scopo principale dei nuovi piani americani è quello di “trasformare il Giappone in un bastione militare e industriale antisovietico”. Anche il giornale giapponese “Mainitsy Shinbun” ha constatato con soddisfazione che “oggi il Giappone si trova in prima linea nella lotta contro il comunismo”.  Benché la politica americana in Giappone sia in piena contraddizione con le decisioni di Potsdam sulla democratizzazione e la smilitarizzazione del Giappone e sia una politica di offensiva generale contro i diritti economici e politici del popolo giapponese, il governo giapponese appoggia completamente i piani americani di colonizzazione. Di conseguenza, la rinascita del militarismo giapponese e il soffocamento del movimento democratico sono da tempo diventati lo scopo e il fondamento comune del blocco dei reazionari giapponesi e degli imperialisti americani. Oltre a perseguire questo scopo comune, ognuno degli appartenenti al blocco tenta di realizzare i propri piani. La reazione giapponese utilizza l’interesse che gli Stati Uniti hanno per il Giappone, in quanto loro alleato, per consolidare la propria influenza politica nel paese, e gli imperialisti americani usano i reazionari giapponesi come strumento per schiacciare più facilmente le organizzazioni democratiche, imporre interamente il proprio dominio politico ed economico sul Giappone, trasformare il paese in una piazza d’armi per avventure belliche e il popolo giapponese in carne da cannone. In queste condizioni, è necessario che i lavoratori giapponesi abbiano un chiaro programma d’azione.
Le organizzazioni del Partito comunista, i sindacati e tutte le forze democratiche del paese debbono unire i lavoratori, denunciare quotidianamente i piani di colonizzazione degli imperialisti stranieri, il ruolo antipopolare di tradimento della reazione antigiapponese.
Debbono lottare energicamente per l’indipendenza del Giappone, per la creazione di un Giappone democratico e pacifico, per la conclusione senza indugio di un trattato di pace giusta, per il rapido ritiro delle truppe americane dal Giappone, per una pace stabile fra i popoli. I dirigenti dei lavoratori e i patrioti popolari giapponesi debbono capire che il Giappone potrà risollevarsi e diventare una grande potenza indipendente solo se, staccandosi dall’imperialismo e dalle alleanze imperialiste, si impegni sulla strada della democrazia e del socialismo, segua una linea di sviluppo pacifico e di consolidamento della pace fra i popoli. O il Giappone si impegnerà su questa via, che sarà la via della sua salvezza, o non lo farà, e sarà allora costretto a diventare un misero strumento nelle mani dell’imperialismo mondiale, sarà privato della sua libertà e indipendenza e destinato a vegetare. Ma, come i fatti dimostrano, gli interventi di alcuni militanti del Partito comunista giapponese non mirano a realizzare con successo questi importanti compiti. Essi non capiscono questo programma e danno un falso orientamento ai lavoratori giapponesi nella complessa situazione che si è creata in questo paese. Per esempio, analizzando la situazione politica, interna ed estera, del Giappone, il noto militante del Partito comunista giapponese Nosaka (Okano) ha affermato che, nel Giappone del dopoguerra, esistono tutte le condizioni necessarie per garantire il passaggio pacifico al socialismo, anche nelle condizioni del regime di occupazione, e che ciò costituirebbe “un’acclimatazione del marxismo-leninismo sul suolo giapponese” (Nosaka, Rapporto alla 2a Conferenza del P.C. giapponese, gennaio 1947).
Per quanto riguarda l’esercito di occupazione, esso, secondo Nosaka, non solo non ostacolerà gli obiettivi del Partito comunista giapponese, ma, al contrario, svolgendo la sua missione, contribuirà alla democratizzazione del Giappone. “La presenza delle truppe alleate è destinata a disarmare il Giappone e, in pari tempo, a liberare il popolo dalla politica totalitaria, a democratizzare il Giappone. Le truppe alleate, occupando il Giappone, non hanno intenzione di trasformare il nostro paese in una colonia”.
Secondo Nosaka, il Partito comunista giapponese può, anche nelle condizioni del regime di occupazione, portare la classe operaia al potere: “Conquistando la maggioranza dei seggi in Parlamento, è ormai possibile ai partiti proletari”, afferma Nosaka, “creare il proprio governo e prendere in mano il potere politico distruggendo l’apparato burocratico e le sue forze. In altri termini, è ormai possibile conquistare il potere per via parlamentare, con metodi democratici”. Nel giugno 1949 Nosaka ha nuovamente affermato categoricamente, nel suo rapporto alla sessione plenaria del Comitato Centrale del Partito comunista giapponese, che la creazione di un governo di democrazia popolare è del tutto possibile nelle condizioni del regime di occupazione.
“Le truppe di occupazione saranno ritirate dal Giappone a partire dal momento in cui questo
governo sarà stato creato”.  Nosaka è giunto, dunque, ad enunciare delle insulsaggini borghesi come queste: anche in presenza delle truppe di occupazione americane, il Giappone potrebbe passare direttamente al socialismo per una via pacifica.
Già in precedenza Nosaka aveva sviluppato opinioni del genere. Per esempio, nel progetto di manifesto del Partito comunista giapponese da lui elaborato e pubblicato, e, più tardi, in un articolo apparso sul giornale borghese “Mainitsy Shimbun” nel maggio 1946, Nosaka aveva affermato: “Facendo leva sull’appoggio della maggioranza del popolo e contando sugli sforzi del popolo stesso, il Partito intende sviluppare con mezzi pacifici e democratici un sistema sociale più perfezionato del capitalismo, il sistema socialista”. Il punto di vista di Nosaka, secondo il quale le truppe di occupazione americane in Giappone svolgerebbero un ruolo progressivo e favorirebbero la “rivoluzione pacifica” sulla via di sviluppo del Giappone verso il socialismo, induce in errore il popolo giapponese e aiuta gli imperialisti stranieri a fare del Giappone un’appendice coloniale dell’imperialismo straniero, il focolaio di una nuova
guerra in Oriente.
Il tentativo, da parte di Nosaka, di creare una “nuova” teoria sulla base di quella che egli chiama l’ “acclimatazione” del marxismo-leninismo nelle condizioni giapponesi (una teoria secondo la quale in Giappone, dopo la seconda guerra mondiale, sotto il dominio incontrastato delle autorità imperialiste straniere, esisterebbero le condizioni per la trasformazione pacifica del Giappone in un paese socialista), tutta questa “acclimatazione” del marxismo-leninismo altro non è che una variante giapponese della “teoria” antimarxista e antisocialista, da tempo smascherata ed estranea alla classe operaia, sulla trasformazione pacifica della reazione in democrazia e dell’imperialismo in socialismo. La “teoria” di Nosaka è una teoria che consiste nel presentare sotto colori favorevoli gli occupanti imperialisti in Giappone, nel cantare le lodi dell’imperialismo americano, ed è quindi una teoria destinata a
ingannare le masse popolari giapponesi. Com’è evidente, la “teoria” di Nosaka non ha nulla in comune col marxismo-leninismo. In sostanza, la “teoria” di Nosaka è una teoria antidemocratica e antisocialista. Giova soltanto agli occupanti imperialisti del Giappone e ai nemici dell’indipendenza del Giappone. Di conseguenza, la “teoria” di Nosaka è anche una teoria antipatriottica, antigiapponese.

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