Punti critici delle tesi congressuali del Fronte Comunista

Due anni fa prendemmo posizione sul documento congiunto del Fronte Comunista (FC) e del Fronte della Gioventù Comunista (FGC) “La lotta del partito” pubblicando un opuscolo con delle considerazioni critiche (1) e ricevendo come risposta la più classica “politica del silenzio”.

Formuliamo ora in questo documento osservazioni e obiezioni alle tesi congressuali presentate dal CC del FC in occasione del II Congresso (Roma, 22-24 maggio 2026).

Nelle settimane precedenti l’evento esse ci sono state trasmesse da alcuni militanti di base, interessati a conoscere le nostre opinioni al riguardo.

Ci concentreremo dunque su alcune questioni di carattere ideologico e politico, tralasciando gli aspetti minori e le questioni organizzative, che hanno avuto un peso notevole in un congresso che avrebbe dovuto porre rimedio alle “gravi mancanze” di direzione politica e di centralizzazione del lavoro, oltre alla riconosciuta emorragia di militanti, per rafforzare il FC. Un processo tutt’altro che scontato e privo di contraddizioni interne.

 

Abbiamo letto con attenzione le tesi del II Congresso nazionale del FC, che espongono idee, analisi e proposte di questa “organizzazione-partito”.

Svilupperemo le nostre osservazioni critiche a quanto scritto nel documento. Aggiungiamo che vi sono testi vanno letti in “controluce”, esaminando, parallelamente ai contenuti anche positivi che vi appaiono, ciò che manca, le omissioni, i vuoti. Ciò ci permette di rilevare i temi assenti o marginalizzati, le carenze ideologiche e politiche, assieme agli errori, alle divergenze ideologiche e alle deformazioni del marxismo-leninismo.

 

  1. Nelle tesi  del FC si parla di “partito rivoluzionario”, di “teoria rivoluzionaria”, di “trasformazione rivoluzionaria”, ma in esse è assente qualsiasi riferimento alla rivoluzione proletaria come una necessità pratica della nostra epoca, una questione posta e da risolvere.

Nelle tesi l’idea-forza della rivoluzione è concepita come un’“aspirazione“ o una “prospettiva” lontana, aleatoria, non come un fenomeno naturale e inevitabile che sorge dal disaccordo fra tra i rapporti di produzione e il carattere delle forze produttive.

Il problema che solleviamo si basa sulle caratteristiche di un’epoca storica che è quella dell’imperialismo e della rivoluzione proletaria.

Per affrontarlo occorre partire da un’analisi marxista-leninista concreta della situazione mondiale, che è caratterizzata dall’acutizzazione delle contraddizioni più importanti della nostra epoca, le quali nel loro insieme costituiscono la base oggettiva dello sviluppo del processo della rivoluzione su scala mondiale.

Il FC coglie alcune contraddizioni del capitalismo (non tutte quelle più importanti dell’epoca e talune in modo scorretto, come vedremo in seguito), e osserva che esse si sono approfondite.

Ci dice che i “nodi vengono al pettine” e che “il capitalismo marcia verso una competizione imperialista sempre più generalizzata”. Ma non giunge alla comprensione che il periodo attuale è un periodo di aggravamento della crisi generale del capitalismo (il FC non adotta questa categoria leninista), di decomposizione dell’intero capitalismo mondiale, premessa obiettiva di un nuovo periodo di rivoluzioni, le cui condizioni stanno maturando.

L’attuale scenario offre una situazione più favorevole all’attività del proletariato rivoluzionario.

Gli operai, i giovani e le donne delle masse lavoratrici affrontano oggi una realtà che permette loro di vedere più chiaramente ciò che il capitalismo moribondo offre: barbarie a tutto campo.

Una sola forza può salvare l’umanità, giunta ad un punto cruciale della sua storia:la classe operaia, la classe più rivoluzionaria della società, che ha la funzione di creare un nuovo e superiore ordinamento sociale che porterà all’abolizione delle classi sociali.

