Verso uno stato di polizia
Prendendo a pretesto gli incidenti avvenuti a Torino durante la manifestazione di protesta per la chiusura del centro sociale Askatasuna, la cui responsabilità va imputata al governo che ha messo sotto assedio la città, gasificato un quartiere e usato violenza contro inermi manifestanti, lo stesso esecutivo ha accelerato il varo di un nuovo “pacchetto sicurezza” composto da un decreto legge e un disegno di legge.
Tra le norme figurano: il fermo preventivo di 12 ore in occasione di manifestazioni pubbliche (mezzo tipico del controllo politico durante il ventennio fascista); l’impunità per le forze di polizia in caso di presunta legittima difesa; l’estensione delle “zone rosse” e del Daspo urbano; gli arresti in flagranza differita per i manifestanti; le perquisizioni sul posto nelle manifestazioni; il divieto di partecipazione a riunioni in luogo pubblico e assembramenti per i condannati, anche non definitivi, a un’ampia serie di reati; pesanti sanzioni pecuniari per lo svolgimento di riunioni non autorizzate in piazze e strade, peggiorando il Testo unico delle leggi di PS varato nel 1931 a firma Mussolini e Rocco.
Grave l’approccio riservato ai minorenni, considerati solo un problema di ordine pubblico, senza alcun approccio sociale e preventivo.
I due strumenti legislativi si muovono nella stessa direzione: inasprire il diritto penale e amministrativo trasformandolo in strumento di fascistizzazione e militarizzazione della società.
Messi insieme alla precedente “legge sicurezza” varata nel giugno scorso, essi rappresentano uno dei più gravi attacchi alla libertà di manifestare e alle garanzie costituzionali della storia repubblicana, ovvero il passaggio a uno stato di polizia.
I rilievi formulati da Mattarella nei giorni precedenti il varo di questi provvedimenti sono stati di limatura, senza cambiarne la sostanza.
Le “opposizioni” parlamentari latitano su tutta la linea, limitandosi ad operazioni di facciata. Non chiamano le masse a lottare contro le misure reazionarie e fasciste sempre più gravi che vengono prese dal governo, ma continuano a nascondere alla masse il suo carattere di classe.
I due provvedimenti governativi si inquadrano in uno scenario economico e sociale critico. La stagnazione economica non accenna ad attenuarsi, il perdurante scontro inter-imperialista infiamma l’arena internazionale creando nuovi focolai di guerra che si riverseranno in negativo sull’economia, causando carovita, aumento delle bollette, licenziamenti in diversi settori, etc.
È evidente che in questa situazione la borghesia cerca di salvarsi restringendo gli spazi e le libertà democratiche, perfezionando e rafforzando il più possibile la macchina repressiva, ostacolando e limitando la mobilitazione delle classi lavoratrici per scaricare sulle loro spalle tutto il peso delle crisi e della guerra.
Particolare attenzione repressiva viene posta sugli elementi più combattivi e rivoluzionari, per isolarli dalle masse.
Fare dell’Italia una grande caserma non risolverà alcun problema, ma li aggraverà tutti. Il nuovo “pacchetto sicurezza” dimostra la debolezza di un governo che non è in grado di offrire risposte alle vere emergenze sociali, per le quali non viene emanato alcun decreto legge, e di una classe dominante che non riesce più a mantenere la sua dittatura e i suoi privilegi con i metodi della democrazia borghese.
Non dobbiamo sottovalutare la gravità delle misure reazionarie prese dal governo. Occorre unirsi, mobilitarsi, scioperare contro l’offensiva capitalistica e le leggi liberticide, agitando rivendicazioni immediate e utilizzando tutte le possibilità legali per portare le masse alla lotta.
Nel frangente la questione del partito si pone più acutamente di prima. È ora che la parte più avanzata del proletariato se ne renda pienamente conto e agisca di conseguenza, distaccandosi nettamente dall’opportunismo e dal movimentismo, unendosi ai comunisti (marxisti-leninisti) per condurre la classe operaia e i suoi alleati nelle battaglie contro il capitale, il fascismo e la guerra da esso generati.
6 febbraio 2026
Organizzazione per il partito comunista del proletariato
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