Di qui il convincimento che deve caratterizzare i comunisti: affrontare i nostri compiti mantenendo ben fermo e chiaro l‘obiettivo fondamentale della conquista rivoluzionaria del potere politico, per la vittoria del socialismo, rendendo le masse sfruttate e oppresse, che sono le protagoniste della storia, consapevoli che la rottura con il sistema capitalista-imperialista è l’unica via per porre fine alle conseguenze dello sfruttamento del capitale, della devastazione ambientale, della violenza fascista e delle distruttive guerre imperialiste.

In assenza di questa profonda convinzione, le tesi rimangono fredde, libresche, prive di autentico spirito e slancio rivoluzionario proletario.

 

  1. Quando nel 2020 apparve il programma politico del FC salutammo in esso il riconoscimento della dittatura del proletariato, strumento della rivoluzione del proletariato contro la borghesia.

Ora nelle tesi del FC questo concetto è purtroppo scomparso.

È vero che nel documento congressuale il FC teorizza il rovesciamento del capitalismo e il passaggio al socialismo. Ma come può realizzarsi questa storica trasformazione se non si afferma nelle tesi la necessità di un “organo speciale” per adempiere tale compito, ossia la dittatura del proletariato?

Senza l’instaurazione della dittatura del proletariato è impossibile distruggere l’apparato statale borghese, schiacciare la resistenza dei nemici interni ed esterni, organizzare e consolidare un nuovo apparato di potere proletario, abolire la proprietà privata dei mezzi di produzione e trasformare questi mezzi in proprietà collettiva, socialista, emancipare i lavoratori.

Non comprendere nelle proprie tesi congressuali la lotta per la dittatura del proletariato (indipendentemente dalle forme politiche che potrà assumere nel nostro paese) significa negare la funzione storico-universale del proletariato, la necessità del suo dominio politico per trasformare la società da capitalista a comunista. Significa condannarsi all’impossibilità di seguire una strategia rivoluzionaria volta all’edificazione vittoriosa del socialismo proletario.

Si tratta di un grave passo indietro, che registriamo anche nei comunicati dell’Azione Comunista Europea (cui fa parte il FC), in cui la dittatura rivoluzionaria del proletariato viene sostituita dal “potere dei lavoratori”.

 

  1. Nelle tesi del FC si evidenzia l’incomprensione del socialismo proletario per cui lottano i comunisti. Il concetto di socialismo che ha il FC non è scientifico, marxista-leninista. Affermare di voler difendere la definizione scientifica del socialismo, ma non distinguere tra i rapporti di produzione instaurati nell’URSS di Lenin e di Stalin e quelli del periodo krusciovano-brezneviano, quelli vigenti nella Jugoslavia titista o a Cuba, è una contraddizione in termini che mette in luce l’incomprensione dei tratti fondamentali del periodo di transizione, la base materiale e le leggi della costruzione del socialismo.

Se non si ha chiaro cosa è il socialismo proletario, in cosa si distingue dal socialismo borghese o piccolo-borghese, non si ha nemmeno chiaro per cosa la classe operaia deve lottare, si finisce per propugnare un socialismo buono per tutti gli usi, gradevole al palato degli intellettuali radicali della piccola borghesia.

Il contrasto è ancora più stridente  per un’organizzazione che da un lato critica le concezioni del “socialismo del XXI secolo”, del “socialismo di mercato” e denuncia l’“assoluta predominanza dei rapporti di produzione capitalistici” in Cina, ma dall’altro ha sempre posto come  riferimento i sostenitori del “socialismo” brezneviano, come Honecker e Castro, poi convertitisi in “estimatori” del “socialismo” cinese.

Lo stesso concetto di partito di “avanguardia della classe operaia”, diventa allora un’espressione vuota, perché non è chiaro cosa dovrebbe fare questa avanguardia, per quale fine deve lottare, per quale società chiama la classe operaia a mobilitarsi e organizzarsi.

 

  1. In alcuni passi del documento si critica l’opportunismo, ma si tace completamente sulla questione fondamentale della lotta al revisionismo, il cui termine non ricorre mai.

Si dirà che ciò è superfluo, e invece non lo è per nulla. Cancellando il revisionismo (come già era stato fatto nel documento “La lotta per il partito”), il FC copre ideologicamente la sua funzione distruttiva, sia sul piano ideologico che organizzativo, ne resuscita il cadavere, invece di rivitalizzare il contenuto rivoluzionario del marxismo-leninismo che per decenni lo ha combattuto.

Non a caso il FC vede negli eventi del 1989-‘91 (fallimento del revisionismo al potere in URSS e sua dissoluzione) l’inizio della crisi del movimento comunista, invece che nella controrivoluzione avvenuta dopo la morte di Stalin, in particolare la proclamazione del revisionismo al potere in URSS avvenuta nel XX Congresso del PCUS nel 1956.

In tal modo il FC oppone un rifiuto all’approfondimento delle radici ideologiche del revisionismo sovietico, che ha svolto un ruolo decisivo nella restaurazione capitalistica non solo nell’URSS, ma nel campo delle democrazie popolari e del movimento comunista internazionale.

Ciò segna un netto arretramento rispetto il documento del FC del 2020, in cui si criticavano il XX Congresso del PCUS e le controriforme kruscioviane.

Con tali premesse, non è un caso che il modello organizzativo seguito dal FC sia quello del PCI fino agli anni ’70 (XIII Congresso), quando questo partito aveva compiuto fin dall’VIII Congresso del 1956 la sua mutazione genetica dapprima revisionista e poi socialdemocratica.

In realtà il FC non vuole rompere apertamente e nettamente con il revisionismo, né sul piano interno, né sull’arena internazionale perché non ha mai reciso il cordone ombelicale che lo tiene ancorato alle deviazioni di destra antileniniste, ma solo allentato un po’.

Proclamare la rottura con l’opportunismo, omettendo di dichiarare quella con il revisionismo, è essa stessa una forma di opportunismo. Pensare di formare un “partito di quadri” senza condurre una lotta senza quartiere contro il revisionismo moderno in tutte le sue varianti, significa venire meno ai compiti e alla funzione che deve svolgere un’autentica organizzazione comunista.

 

  1. Quanto all’aggettivo moderno, che compare spesso nel documento congressuale per indicare una qualità del partito, ci chiediamo in che cosa mai questo partito moderno debba differenziarsi dal partito comunista dei tempi andati. Ma il documento congressuale non ci soccorre, evitando le necessarie spiegazioni.

Così come non ci viene in aiuto indicando, con la chiarezza richiesta dalla complessità della questione, gli strumenti fondamentali e l’attività rivoluzionaria a cui bisogna dedicarsi con grande energia e determinazione, in quanto solo così i comunisti conquisteranno la fiducia della classe operaia, e al suo seguito della massa lavoratrice, e la classe stessa potrà sottrarsi all’attuale condizione di inerzia politica.

Poiché non è serio pensare che la rinascita del movimento operaio e comunista possa avvenire con la semplice mostra di striscioni, cordoni, bandiere e slogan.

In realtà, l’intero documento congressuale non si pone con la dovuta attenzione di fronte alla questione cruciale della fusione fra il socialismo scientifico e il movimento operaio, quindi del lavoro di principio, deciso e paziente da svolgere nella classe, combinato con la lotta ideologica, da cui dipende la stessa formazione del partito comunista.

Si tratta di un processo complesso che si realizza in diverse forme e acquisisce caratteristiche specifiche in ciascun paese e in diversi periodi e condizioni storiche, sviluppandosi in una lotta

ininterrotta contro tutte le correnti borghesi e piccolo borghesi.

La visione che emerge dal documento è quella di un approccio non dialettico, organizzativistico, permeato di feticismo di partito, in cui gli “iniziati al comunismo” diverrebbero l’ideale a cui dovrebbe avvicinarsi la massa e da cui dovrebbe quest’ultima farsi guidare per prescrizione esterna. Tale approccio trova un’espressione sintomatica nella Risoluzione politica approvata dal II Congresso, in cui viene fissato l’obiettivo di ”raggruppare le forze operaie e popolari attorno al FC”.

 

  1. Assai dannosa è la soppressione nelle tesi del FC di fondamentali categorie leniniste. Nelle tesi si parla di competizione imperialista, di guerra imperialista, di piani imperialisti, di centri imperialisti, di scontro imperialista, ma non si utilizzano mai le categorie di “paesi imperialisti”, “stati imperialisti” e “potenze imperialiste”, parlando sempre e solo di “paesi capitalisti”. Esse sono scomparse assieme a quelle di paesi dipendenti e coloniali!

Adottando lo schema geometrico della “piramide imperialista” (2), spezzettando la teoria leninista dell’imperialismo,  il FC nega le differenze qualitative, giungendo alla negazione dell’esistenza delle potenze imperialiste e della lotta fra di loro per una nuova spartizione del mondo, così come delle contraddizioni con i paesi dipendenti, semicoloniali e coloniali.

Ciò fa cadere il FC in un pantano teorico e ha gravi conseguenze in campo politico. Non è difficile capire che mettere in penombra dietro la dizione “paesi capitalisti” la natura imperialista dei paesi che presentano le caratteristiche descritte da Lenin (inclusi  Russia e Cina), significa nascondere maldestramente tutta una serie di cambiamenti fondamentali che avvengono con il passaggio dal dominio del capitale in generale al dominio del capitale monopolistico finanziario: la tendenza alla violenza e alla reazione su tutta la linea, la tendenza alla supremazia e alle annessioni territoriali, l’oppressione di altri paesi, la lotta per una nuova ripartizione monopolistica del mondo, la disputa per l’egemonia.

Una posizione questa che svuota di significato la stessa categoria di imperialismo (un sistema di cui farebbero parte indiscriminatamente, senza alcun distinguo, tutti i paesi al mondo non socialisti) e  indebolisce la lotta ideologica contro i gruppi multipolaristi e campisti che sostengono un presunto ruolo positivo delle potenze rivali degli USA nell’arena internazionale (3).

 

  1. In conseguenza dell’adozione dello schema piramidale, per il FC le lotte di liberazione nazionale possono legarsi alla lotta contro il sistema imperialista solo in “condizioni di occupazione straniera”, come per la Palestina.

Non comprendere che l’imperialismo è lo sfruttamento più prepotente, la rapina più sfrontata, lo strangolamento più disumano dei popoli dei paesi dipendenti, semicoloniali e coloniali, al fine di estorcere enormi sovrapprofitti, anche senza occupazione dei territori, ma con forme di oppressione non meno brutali e feroci, e che pertanto il problema dell’autodecisione delle nazioni debba essere compreso in modo ampio, in stretto legame con la questione generale dell’abbattimento dell’imperialismo e della rivoluzione proletaria, significa non afferrare l’ABC del leninismo.

 

  1. Nel documento appare un’erronea formulazione della contraddizione fondamentale del modo di produzione capitalistico, che secondo il FC è quella “tra il profitto privato e il carattere sociale della produzione”.

In realtà, la contraddizione essenziale del capitalismo è quella fra il carattere sociale della produzione e la forma capitalistica privata di appropriazione dei risultati della produzione.

Inserire nella contraddizione fondamentale il profitto (“forma modificata del plusvalore”, soggetta a numerose variabili, che si origina nel processo della produzione capitalistica ma viene realizzato nel processo di circolazione), porta a trascurare numerose manifestazioni della contraddizione fondamentale del capitalismo, comprese le crisi di sovrapproduzione.

La formulazione escogitata dal FC indica che la soluzione alla contraddizione fondamentale può essere trovata al di fuori dei rapporti di produzione, e quindi al di fuori dell’esigenza di risolverla con la proprietà sociale dei mezzi di produzione.

E’ pure il caso di rilevare l’assenza di un’analisi condotta con le categorie marxiste (tra cui la caduta tendenziale del saggio di profitto, la finanziarizzazione e la terziarizzazione attraverso le quali si realizzano esorbitanti profitti monopolistici) sulle cause dei processi di deindustrializzazione, di rallentamento economico di intere aree a capitalismo sviluppato e di approfondimento della contesa imperialista. Lo stesso concetto di capitalismo monopolistico di stato, fondamentale per comprendere processi economici e politici contemporanei (riarmo, militarismo, etc.), è del tutto assente nelle tesi.

 

  1. Sul piano dell’analisi politica il FC disconosce il pericolo del fascismo, che sussiste finché esisterà il capitalismo, così come il processo di fascistizzazione che avanza a livello mondiale in differenti forme, rafforzandosi sia a causa della militarizzazione e della preparazione alle guerre imperialiste, sia attraverso le leggi securitarie, così come per l’impossibilità delle forze socialdemocratiche di risolvere i problemi basilari dei lavoratori e dei popoli, in un momento in cui le forze comuniste e rivoluzionarie ancora non sono in condizioni di dirigere la lotta per una reale alternativa di potere.

Nel caso concreto dell’Italia il FC giudica perciò il governo Meloni una semplice variante dei precedenti governi borghesi. Una grave sottovalutazione.

L’oligarchia finanziaria abbandona sempre più i metodi pseudo-democratici, rafforzando le proprie armi di repressione violenta, per uscire dalla situazione di caos da essa stessa creata e per conservare il proprio dominio.

L’Italia è il tipico paese in cui si rispecchia l’imputridimento del capitalismo alla base e nella sovrastruttura, nel quale, come in tanti altri principali paesi capitalisti, si sono seriamente indebolite le posizioni dei più importanti partiti politici borghesi, dei quali si rafforza l’ala destra.

Il FC non vede che i gruppi più reazionari del grande capitale, i loro rappresentanti politici e settori dello Stato stanno dando impulso e sostanza alla fascistizzazione; non denuncia il fatto che l’imperialismo si impregna sempre più di idee, posizioni e tendenze fasciste, violente, criminali, normalizzandole; non ravvisa i metodi, le misure, i personaggi fascisti di governo e sottogoverno; non comprende che il militarismo, la politica di guerra e le aggressioni imperialiste favoriscono il fascismo e la fascistizzazione dello Stato e della società borghesi.

Possibile che il FC non capisca che oggi anche la ripartizione delle spese statali, in cui hanno sempre più peso quelle militari, repressive e securitarie, è un aspetto importante della fascistizzazione?

Il FC sminuisce la natura reazionaria dei governi borghesi e delle forze economiche che li controllano (il governo Meloni è caratterizzato soltanto come “nazionalista”), sminuisce il cambiamento delle forme statali del dominio borghese, minimizza le misure reazionarie adottate dalla borghesia e non si adopera quindi per spiegare alla classe proletaria e alle masse oppresse il carattere di classe del fascismo.

Di qui la contrarietà, implicita nelle tesi, palese nelle parole del neo-segretario del FC, riguardo la questione della costruzione del fronte popolare, antimperialista e antifascista, in dialettica con il fronte unico proletario e con la classe operaia alla loro testa, in cui i comunisti conservino la propria indipendenza ideologica, politica e organizzativa.

 

  1. Il FC nega che l’Italia, un paese imperialista, sia uno Stato con una limitazione di sovranità, adottando la motivazione che ciò porterebbe alla conciliazione con la borghesia italiana in nome della lotta per l’indipendenza.

Limitarsi a questa affermazione significa cadere nella caricatura del marxismo e del leninismo.

I comunisti denunciano da decenni che nel nostro paese vige una limitata e ipocrita democrazia borghese, che la borghesia italiana è legata mani e piedi al capitale straniero, che prende ordini da Washington, che ha visto nel vassallaggio verso la superpotenza USA il modo per difendere i propri interessi e privilegi di classe, impedire lo scoppio della rivoluzione proletaria e soffocarla con la violenza se fosse avanzata.

Come non considerare che l’adesione alla NATO e alla UE, la presenza della basi USA, l’esistenza di protocolli ufficiali e segreti, di strutture legali e illegali, implicano precisi vincoli e limiti interni ed esterni, politici ed economici,  una perdita di indipendenza e di sovranità nazionale, di democrazia e di libertà, una continua ingerenza e pesanti interventi, anche terroristici, nella vita politica e sociale?

Come è possibile sostenere che l’Italia imperialista sia una semplice “alleata” paritaria degli USA, quando in realtà si trova in un rapporto di subordinazione de facto con una potenza imperialista  dominante che limita l’indipendenza in politica interna ed estera, nonostante esistano divergenze e contraddizioni con Washington?

In tal modo il  FC si rifiuta non di conciliarsi con la borghesia, ma di utilizzare tutte le esigenze  democratiche della classe operaia e delle masse lavoratrici contro la borghesia, di sviluppare la lotta politica per una completa indipendenza (realizzabile unicamente nel socialismo),  contro ogni limitazione e cessione di democrazia, di libertà e di sovranità, per preparare la vittoria del proletariato sulla classe dominante che da lungo tempo ha assolto la sua funzione storica ed è totalmente incapace di risolvere questi problemi, essendo sempre più reazionaria.

Non ammettere l’esistenza di una relativa e limitata sovranità e indipendenza di un paese significa non aver capito il rapporto fra il socialismo e l’accentuarsi dell’indignazione democratica, significa che nelle tesi del FC sono presenti evidenti tratti di economismo.

 

  1. Nelle tesi figurano alcuni aspetti tattici. Manca però la strategia, che viene confusa con il programma del FC. Ma se il programma indica il “dove” si vuole arrivare, la strategia stabilisce il “come si deve procedere”, la linea di condotta nelle diverse tappe della rivoluzione (altro concetto negato dal FC), la direzione del colpo principale del proletariato, il piano di disposizione delle forze, le riserve, etc. Ciò non appare nelle tesi e quindi anche gli aspetti tattici, essendo slegati e non subordinati ai compiti strategici, perdono gran parte del proprio valore. D’altronde come si può elaborare una strategia rivoluzionaria nell’epoca dell’imperialismo se si disconosce l’alleanza rivoluzionaria del proletariato delle metropoli imperialiste col movimento antimperialistico e nazionale di liberazione dei popoli oppressi e dei paesi dipendenti?

 

  1. Finalmente, nelle tesi del FC figura una particolare proposta: la costruzione della ”alternativa politica e sociale autonoma”. In cosa consista questa “alternativa”, quale siano i suoi contenuti di classe e rivoluzionari, quale il suo programma, quali forze ne debbano fare parte, non viene chiarito, ma offuscato dietro la nebulosa formula del protagonismo operaio. Ma una cosa è chiara: questa formula elude la questione decisiva del potere proletario e non ha nulla a che vedere con un vero governo operaio che rappresenta la dittatura del proletariato.

Lascia inoltre perplessi il fatto che questa fumosa “alternativa” sia collocata all’interno di un capitolo delle tesi dedicato agli scenari elettorali, nonostante le prese di distanza dall’opportunismo elettoralistico. La realtà dei fatti ci dirà.

 

Ci fermiamo qui. Certo è che con questi gravi carenze e limiti, con la confusione su numerosi concetti e categorie chiave, il riconoscimento del marxismo-leninismo rimane formale, astratto e parziale, una formula vacua e incompleta per  nascondere le deformazioni ideologiche e politiche che si trascinano sin dal PC rizziano.

Le tesi congressuali del FC pur contenendo un aggiornamento dell’analisi e spunti condivisibili, non rappresentano un avanzamento nella “ricostruzione comunista”.

Nel loro insieme rappresentano un arretramento rispetto alle precedenti acquisizioni, uno scivolamento a destra nella palude.

Molti aspetti delle tesi non sono illuminati da concezioni coerentemente marxiste e leniniste, ma rimangono nell’involucro soffocante del revisionismo moderno.

E da comunisti non ci lasciamo certo irretire dalle frasi fatte, prive di un reale significato, come “ricostruire un forte e serio partito comunista”.

Il FC punta alla ricostruzione del partito basandosi sull’apporto del FGC, in un rapporto rovesciato fra l’organizzazione politica e la sua gioventù che ha una prassi militante ma uno scarso livello di coscienza politica rivoluzionaria. L’insufficienza del FC non è numerica, ma qualitativa: teorica politica, strategica e tattica. Ciò comporta anche problemi di organizzazione, in quanto strumento per la realizzazione della linea politica. La “chiamata al partito” è inefficace senza aver risolto questi problemi.

Alla luce di ciò, concludiamo che il FC difetta dei requisiti fondamentali per svolgere una funzione di raggruppamento e riorganizzazione del movimento comunista nel nostro paese e a livello internazionale, che avviene in una lotta spietata contro l’imperialismo e il revisionismo moderno.

Il campo del revisionismo è oggi diviso in tre “tendenze” principali che si trovano in un conflitto sempre più aperto fra loro, inasprito dallo sviluppo delle contraddizioni interimperialiste: a) i social-traditori dichiarati, collaboratori con la propria borghesia e il proprio imperialismo occidentale, del riarmo, della NATO, sia da posizioni di “opposizione” sia di governo; b) i sostenitori degli imperialismi rivali degli USA, dei Brics+, del multipolarismo, del “socialismo di mercato”, che si mettono a rimorchio di Cina e Russia, assai diffusi, “nutriti” da queste potenze, ma in concorrenza fra loro; c) i critici dell’imperialismo (nell’erronea concezione piramidale) e dell’opportunismo più sfacciato, che però non vogliono rompere risolutamente con la seconda “tendenza” che cresce di numero e influenza, dimostrandosi incapaci di seguire una linea coerentemente marxista-leninista e di condurre una lotta decisa e implacabile contro i seguaci dell’imperialismo in tutte le sue forme.

I dirigenti del FC si situano in quest’ultima “tendenza”, minoritaria in campo internazionale, non la più pericolosa (perché non legata a potenze imperialiste), ma non per questo meno dannosa perché incline a rappacificare il proletariato rivoluzionario con i revisionisti della seconda “tendenza”, cercando un’intesa con essi.

Dicono di voler realizzare un raggruppamento rivoluzionario, ma partecipano sistematicamente, assieme al KKE (4), ai carrozzoni in cui sono egemoni i revisionisti e socialdemocratici filocinesi e filorussi come l’IMCWP e Solidnet, dando prova di mancanza di principi, di una ristretta concezione e una distorta pratica dell’internazionalismo proletario, oltre che una limitata conoscenza (o una “calcolata ignoranza”) del movimento comunista internazionale.

Esiste tuttavia, specialmente all’interno della terza “tendenza”, un buon numero di compagni che pure con difetti e limitazioni, spesso dovuti a scarsa esperienza e formazione, si pongono sul terreno della dittatura del proletariato e del socialismo scientifico.

Con questi compagni è necessario confrontarsi superando sterili arroccamenti e settarismi, aiutarli a superare carenze ideologiche e politiche, sviluppare relazioni e legami, lavorare gomito a gomito nella classe, raccogliere e fondere le forze per costituire un unico partito di tipo leninista, marciando verso una nuova Internazionale comunista.

Questo è possibile farlo solo con una critica implacabile, con la battaglia ideologica e la propaganda della necessaria e inevitabile scissione dei proletari rivoluzionari con i partiti e i gruppi socialdemocratici, opportunisti e revisionisti. L’esatto contrario di ciò che fanno i conciliatori che convergono verso quelle forze, o di coloro che si illudono di poter cambiare le cose dall’interno.

 Giugno 2026

 Organizzazione per il partito comunista del proletariato

 

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